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«Perchè non lui?» L'ex Pallone d'Oro prende posizione sul prossimo allenatore del Manchester United

Con Tuchel e Pochettino tra i candidati per la panchina dei Red Devils, Michael Owen lancia un messaggio controcorrente

Carrick, la scelta che spiazza: perché lo United dovrebbe ascoltare Michael Owen adesso

Michael Owen rompe gli schemi e indica la via: «Nominate Carrick e lasciate perdere i nomi altisonanti»

Una porta che sbatte negli spogliatoi di Old Trafford, l’eco di un derby vinto con autorità e una raccomandazione che non ti aspetti: “Date le chiavi a Michael Carrick”. L’istantanea di questo inizio 2026 racconta meglio di qualsiasi editoriale il momento del Manchester United: l’esonero di Rúben Amorim il 5 gennaio 2026, la chiamata a Carrick come tecnico ad interim, quattro vittorie consecutive a ridare fiato alla corsa Champions e, soprattutto, l’intervento di Michael Owen che, senza giri di parole, suggerisce alla dirigenza di rendere permanente la soluzione già in casa, sconsigliando di puntare su profili come Thomas Tuchel o Mauricio Pochettino. Un paradosso? Forse. O forse la prima idea limpida in un decennio convulso.

IL CONTESTO

I fatti essenziali, con le date giuste, aiutano a orientarsi. Lo United ha separato la propria strada da Rúben Amorim il 5 gennaio 2026, dopo 14 mesi di progetto tra alti europei (la finale di Europa League 2025) e bassi domestici, oltre a frizioni tattiche e gestionali ormai alla luce del sole. La decisione è stata comunicata dal club in modo formale e motivata con l’assenza di progressi sufficienti: in classifica, i Red Devils erano al sesto posto e il pareggio dell’1-1 a Elland Road contro il Leeds ha fatto da scintilla finale. Nei giorni successivi, il club ha scelto Michael Carrick come guida fino a fine stagione, passando da un breve traghettamento di Darren Fletcher a una soluzione più strutturata.

Da lì, la palla è passata al campo: con Carrick, lo United ha piazzato quattro vittorie su quattro, comprese prove di spessore – fino a un 2-0 che ha ribaltato l’inerzia del derby con il Manchester City – e una sensazione nuova di ordine tattico, energia collettiva e identità negli undici titolari. Numeri piccoli, peso specifico enorme: a febbraio, quando la stagione entra nella sua strettoia, strappare una striscia positiva significa rimettere in carreggiata gli obiettivi e, soprattutto, cambiare il clima.

MICHAEL OWEN CONTROCORRENTE

È qui che la voce di Michael OwenPallone d’Oro 2001, ex attaccante anche dello United campione d’Inghilterra 2010-11 – trova cassa di risonanza. Parlando a GOAL, Owen invita apertamente il board a «non farsi sedurre dalle consuetudini», ma a leggere ciò che sta accadendo sul campo: una squadra che “gioca bene”, che ha ritrovato fiducia e che, soprattutto, si riconosce in un allenatore cresciuto dentro il club. Il suo ragionamento – al netto dell’enfasi tipica delle dichiarazioni a caldo – si regge su tre pilastri:

Stabilità: con Michael Carrick non servono rivoluzioni. Conosce l’ambiente, il centro sportivo, la pressione di Old Trafford. In un club che dal 2013 ha cambiato allenatori come mai nella sua storia recente, ridurre l’attrito da adattamento è un valore in sé. Conoscenza del club: l’ex centrocampista ha vissuto lo United da protagonista sul campo e nello staff tecnico. Comprende le attese, i codici, le dinamiche della piazza e della stampa. È un capitale culturale che non si compra. Costi e tempi: il tema spesso sottovalutato. In una stagione compressa, con il Mondiale 2026 all’orizzonte e diversi allenatori “top” legati a impegni federali, puntare su nomi come Thomas Tuchel o Mauricio Pochettino rischia di richiedere attese, indennizzi, staff numerosi e una nuova fase di assestamento. Carrick «costa meno», è «già qui» e permetterebbe di pianificare prima.

Nelle parole di Owen c’è un argomento di buon senso: «Se centri la Champions League e continui a vedere prestazioni così, come fai a dire ‘grazie e arrivederci’ a chi ha rimesso in bolla la stagione?». Il punto, secondo lui, non è il fascino del nome, ma la continuità di prestazioni e la creazione di fiducia nel gruppo. In una parola: evitare che la soluzione più semplice e coerente diventi, per un riflesso condizionato, la meno considerata.

I PARERI CONTRARI

Il dibattito però non è a senso unico. Figure autorevoli dell’orbita United come Gary Neville – voce influente dentro e fuori Sky Sports – hanno tracciato una linea netta: Carrick va valutato e applaudito, ma “non deve” essere l’allenatore del prossimo ciclo. Le ragioni?

  1. L’esperienza di Ole Gunnar Solskjær è un monito: risultati straordinari da traghettatore, poi difficoltà quando la dimensione provvisoria è diventata permanente. Tradotto: non confondere la spinta emotiva dell’interim con un progetto lungo periodo.
  2. Il mercato offre, a giugno, profili di primissima fascia: da Thomas Tuchel (legato alla Nazionale inglese fino al Mondiale 2026) a Carlo Ancelotti (oggi sulla panchina del Brasile), fino allo stesso Mauricio Pochettino o a opzioni in ascesa come Oliver Glasner e Andoni Iraola in scadenza. Se vuoi ricostruire, dicono i critici, serve un manager totale dal curriculum “titoli e cicli”.
  3. Processo e governance: la nuova catena decisionale dello United – con figure come Omar Berrada e Jason Wilcox, e il peso della galassia INEOS di Sir Jim Ratcliffe – ha promesso di scegliere “senza farsi condizionare dall’onda corta”, attendendo fine stagione per una decisione ragionata. Un metodo, non un riflesso.

