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12 Febbraio 2026
Il premier Keir Starmer lo definisce “offensivo e sbagliato” e pretende scuse. Ma i dati ufficiali dell’ONS smentiscono le cifre evocate dal co-proprietario del Manchester United.
Una tavola rotonda d’industria ad Anversa, telecamere di Sky News puntate, e un passaggio destinato a fare rumore: «Il Regno Unito è stato colonizzato dagli immigrati». Da lì si è innescata una reazione a catena che ha travolto non solo il mondo politico ma anche l’ecosistema di Old Trafford. Il primo ministro Keir Starmer ha definito quelle parole «offensive e sbagliate», chiedendo pubblicamente a Sir Jim Ratcliffe di fare marcia indietro. Nel frattempo, i numeri citati dal patron di INEOS — una crescita della popolazione da 58 milioni nel 2020 a 70 milioni oggi — sono stati smentiti dall’Office for National Statistics: nel 2020 gli abitanti erano circa 67,1 milioni, non 58; la stima più recente parla di circa 69,3 milioni a metà 2024 e 69,5 milioni a metà 2025.
Nell’intervista, il co-proprietario del Manchester United ha collegato l’idea di un Paese “colonizzato” all’aumento della popolazione e al peso del welfare, evocando anche “nove milioni” di persone che vivrebbero di sussidi. Un nesso forte, destinato a spaccare l’opinione pubblica: la reazione di Downing Street è stata immediata, con l’invito formale alle scuse. Nel merito, però, i dati contano: l’ONS certifica che il Regno Unito contava circa 67,1 milioni di residenti a metà 2020 e 69,3 milioni a metà 2024, per poi salire a una stima provvisoria di 69,5 milioni a metà 2025. La cifra “58 milioni nel 2020” attribuita da Ratcliffe non trova riscontro nelle serie storiche ufficiali.
Sul contributo della migrazione internazionale alla crescita demografica recente non ci sono dubbi: ha inciso in maniera significativa negli ultimi due anni, come documentano i bollettini statistici. Ma “colonizzazione” è un concetto improprio sul piano analitico e caricato politicamente sul piano lessicale. Lo hanno rimarcato anche organizzazioni anti-discriminazione e gruppi di tifosi, sottolineando come quel linguaggio riecheggi narrazioni estreme che dipingono i migranti come “invasori”.
“Offensivo e sbagliato”. Con queste parole, il premier Keir Starmer ha chiuso ogni spazio all’ambiguità, chiedendo a Ratcliffe di scusarsi “immediatamente”. Anche Downing Street ha bollato la sortita come divisiva, rimarcando l’identità di Britain come Paese “orgoglioso, tollerante e diversificato”. La pressione istituzionale si è saldata con le voci della società civile e del calcio, che hanno parlato di un lessico in grado di alimentare ostilità e polarizzazione.
Nelle ore successive alla bufera, lo stesso Ratcliffe ha diffuso una dichiarazione in cui afferma di essere “dispiaciuto” di aver offeso “alcune persone”, chiarendo che l’intenzione era richiamare la necessità di una immigrazione ben gestita e orientata alla crescita. Un tentativo di raffreddare il clima, ma che non cancella la scivolata iniziale né l’uso di una parola che ha acceso micce sensibili.
Questi elementi non negano che l’immigrazione sia un tema politico concreto — volumi, composizione e capacità di integrazione contano — ma restituiscono una cornice più solida: parlare di “colonizzazione” significa scivolare da un terreno di politiche pubbliche e numeri verificabili a quello delle metafore belliche. E, quando si maneggiano parole così pesanti in un Paese attraversato da fratture sociali, il confine tra dibattito e polarizzazione si assottiglia pericolosamente.
Nel mondo del calcio, la reazione è stata immediata. Il Manchester United Muslim Supporters Club ha parlato di lessico che “riecheggia narrazioni dell’estrema destra”, invocando una guida che unisca e non divida. Altri gruppi organizzati hanno espresso preoccupazione per la ricaduta di simili dichiarazioni sulla comunità globale di Old Trafford, costruita — ricordano — su giocatori, staff e tifosi di ogni provenienza. L’FA ha fatto sapere di voler valutare se il caso configuri una possibile violazione degli standard, fino a “portare il gioco in discredito”.
La questione tocca un nervo scoperto: il calcio inglese ha fatto della parola inclusione un pilastro normativo e culturale, tra campagne ufficiali e programmi educativi. Quando un co-proprietario di un club con la statura internazionale dello United usa il termine “colonizzazione”, lo scontro non è più confinato alle policy migratorie; entra in collisione con i valori dichiarati dallo sport e con la sensibilità di milioni di tifosi.
La figura di Sir Jim Ratcliffe non è nuova alla politica. Sostenitore della Brexit, con un profilo imprenditoriale globale e una residenza a Monaco dal 2020, è abituato a parlare di riforme “impopolari” anche nel calcio: tagli ai costi, riorganizzazioni, scelte dure. Nell’intervista finita al centro della tempesta ha indicato Nigel Farage come “uomo intelligente con buone intenzioni”, salvo poi estendere l’osservazione anche a Starmer, sempre all’insegna dell’idea che servano decisioni sgradite per “rimettere il Regno Unito in carreggiata”. La tesi manageriale è chiara; il linguaggio usato sulle migrazioni, però, ha spostato il focus dalle proposte al frame ideologico.
Sul fronte calcistico, Ratcliffe ha rivendicato di recente che le scelte “difficili” al Manchester United stiano cominciando a dare frutti, pur tra proteste su prezzi dei biglietti e disponibilità, e dopo esoneri pesanti in panchina. Ma la sovrapposizione tra leadership sportiva e attivismo retorico in politica amplifica ogni scossone: per un club che si promuove come globale e inclusivo, la linea tra opinioni personali e reputazione aziendale è sottilissima.
La sequenza è ormai nota: la dichiarazione, la clip virale, il rilancio dei media, le prese di posizione. Dalle colonne del Financial Times a The Guardian, passando per The Independent e le emittenti locali, il coro è diventato immediatamente nazionale. Stroncare il concetto di “colonizzazione” è stato un tratto comune; in parallelo, si è registrata la richiesta di chiarimenti o di scuse. Alcune sigle, da Kick It Out a Show Racism the Red Card, hanno sottolineato i rischi di un linguaggio stigmatizzante per le comunità migranti e per la coesione sociale.
Sul piano istituzionale-sportivo, l’FA ha avviato una valutazione preliminare per capire se l’uscita pubblica di un dirigente di primo piano configuri una violazione dei codici di condotta, con l’ipotesi di “danno d’immagine” per il calcio inglese. Uno sviluppo non scontato ma rivelatore del livello di allarme: in Premier League, la posta in gioco reputazionale è altissima.