Il caso
12 Febbraio 2026
Mario Balotelli
Una sera d’inverno, le luci di un impianto di prima divisione emiratina che somiglia più a un campo di quartiere che a una cattedrale del pallone. Una partita che scorre nervosa. Poi, il rumore che conosciamo fin troppo bene: quel coro sgraziato, quel «uh uh uh uh: vai a mangiare le banane». È qui, a Dubai, che Mario Balotelli racconta di essere stato colpito ancora una volta. «Qui non me l’aspettavo», ha scritto a caldo, affidando ai social lo sfogo e la richiesta di provvedimenti seri. Non è solo un episodio: è un test della tenuta delle regole, della volontà di farle rispettare e della cultura sportiva che vogliamo costruire.
Gli insulti sarebbero avvenuti durante Dubai City–Al Ittifaq, terminata 2-0 per i padroni di casa. A partita finita, Balotelli ha pubblicato una Instagram Story in cui denuncia abusi razzisti ripetuti, citando testualmente l’offesa «uh uh, vai a mangiare le banane» e aggiungendo che «non c’è assolutamente posto per il razzismo nel calcio né nella società». Il messaggio si chiude con un monito: «Enough is enough». Alcuni media stranieri, in relazione a un’altra gara disputata pochi giorni prima, citano invece Gulf United–Al Ittifaq del 6 febbraio (vinta 3-1 dagli ospiti) come scenario di analoghe offese. In assenza di comunicati ufficiali che precisino sede e minuto degli insulti, va registrata questa discrepanza di ricostruzioni, ferma restando la denuncia pubblica del calciatore. In ogni caso, il punto che resta è la gravità: se confermati, quei cori sono una violenza verbale inaccettabile. E il fatto che Balotelli senta il bisogno di dirlo «anche qui» - in un campionato nuovo, lontano da precedenti europei - amplifica l’urgenza di una risposta.

A gennaio 2026 il trentacinquenne Mario Balotelli ha firmato un contratto di due anni e mezzo con l’Al Ittifaq, club di Dubai nato nel 2020 e oggi in UAE First Division (la seconda serie locale). È il suo 14° club in carriera e il sesto Paese in cui gioca a livello professionistico. Il suo arrivo è parte di un progetto più ampio: la proprietà - guidata dall’imprenditore italiano Pietro Laterza, che è anche presidente del Chievo in Serie D - punta a rilanciare la squadra e a riportarla in quota in classifica. Lo stesso Laterza ha spiegato come l’operazione Balotelli sia nata da un’opportunità di mercato e da una precisa strategia sportiva. L’avvio in campo ha dato subito segnali: 6 febbraio 2026, Gulf United–Al Ittifaq 1-3, con SuperMario protagonista al gol e la squadra di Dubai capace di interrompere una serie negativa. Il risultato è certificato da più database e dalla piattaforma di dirette della federazione internazionale. Questo quadro rende ancor più indigesto l’episodio denunciato: in un club che investe per crescere e in un campionato che ambisce a consolidare il proprio appeal internazionale, gli insulti razzisti sono un boomerang reputazionale.
L’eco del caso di Dubai risuona perché si iscrive in una scia di episodi che hanno segnato la carriera di Balotelli e, più in generale, la storia recente del rapporto tra razzismo e stadi. Nel 2018, ai tempi del Nizza, Balotelli ricevette un cartellino giallo dopo aver segnalato all’arbitro cori razzisti provenienti dal settore ospiti a Dijon. L’organizzazione inglese Kick It Out definì quel provvedimento «inaccettabile», richiamando l’obbligo per i direttori di gara di fermare il match e seguire i protocolli anti-discriminazione. È un precedente che mostra come la sottovalutazione istituzionale sia parte del problema. Nel 2019, in Serie A, alla partita Verona–Brescia, Balotelli reagì calciando il pallone verso la curva dopo aver udito versi razzisti; il video fece il giro del mondo e alimentò un dibattito che coinvolse anche i leader delle tifoserie e le istituzioni sportive. Quei giorni hanno lasciato una lezione: negare l’evidenza o minimizzare non risolve, anzi incancrenisce. Se guardiamo ai fatti, le offensive cambiano stadio, lingua e latitudine, ma il meccanismo resta simile: una minoranza urlante condiziona il clima della partita, mette a disagio i giocatori neri e spesso spinge gli arbitri a decisioni tardive o inefficaci. Per questo, oggi a Dubai il tema non è “se” sia successo, ma “come” il sistema calcio reagirà.
Nel disegno sportivo dell’Al Ittifaq la figura di Balotelli ha un ruolo duplice: tecnico e simbolico. Il club, giovane (fondato nel 2020) e proiettato verso una crescita rapida, si è mosso con coraggio sul mercato. Lo dicono i profili scelti e le dichiarazioni del presidente Laterza, che in parallelo sta costruendo un Chievo ambizioso in Serie D e ha pianificato anche l’arrivo di Douglas Costa a Verona fino a giugno per poi spostarlo a Dubai. Una visione integrata che lega scouting, brand e risultati. Ma l’ambizione porta con sé obblighi: tutelare i propri tesserati dentro e fuori dal campo; pretendere sicurezza e rispetto in ogni stadio; collaborare attivamente con la lega per sanzionare e prevenire gli abusi. Perché il valore di un progetto non si misura solo dai punti o dai gol, ma dalla cultura che promuove.
L’episodio non interroga solo gli Emirati. Parla a chiunque creda che basti cambiare campionato per cambiare cultura. La verità è che il calcio resta uno specchio: se riflette intolleranza, non è colpa del riflesso ma della fonte di luce. Spetta a club, istituzioni e tifoserie scegliere cosa vogliono vedere: se la bellezza del gioco o il buio di insulti che spengono il talento. Nel frattempo, c’è una stagione da giocare. L’Al Ittifaq ha obiettivi concreti, una classifica da risalire, una rosa che prova a ritrovare equilibrio. Balotelli - 35 anni, un curriculum che attraversa Inter, Manchester City, Milan, Liverpool, Nizza - porta con sé esperienza e responsabilità. Il suo messaggio da Dubai non è una polemica: è un invito a proteggere il diritto di ogni giocatore a lavorare senza essere insultato per il colore della pelle. È la base minima per parlare di calcio. Se le istituzioni locali risponderanno con fatti, l’episodio potrà diventare un punto di svolta: non l’ennesima pagina nera, ma l’inizio di una stagione diversa, in cui il rispetto vale più di un coro e la dignità non va mai ai supplementari.