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10 Febbraio 2026
Thomas Frank, tecnico degli Spurs 2025/2026
All’intervallo di una notte basca intrisa di pioggia e tensione, un tocco sporco di Brennan Johnson ha cambiato il senso di un’intera annata. A Bilbao, dentro il San Mamés, il pallone è finito in rete e ha acceso un lampo di gloria dove fino a poco prima regnavano ansia e dubbi: il 21 maggio 2025 il Tottenham ha alzato l’Europa League. Poi, tornati in patria, i numeri hanno imposto il contrappunto: 38 punti in 38 partite, 22 sconfitte, 17º posto in Premier League. Due verità in collisione, che raccontano una delle stagioni più contraddittorie della storia recente del club.
In campionato gli Spurs hanno navigato a vista. Il dato secco — 38 punti e 22 sconfitte in 38 giornate — è la sintesi di una Premier League disputata a marce alternate, con strappi isolati e troppe cadute. La classifica finale li ha collocati al 17º posto, una salvezza di stretta misura e il peggior piazzamento dell’era Premier per un club che, nelle ambizioni e nelle dimensioni, pretende ben altro. La fotografia è confermata da più database e report stagionali, che fissano anche un saldo reti appena sotto lo zero. In una parola: sopravvivenza.
Il paradosso nasce qui: in Europa, la squadra allora guidata da Ange Postecoglou ha cambiato pelle. Dal league phase alla finale, il Tottenham ha mostrato un calcio pragmatico, capace di ridurre gli errori e mordere nei momenti decisivi. La rotta: vittorie nette con Qarabağ e Elfsborg, successi esterni pesanti contro Ferencváros e Hoffenheim, un 2-2 di carattere con la Roma e la qualificazione col 4º posto nella fase unica. Nella fase a eliminazione: rimonta con l’AZ Alkmaar agli ottavi (3-2 complessivo), colpo di maturità nei quarti contro Eintracht Frankfurt (2-1 tot), e 5-1 aggregato sulla sorprendente Bodø/Glimt in semifinale.
Fino a Bilbao, dove contro il Manchester United è bastato l’1-0 firmato Johnson per rompere un digiuno europeo che durava dal 1984. Bilancio della campagna: 15 gare, 10 vittorie, 3 pareggi, 2 sconfitte; 28 gol fatti, 13 subiti. Numeri da campione, in una stagione altrimenti complicata. Nel dettaglio della finale, oltre al guizzo del gallese, hanno pesato due episodi difensivi: la bicicletta salvifica di Micky van de Ven sulla linea e i riflessi di Guglielmo Vicario nel recupero. Attimi che hanno cementato l’idea di una squadra capace di soffrire in blocco corto, alzando il livello nei duelli individuali e nella gestione degli ultimi metri. La serata basca, al di là dell’estetica, ha consegnato un trofeo e un lasciapassare per la Champions League 2025/26.
L’Europa League non è solo una medaglia: è identità e continuità storica. Per il Tottenham, tornare a vincere in Europa dopo 41 anni e a sollevare un trofeo dopo 17 ha un effetto rigenerante sul capitale simbolico del club. Inoltre, sul piano competitivo, il titolo ha sbloccato l’accesso diretto alla Champions e alla Supercoppa UEFA 2025, contro i campioni d’Europa in carica, il Paris Saint‑Germain. È un moltiplicatore di risorse: prestigio, ricavi da market pool, attrattività per i giocatori. Un “salvagente” tecnico ed economico, che ha mitigato — almeno in parte — la pessima resa domestica.
Sedici giorni dopo la notte di Bilbao, la società ha scelto di separarsi da Ange Postecoglou. Decisione dura, dichiaratamente “non emotiva”: pesano il 17º posto e il trend domestico. Subito dopo, la panchina è passata a Thomas Frank, reduce da un ciclo di sette anni al Brentford, profilo apprezzato per capacità di sviluppo, flessibilità tattica e comunicazione. Contratto fino al 2028 e staff in gran parte ricalcato dalla sua esperienza precedente. Un cambio di rotta chiaro: valorizzazione, organizzazione, compattezza.
Con Frank, gli Spurs hanno riacceso la prospettiva europea mentre in Premier 2025/26 la risalita è stata irregolare, tra infortuni e fasi senza vittorie: un cantiere aperto, con la necessità di trasformare l’intensità in sostenibilità competitiva. Ma la traiettoria è tracciata: il danese vuole un calcio strutturato, aggressivo sulle seconde palle e con palle inattive di alto rendimento, specialità della casa ai tempi dei Bees.
Il club non scende in seconda serie dal 1976/77, quando con Keith Burkinshaw in panchina retrocesse chiudendo 22º nell’allora First Division: 33 punti in 42 partite, difesa in apnea (72 gol subiti) e penultima giornata da brividi, un 0-5 col Manchester City che rese la condanna quasi inevitabile. L’ultima giornata si chiuse con un successo ininfluente sul Leicester in un clima surreale. Quella squadra, pur ricca di nomi come Pat Jennings, Steve Perryman e un giovane Glenn Hoddle, imparò la lezione a caro prezzo.
La risposta del club fu immediata: nel 1977/78 gli Spurs risalirono subito in First Division, in un finale di stagione tesissimo dove i dettagli — e la differenza reti — fecero la differenza. Da lì, con Burkinshaw al timone, nacque la ricostruzione che portò poi ai colpi di mercato simbolo: Osvaldo Ardiles e Ricky Villa, freschi campioni del mondo con l’Argentina nel 1978. Quell’audacia internazionale cambiò l’immaginario del club e il suo futuro prossimo. Il loro impatto tecnico e simbolico fu enorme: FA Cup 1981 e 1982, fino alla Coppa UEFA 1984. È una pagina che oggi vale come monito e ispirazione: quando il Tottenham ha osato sul talento e sull’idea, ha spesso trovato il sentiero per tornare competitivo.
Il giudizio esterno ha oscillato tra severità e stupore: “peggior” grande a salvarsi, ma campione d’Europa (di seconda fascia). La combinazione è rara e polarizzante. Il club ha reagito con un atto di governo netto — l’esonero di Postecoglou — e l’investitura a Frank, comunicando una rotta che privilegia la stabilità domestica senza rinunciare all’orizzonte internazionale. Nessun sentimentalismo: “siamo qui per vincere e competere”, la linea del fronte.
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