A rincarare la dose, un altro ex come Jamie Carragher ha sostenuto che Carrick non sia il profilo “speciale” per riportare il titolo a Old Trafford, indicando shortlist alternative. La sintesi di questo fronte è chiara: applausi al lavoro fatto, ma per il lungo termine serve altro.

DENTRO ALLA SVOLTA DATA DA CARRICK

Per uscire dal derby di opinioni conviene tornare al campo. Cosa sta facendo Carrick che prima non si vedeva?

  1. Semplificazione e coerenza di sistema: dopo mesi in cui lo United ha provato ad adattarsi al 3-4-3 dogmatico di Amorim, Carrick ha riallineato il disegno alle caratteristiche della rosa – una forma di 4-2-3-1 o 4-3-3 più naturale per i centrocampisti e gli esterni a disposizione. Meno frizioni, più automatismi.
  2. Ritmi e distanze: la squadra appare più corta senza palla e più verticale quando riconquista. L’uscita dal basso è meno esasperata, i lanci sul lato debole e le combinazioni rapide tra mezzali e trequarti tagliano il pressing avversario. Il risultato? Più xG creati, meno occasioni pulite concesse.
  3. Leadership distribuita: dentro un gruppo rimasto scottato da critiche e risultati, Carrick ha ridato ruoli chiari ai senatori e responsabilità crescenti ai giovani. Non è un dettaglio: in un club dove la pressione è un personaggio fisso, far sentire “a casa” chi va in campo conta quanto un modulo. 

A livello psicologico, l’effetto è stato immediato: un filotto di risultati spesso vale più di mille discorsi. Il dato di quattro vittorie consecutive è piccolo nella dimensione statistica, grande nel rimettere il traguardo Champions a portata di mano. In Premier, quando vinci due gare di fila spesso cambi narrazione; con quattro, costruisci una pavimentazione su cui far camminare il resto della stagione.

PRO E CONTRO

A questo punto, il dilemma si può leggere come un albero decisionale:

Se Carrick centra la Champions e mantiene livelli di prestazione alti:

  1. Pro: consolidamento di un’identità riemersa, risparmio su ingaggi/indennizzi, possibilità di pianificare presto e bene il mercato, messaggio culturale (“premiamo il merito interno”).
  2. Contro: il rischio di scambiare la spinta dell’interim per la sostenibilità di lungo periodo. Lo United ha già conosciuto questa trappola.

Se il rendimento si normalizza o cala:

  1. Pro: la dirigenza ha tempo per chiudere con un top coach a giugno, in coerenza con la promessa di valutare a fine stagione.
  2. Contro: si perde l’occasione di premiare una chimica che, nel calcio moderno, è rara e spesso decisiva.

La scelta, quindi, non è tra romanticismo e pragmatismo. È tra tempismo e coerenza: decidere presto e costruire su quello che c’è, o decidere dopo e riavviare il ciclo con un big name.

I DATI NON MENTONO: È UNO UNITED A RITMO CHAMPIONS

Siamo a febbraio 2026: lo United è pienamente rientrato nella corsa al quarto/terzo posto, l’inerzia è favorevole e il calendario offre un paio di banchi di prova – trasferte ostiche, scontri diretti – che misureranno la tenuta emotiva e tattica del gruppo. Qui la matematica è brutale: qualificazione Champions significa ricavi più alti, maggiore appeal per obiettivi di mercato e, paradossalmente, anche più argomenti per i contrari a Carrick (“Con la Champions possiamo permetterci il top del top”). Allo stesso tempo, se la squadra ci arriva proprio grazie alla guida attuale, la tesi Owen guadagna forza: “Non rompere ciò che funziona”.

TUCHEL E POCHETTINO, PERCHÉ NO SECONDO OWEN

Nell’analisi di Michael Owen c’è un passaggio cruciale: l’invito a evitare Thomas Tuchel e Mauricio Pochettino. La tesi è schietta:

  1. Tuchel è un allenatore di straordinaria caratura, ma legato alla Nazionale inglese fino al Mondiale 2026. Ingaggiarlo imporrebbe attese, potenziali sovrapposizioni di agenda e la necessità di ricominciare da zero a luglio, con staff numeroso e richieste conseguenti. È un tema di tempi oltre che di costi.
  2. Pochettino è un manager di livello, ma l’esperienza insegna che inserire un tecnico così “strutturale” a ridosso di una stagione che finisce tardi (per via del Mondiale estivo) è un esercizio logistico-finanziario complesso. Se devi rifondare, farlo a cavallo di giugno-luglio con l’Europa da preparare è rischioso.

Tradotto: non è un giudizio tecnico in assoluto, ma una questione di contesto. Con una squadra che sta funzionando, con un allenatore che “parla la lingua del club” e con urgenze tattiche tutto sommato circoscritte, cambiare strada per ragioni di prestigio potrebbe essere un lusso fuori tempo.

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