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05 Febbraio 2026
Leandro Castán, oggi allenatore del Real Soccer Under 20 in Brasile (FOTO @leandrocastan)
Una tribuna semivuota, il cielo plumbeo su Trigoria, un video di Empoli-Roma che riparte da un fermo immagine: un difensore che barcolla, il mondo che gira. È l’istante in cui la carriera di Leandro Castán sembra spegnersi. Quell’episodio di settembre 2014 non è solo un malessere passeggero, ma il primo segnale di un “ospite” invisibile – un cavernoma cerebrale – che lo costringe al tavolo operatorio a dicembre 2014 e lo sospinge verso un ritorno in campo più complicato del previsto. Oggi, però, la scena è un’altra: il rumore secco dei palloni contro i tabelloni, i fischietti dei giovani, la voce del mister. Castan allena. È il nuovo tecnico dell’Under 20 del Real Soccer a Sorocaba, in Brasile, e si presenta con un manifesto semplice: “prima uomini, poi calciatori”. Una scelta di vita e di campo che nasce dal dolore, ma che non cede all’autocommiserazione. È una rinascita, non una nostalgia.
Il 13 settembre 2014, all’Empoli, Castán chiede il cambio all’intervallo per forti vertigini. Gli esami confermano la presenza di un cavernoma, una malformazione vascolare. La Roma annuncia l’intervento: nessun rischio immediato per la vita, ma la necessità di operare per eliminare le recidive. A dicembre 2014, l’operazione riesce e la lesione (circa 3 cm) viene rimossa completamente; la risonanza post-operatoria conferma il successo. È il primo traguardo di una maratona fisica e mentale in cui l’atleta deve imparare a convivere con la propria fragilità.
Nei mesi successivi, l’orizzonte professionale cambia. Il 17 gennaio 2016, al rientro di Luciano Spalletti sulla panchina giallorossa, Roma-Verona finisce 1-1 e su Castán ricade la responsabilità del rigore del pari: esce al 66’, sostituito da Antonio Rüdiger. Quell’episodio diventa l’emblema di una seconda vita da atleta mai davvero pacificata: il brasiliano confesserà di aver vissuto con gelo la decisione del tecnico, non tanto per la scelta in sé quanto per i modi, pur riconoscendo in Spalletti “uno dei migliori allenatori avuti”. È un passaggio umano, prima che tattico: la collisione tra un corpo che non risponde più come prima e il professionismo di altissimo livello.
Dopo Roma, Castán vivrà prestiti in Serie A (tra cui Sampdoria e Torino) e una lunga parentesi al Vasco da Gama fino al 2021, quindi il Guarani nel 2022. La pagina della carriera da calciatore si chiude senza riflettori, ma con una lucidità rara: accettare che l’apice (la Roma di Rudi Garcia stagione 2013-14, difesa di ferro con Medhi Benatia) sia un ricordo da proteggere, non un alibi per il presente. Oggi la sua vita ha un’altra direzione: allenatore dell’Under 20 del Real Soccer, club di Sorocaba, dove ha appena iniziato ufficialmente la sua prima esperienza “da panchina” dopo aver completato le licenze CBF (A e B). È una scelta metodica: cominciare dai ragazzi, costruire l’identità con il tempo e riportare sul campo – in forma educativa – ciò che la malattia gli ha tolto da calciatore.
Il contesto non è improvvisato: il Real Soccer ha messo la testa fuori anche nella Copinha 2026 (Copa São Paulo Júnior), torneo vetrina della base brasiliana, affrontando tra le altre il São Paulo allo stadio Walter Ribeiro. Per un tecnico esordiente è un palcoscenico concreto, competitivo, in cui misurare quotidianamente idee e coraggio.
