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10 Febbraio 2026
Michael Owen rompe gli schemi e indica la via: «Nominate Carrick e lasciate perdere i nomi altisonanti»
Una porta che sbatte negli spogliatoi di Old Trafford, l’eco di un derby vinto con autorità e una raccomandazione che non ti aspetti: “Date le chiavi a Michael Carrick”. L’istantanea di questo inizio 2026 racconta meglio di qualsiasi editoriale il momento del Manchester United: l’esonero di Rúben Amorim il 5 gennaio 2026, la chiamata a Carrick come tecnico ad interim, quattro vittorie consecutive a ridare fiato alla corsa Champions e, soprattutto, l’intervento di Michael Owen che, senza giri di parole, suggerisce alla dirigenza di rendere permanente la soluzione già in casa, sconsigliando di puntare su profili come Thomas Tuchel o Mauricio Pochettino. Un paradosso? Forse. O forse la prima idea limpida in un decennio convulso.
I fatti essenziali, con le date giuste, aiutano a orientarsi. Lo United ha separato la propria strada da Rúben Amorim il 5 gennaio 2026, dopo 14 mesi di progetto tra alti europei (la finale di Europa League 2025) e bassi domestici, oltre a frizioni tattiche e gestionali ormai alla luce del sole. La decisione è stata comunicata dal club in modo formale e motivata con l’assenza di progressi sufficienti: in classifica, i Red Devils erano al sesto posto e il pareggio dell’1-1 a Elland Road contro il Leeds ha fatto da scintilla finale. Nei giorni successivi, il club ha scelto Michael Carrick come guida fino a fine stagione, passando da un breve traghettamento di Darren Fletcher a una soluzione più strutturata.
Da lì, la palla è passata al campo: con Carrick, lo United ha piazzato quattro vittorie su quattro, comprese prove di spessore – fino a un 2-0 che ha ribaltato l’inerzia del derby con il Manchester City – e una sensazione nuova di ordine tattico, energia collettiva e identità negli undici titolari. Numeri piccoli, peso specifico enorme: a febbraio, quando la stagione entra nella sua strettoia, strappare una striscia positiva significa rimettere in carreggiata gli obiettivi e, soprattutto, cambiare il clima.
È qui che la voce di Michael Owen – Pallone d’Oro 2001, ex attaccante anche dello United campione d’Inghilterra 2010-11 – trova cassa di risonanza. Parlando a GOAL, Owen invita apertamente il board a «non farsi sedurre dalle consuetudini», ma a leggere ciò che sta accadendo sul campo: una squadra che “gioca bene”, che ha ritrovato fiducia e che, soprattutto, si riconosce in un allenatore cresciuto dentro il club. Il suo ragionamento – al netto dell’enfasi tipica delle dichiarazioni a caldo – si regge su tre pilastri:
Stabilità: con Michael Carrick non servono rivoluzioni. Conosce l’ambiente, il centro sportivo, la pressione di Old Trafford. In un club che dal 2013 ha cambiato allenatori come mai nella sua storia recente, ridurre l’attrito da adattamento è un valore in sé. Conoscenza del club: l’ex centrocampista ha vissuto lo United da protagonista sul campo e nello staff tecnico. Comprende le attese, i codici, le dinamiche della piazza e della stampa. È un capitale culturale che non si compra. Costi e tempi: il tema spesso sottovalutato. In una stagione compressa, con il Mondiale 2026 all’orizzonte e diversi allenatori “top” legati a impegni federali, puntare su nomi come Thomas Tuchel o Mauricio Pochettino rischia di richiedere attese, indennizzi, staff numerosi e una nuova fase di assestamento. Carrick «costa meno», è «già qui» e permetterebbe di pianificare prima.
Nelle parole di Owen c’è un argomento di buon senso: «Se centri la Champions League e continui a vedere prestazioni così, come fai a dire ‘grazie e arrivederci’ a chi ha rimesso in bolla la stagione?». Il punto, secondo lui, non è il fascino del nome, ma la continuità di prestazioni e la creazione di fiducia nel gruppo. In una parola: evitare che la soluzione più semplice e coerente diventi, per un riflesso condizionato, la meno considerata.
Il dibattito però non è a senso unico. Figure autorevoli dell’orbita United come Gary Neville – voce influente dentro e fuori Sky Sports – hanno tracciato una linea netta: Carrick va valutato e applaudito, ma “non deve” essere l’allenatore del prossimo ciclo. Le ragioni?
A rincarare la dose, un altro ex come Jamie Carragher ha sostenuto che Carrick non sia il profilo “speciale” per riportare il titolo a Old Trafford, indicando shortlist alternative. La sintesi di questo fronte è chiara: applausi al lavoro fatto, ma per il lungo termine serve altro.
Per uscire dal derby di opinioni conviene tornare al campo. Cosa sta facendo Carrick che prima non si vedeva?
A livello psicologico, l’effetto è stato immediato: un filotto di risultati spesso vale più di mille discorsi. Il dato di quattro vittorie consecutive è piccolo nella dimensione statistica, grande nel rimettere il traguardo Champions a portata di mano. In Premier, quando vinci due gare di fila spesso cambi narrazione; con quattro, costruisci una pavimentazione su cui far camminare il resto della stagione.
A questo punto, il dilemma si può leggere come un albero decisionale:
Se Carrick centra la Champions e mantiene livelli di prestazione alti:
Se il rendimento si normalizza o cala:
La scelta, quindi, non è tra romanticismo e pragmatismo. È tra tempismo e coerenza: decidere presto e costruire su quello che c’è, o decidere dopo e riavviare il ciclo con un big name.
Siamo a febbraio 2026: lo United è pienamente rientrato nella corsa al quarto/terzo posto, l’inerzia è favorevole e il calendario offre un paio di banchi di prova – trasferte ostiche, scontri diretti – che misureranno la tenuta emotiva e tattica del gruppo. Qui la matematica è brutale: qualificazione Champions significa ricavi più alti, maggiore appeal per obiettivi di mercato e, paradossalmente, anche più argomenti per i contrari a Carrick (“Con la Champions possiamo permetterci il top del top”). Allo stesso tempo, se la squadra ci arriva proprio grazie alla guida attuale, la tesi Owen guadagna forza: “Non rompere ciò che funziona”.
Nell’analisi di Michael Owen c’è un passaggio cruciale: l’invito a evitare Thomas Tuchel e Mauricio Pochettino. La tesi è schietta:
Tradotto: non è un giudizio tecnico in assoluto, ma una questione di contesto. Con una squadra che sta funzionando, con un allenatore che “parla la lingua del club” e con urgenze tattiche tutto sommato circoscritte, cambiare strada per ragioni di prestigio potrebbe essere un lusso fuori tempo.
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