Serie A
10 Febbraio 2026
Fabrizio Ravanelli è intervenuto duramente sull'uso della tecnologia applicato al mondo del calcio
È l’istante congelato sul maxischermo: «Checking penalty». Ventidue uomini sospesi, lo Stadium che trattiene il respiro, giocatori attorno all’arbitro a mimare contatti e trattenute con una precisione da entomologi. È qui, in questo limbo che dovrebbe restituire giustizia, che Fabrizio Ravanelli vede la deriva: «Per come lo usiamo noi, la tecnologia permette a qualsiasi giocatore in campo di barare». Parole pesanti, pronunciate il 9 febbraio 2026 e rimbalzate come una carezza data contropelo a tutto il sistema arbitrale italiano.
IL J'ACCUSE DI RAVANELLI: «UN CALCIO IRRICONOSCIBILE»
Ospite di «Radio Anch’io Sport» su Rai Radio 1, il doppio ex di Juventus e Lazio non fa sconti: «Solo noi in Italia usiamo il VAR in questo modo». L’accusa è doppia: da un lato l’abuso dello strumento, dall’altro il riflesso tattico, e culturale, che avrebbe trasformato i minuti di revisione in un nuovo terreno di «astuzia» per chi è in campo. Non basta: per Ravanelli «oggi la classe arbitrale lascia molto a desiderare» e «una volta c’era molto più rispetto», con riferimenti espliciti a direttori di gara di forte personalità del passato. Una linea dura che intercetta sbuffi e insofferenze già sentiti, nelle ultime settimane, da tecnici come Daniele De Rossi e Gian Piero Gasperini. Le esternazioni arrivano in un contesto teso. I vertici dell’AIA hanno appena richiamato tutti alla misura: «Stagione dura, attacchi inaccettabili», il messaggio dal raduno di Coverciano, con l’invito a difendere l’onore dell’Associazione e a ridurre il rumore di fondo. È la contro-narrazione di un corpo intermedio che chiede tregua, mentre il designatore Gianluca Rocchi ribadisce in più sedi la buona fede degli arbitri e la necessità di «spiegazioni chiare», arrivando perfino a dire che, se quella buona fede fosse messa in dubbio, «lascerebbe domani». Segnali di una frattura che è tecnica, comunicativa e, sempre più, identitaria.
LA PARTITA CHE FA DA MICCIA: JUVENTUS-LAZIO
Nell’immediato, la miccia è il 2-2 tra Juventus e Lazio dell’8 febbraio 2026: bianconeri dominanti per lunghi tratti ma incapaci di finalizzare, biancocelesti cinici e poi stoici nel difendersi. La squadra di Luciano Spalletti finisce addirittura sotto di due reti, Pedro al 45’+2’ e Gustav Isaksen al 47’, prima della risposta firmata Weston McKennie al 59’ e del colpo di testa salvifico di Pierre Kalulu al 90’+6’. Una fotografia che spiega molte delle parole di Ravanelli: «La Juve ha dimostrato ancora una volta le problematiche nel fare gol… La Lazio ha giocato con cuore e carattere». Il campo, per una volta, conferma la grammatica della critica. Nel racconto tecnico, risalta l’ennesima prestazione da uomo-squadra di McKennie, la freddezza di Ivan Provedel in più interventi ad alto coefficiente e la tenuta psicologica di una Juve che non rinuncia a cercare il pari fino all’ultimo respiro. Dall’altra parte, la Lazio capitalizza le poche risorse offensive e si compatta quando serve: elementi che danno sostanza ai termini «cuore» e «carattere» evocati dal «Penna Bianca».
RAVANELLI E LA JUVE CHE VERRÀ
Nella diagnosi dell’ex centravanti, c’è un’altra freccia, rivolta al futuro immediato e prossimo: recuperare Dusan Vlahovic «potrebbe dare una grossa mano», ma per tornare a essere «protagonista anche a livello internazionale» servirà un finalizzatore di «grande calibro», il nome che Ravanelli indica senza giri di parole è Victor Osimhen. Anche questa è una forma di realismo: contro la Lazio la Juve ha prodotto volume ma ha pagato una scarsa percentuale di trasformazione; l’upgrade di un 9 da Champions non è un vezzo, è un postulato competitivo. Sullo sfondo, la questione dirigenziale: fiducia in Julien Comolli e Giorgio Chiellini, chiamati a rifinire la rotta sportiva e societaria. Piace a Ravanelli la competenza del primo, conosciuto a Marsiglia, e il radicamento del secondo. «Qualche acquisto è stato sbagliato», ammette, ma la linea è di pazienza e investimento sul medio periodo. Un invito a misurare il presente con la scala del progetto, non solo con l’umore del lunedì.