Nel raccontare il suo calcio, Castán cita tre riferimenti: Tite, Rudi Garcia e Daniele De Rossi. Del primo lo affascina l’attenzione all’uomo e l’equilibrio delle responsabilità; del secondo l’impronta propositiva e la gestione dei gruppi; del terzo l’autenticità del rapporto e la capacità di dare fiducia in momenti delicati. Il modulo? 4-3-3, ma “non alla Zeman”: aggressivo, sì, però bilanciato. E con un piccolo rimpianto: quanto si sarebbe divertito nella difesa “uno contro uno” di Gian Piero Gasperini. Parole che disegnano un profilo chiaro: un difensore cresciuto nell’idea di difesa organizzata che oggi vede nel duello una palestra formativa per i giovani.
In questo pantheon personale, colpisce il posto di De Rossi, amico e oggi allenatore affermato: non solo perché il rapporto umano conta, ma perché Castan lo indica come esempio di leadership empatica, quella che – dice – “ti spiega anche quando non giochi”. Un dettaglio non marginale per chi ha vissuto la frattura del 2016 e ha imparato quanto pesi la comunicazione nella carriera di un atleta.
L’operazione al cervello segna la fine di un’epoca e l’inizio di una vocazione. Castán lo dice chiaramente: il tumore gli ha tolto qualcosa, e l’allenatore oggi vuole “riprenderselo” educando. L’idea guida è che la formazione valga più del risultato nel breve: chi allena ragazzi deve insegnare a gestire la fragilità, a reggere lo stress, a riconoscere i propri limiti. È la stessa cifra che lo portò – da leader – a “crescere” un giovane Marquinhos tra Corinthians e Roma, riconoscendogli la qualità dell’ascolto. È un indizio: nella sua Under 20 il talento non basterà senza umiltà e disciplina.
«Roma è magnifica, se non reggi la pressione vai in terza categoria». La frase di Castán non è una provocazione gratuita. È la sintesi di un vissuto: pochi luoghi come Roma sanno esaltarti e divorarti, pochi contesti costringono a una tenuta mentale così alta. Il punto, per lui, è non demonizzare l’ambiente ma imparare a maneggiarlo: chi allena e chi gioca deve saper “filtrare”, evitando di dare in pasto l’ordinario. È una cultura del silenzio operativo che, nella sua visione, vale più delle smentite e dei comunicati.
L’epopea giallorossa di Castán ha il suo vertice nel biennio 2012-2014, quando la Roma di Rudi Garcia macinava calcio e subiva poco. La coppia con Medhi Benatia fu per lunghi tratti una delle più affidabili del campionato. È quel modello di aggressività organizzata che oggi il brasiliano rilegge alla luce dei tempi: aprirsi al duello (alla maniera di Gasperini) senza perdere l’equilibrio collettivo. Non è un elogio ideologico, ma una bussola per la formazione: abituare già in Under 20 i difensori a “difendere in avanti”, accettando il rischio controllato.
Qualche punto fermo del suo lavoro a Sorocaba:
Leandro Castán dice di aver fatto pace con il 2016. Non perché l’abbia dimenticato, ma perché lo ha metabolizzato. La rabbia – anche verso se stesso – lascia il posto a una nuova ambizione: “prendersi” in panchina quello che il campo gli ha negato. Il suo non è un racconto di redenzione facile, ma il diario di un professionista che ha trasformato la propria vulnerabilità in metodo. Per questo oggi, tra un tre-contro-tre in uscita bassa e un gioco di posizione sull’ampiezza, il mister Castan appare credibile: non promette scorciatoie, ma strada. E a Roma suggerisce la più antica delle virtù: fare le cose bene, lontano dalla ridondanza del rumore esterno. Per il resto, parlino il campo e il tempo.
In fondo, il messaggio è semplice: si può perdere tutto in un attimo – lo sa bene chi ha avuto un problema al cervello e ha visto frantumarsi una carriera – ma si può anche ricostruire, pezzo dopo pezzo, con metodo e umiltà. È il nuovo Castan a dirlo, senza enfasi e senza stereotipi, tra una seduta video e un esercizio di postura difensiva. E non è retorica: è lavoro.