UN CONTESTO CHE SPIEGA LA MICCIA, COME È CAMBIATO IL VAR IN ITALIA
La critica di Ravanelli poggia su un terreno scivoloso: non il VAR in sé, ma il modo in cui viene applicato nel nostro campionato. È un dato che, aggiornamento dopo aggiornamento, racconta di una Serie A che tende a «staccare» dagli altri top campionati europei per frequenza di episodi giudicati in area e, in particolare, per numero di rigori assegnati. Nella stagione 2024-2025, per esempio, la Serie A ha fatto registrare una media più alta di penalty rispetto a Liga, Premier League, Bundesliga e Ligue 1 secondo i dati Opta raccolti da una ricognizione di settore: un indicatore che non inchioda da solo il VAR, ma che segnala una diversa attitudine sanzionatoria, con impatti evidenti su ritmo e «costo» degli errori. Eppure, non si può dire che la Lega Serie A sia rimasta immobile. Dal marzo 2025 ha introdotto la grafica «VARDict» sui maxischermi per informare sugli On Field Review in corso e, nelle semifinali e finali di Coppa Italia 2024-2025, ha sperimentato l’«annuncio all’impianto» con l’audio dell’arbitro che spiega la decisione dopo un controllo VAR: un passo verso la trasparenza, in linea con le possibilità aperte dall’IFAB. L’obiettivo dichiarato? Ridurre l’opacità e restituire al pubblico una chiave di lettura condivisa.
GLI AGGIORNAMENTI IFAB
La stessa IFAB, tra 2024 e 2025, ha varato aggiornamenti rilevanti: linee guida per «rafforzare» la comunicazione con i soli capitani e, dalla stagione 2025-2026, la possibilità per l’arbitro di fare un annuncio pubblico dopo una revisione VAR. Non solo: è stata approvata la novità del «corner contro» per il portiere che trattiene il pallone oltre 8 secondi (con countdown visivo), misura sperimentata per limitare le perdite di tempo. Sono tasselli che compongono un mosaico più ampio: tecnologia sì, ma con cornici comunicative chiare e strumenti che scoraggino comportamenti opportunistici. Esattamente il punto evocato, in negativo, da Ravanelli.
«RISPETTO», LA PAROLA SMARRITA
Se la parola-chiave per la tecnologia è «proporzione», quella per la relazione è «rispetto». Qui l’ex bianconero mette il dito nella piaga: «Una volta c’era molto più rispetto». Il sentimento è condiviso, anche guardando alle prese di posizione pubbliche: i vertici dell’AIA denunciano «pressioni» e «attacchi inaccettabili», mentre Rocchi alterna autocritica, «errore prima di tutto del VAR» in certi episodi, invito a «non esagerare con gli arbitri al video», a una difesa senza sconti del principio di buona fede. E quando i protagonisti stessi sentono il bisogno di ribadire l’ovvio («decidiamo in buona fede»), vuol dire che il patto di fiducia si è assottigliato. Da bordo campo, intanto, salgono voci che segnano questo logoramento. Daniele De Rossi chiede che «l’arbitro arbitri di più» e si ribella alle «spiegazioni fantasiose» su falli di mano e contatti, mentre Gian Piero Gasperini parla di «calcio confuso e impopolare» tra cartellini e rigori che i tifosi «non vedono» finché la regia televisiva non li svela. È la percezione, diffusa, che il confine tra «chiaro ed evidente errore» e «micro-giudizio» si sia fatto poroso.
IL CASO-STUDIO DI JUVENTUS-LAZIO
Tornando al campo di Torino, l’8 febbraio 2026 è un compendio di questa stagione: la Juve che palleggia, recupera palla alta, arriva con costanza negli ultimi 25 metri, ma si inceppa nella «ultima scelta» o nell’ultimo tocco. Non è un caso che via Sky venga sottolineata la «nuova mentalità» e la necessità di «più concretezza», né che la narrazione post-gara parli di pari «quasi insperato», dato il doppio svantaggio: due verità che convivono nella stessa fotografia. Aver pareggiato al 96’ con Kalulu è un segno di carattere ritrovato; aver avuto bisogno del 96’ è un promemoria tattico e, forse, di mercato. La Lazio, al netto dell’onda d’urto bianconera, ha valorizzato ogni spiraglio: l’1-0 di Pedro nasce in un tempo psicologicamente «pesante» (recupero del primo tempo), il raddoppio di Isaksen arriva subito dopo l’intervallo, colpendo quando l’avversario sta ancora ricalibrando linee e distanze. In mezzo, il lavoro di Provedel e un reparto che, quando serve, si stringe attorno alla propria area con disciplina. Se «cuore» e «carattere» non bastano sempre per vincere, bastano per non perdere partite come questa.
COSA C'È DI VERO E DI UTILE NELL'ALLARME DI RAVANELLI
La tesi di Ravanelli, il VAR così come applicato in Italia «permette a qualsiasi giocatore di barare», va messa dentro cornici verificabili: 1) In Serie A si fischiano, tendenzialmente, più rigori che altrove nei top-5 campionati. Correlazione non è causalità, ma la correlazione esiste. Conseguenza: più episodi «ad alta sanzione» e maggiore impatto delle micro-dinamiche in area, terreno fertile per chi «cerca» il contatto. 2) Le istituzioni hanno provato a colmare il «buco nero» comunicativo: VARDict sui maxischermi e facoltà di «annuncio» dell’arbitro dopo l’OFR. Non è poco: riduce la sensazione di mistero e, indirettamente, disincentiva la sceneggiata collettiva attorno al direttore di gara. 3) Dal lato AIA, c’è la richiesta di abbassare i toni e di separare l’errore tecnico (ammesso e spiegato in più casi) dal sospetto sulla moralità di chi decide: una differenza non solo linguistica, ma culturale. Tradotto: la critica è legittima se chiede proporzione negli interventi, coerenza nelle linee guida e tempi più rapidi; deraglia se alimenta la sindrome del complotto o la delegittimazione sistemica.
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