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La terza squadra di Milano è fantastica: «Vincere a casa della prima dopo gli anni della Serie D è una soddisfazione immensa»

Dal viaggio tra i Dilettanti al colpo da 3 punti nel tempio biancorosso: la mossa «senza dare punti di riferimento», il coraggio del tecnico

ALCIONE SERIE C - GIOVANNI CUSATIS

ALCIONE SERIE C - Giovanni Cusatis allena gli orange dalla stagione 2021-2022 ai tempi della Serie D

È il minuto in cui di solito si tira la riga e si archiviano le occasioni. Invece al 90+2’ lo stadio Romeo Menti si fa improvvisamente muto: un guizzo, una corsa liberatoria verso la curva avversaria, le braccia aperte come a dire «adesso sì». Il colpo è di Vincenzo Plescia, arrivato da poche settimane in arancione, che trasforma il cronometro in un detonatore emotivo e consegna all’Alcione Milano una vittoria dal peso specifico enorme. Dall’altra parte c’è la capolista LR Vicenza, una macchina che negli ultimi mesi ha macinato punti, record, partite senza sconfitte: batterla «in casa loro» non è un episodio, è un segnale. Un segnale tecnico, identitario, quasi esistenziale per un club che solo ieri abitava i Dilettanti e oggi osa guardare negli occhi una «corazzata».

VINCERE AL MENTI NEL 2026 VA OLTRE I 3 PUNTI
Non è solo la cartolina di una trasferta romantica. Il Menti, in questa stagione, è diventato un metronomo di certezze per i biancorossi: una serie lunga di gare senza cadute e una striscia d’imbattibilità complessiva che aveva superato quota 25. In più, la classifica parlava di capolista lanciata, difesa granitica, approcci dominanti e un vantaggio robusto sulle inseguitrici. Che l’Alcione si presentasse qui e portasse via il bottino pieno, al termine di un confronto tirato e maturo, è il tipo di risultato che ridisegna gerarchie mentali e riaccende l’immaginario di un gruppo. Lo testimoniano numeri e cronache della vigilia e del post: Vicenza veniva da una lunga serie utile e da una continuità casalinga spaventosa; l’1-0 arancione è arrivato proprio mentre tutti stavano già dividendo idealmente i punti.

LA CHIAVE TATTICA: «NIENTE PUNTI DI RIFERIMENTO»
A fine gara Giovanni Cusatis non alza la voce. La sua analisi è chirurgica: «Venire a vincere al Menti dopo il percorso dalla Serie D è una soddisfazione immensa». Poi spalanca il cofano del piano-partita: affrontare una squadra «fortissima» non significa chiudersi. Anzi. L’idea è stata quella di togliere coordinate alla retroguardia biancorossa, «non dare punti di riferimento» utilizzando Matteo Tordini come terminale mobile, così da evitare di scivolare in un contesto di pura difesa posizionale. Un manifesto di coraggio e identità, che l’allenatore riassume in un concetto cardinale: «giocare a viso aperto» basandosi sul proprio «palleggio», accettando i rischi ma imponendo il proprio codice tecnico. Sono parole che s’incastonano perfettamente con la prova di campo: baricentro elastico, linee corte, ripartenze con criterio, gestione mentale dei momenti e la prontezza di colpire quando l’avversario cala.

IL COLPO DI CODA: PLESCIA, UN GENNAIO CHE DIVENTA MARZO IN ANTICIPO
I finali non mentono mai. Il sigillo arriva nel recupero, con Plescia, attaccante classe 1998, prelevato in prestito dal Sorrento a fine gennaio, puntuale nel trasformare l’ultima, vera palla pesante: servizio dentro, attacco alla zona e freddezza da centravanti «con chilometri nelle gambe». Per lui è il primo gol in arancione, il più simbolico possibile: non solo perché vale tre punti, ma perché fotografa il progetto di Cusatis e della società, che a metà stagione hanno aggiunto un profilo verticale e fisico per dare soluzioni diverse nei finali sporchi. Cronache e database di giornata certificano: «V. Plescia 90+2’ (assist Pitou)». Un dettaglio che diventa cornice.

DALLA SERIE D AL «MENTI», UNA VITTORIA DI STRUTTURA
Per capire la portata dell’impresa, bisogna tornare indietro. L’Alcione è entrato nel mondo dei professionisti nel 2024, al termine di un viaggio metodico iniziato con l’arrivo di Cusatis e scandito da una cultura del lavoro che ha ridotto le distanze con le «grandi». La promozione è stata il momento-simbolo, ma il trasferimento nei professionisti ha presentato subito un conto logistico: stadio non disponibile in città, panchina «nomade», lunghe settimane con «casa» fuori Milano. Dalla prima ipotesi di Fiorenzuola d’Arda nella stagione d’esordio in Serie C, per ragioni infrastrutturali, fino al successivo approdo all’Ernesto Breda di Sesto San Giovanni: una mappa domestica in movimento che però non ha scalfito l’asse identitario squadra–allenatore. Portarsi dietro tutto questo fino al Menti e uscirne vincitori dice di una maturità che non è più solo situazionale, ma sistemica.

LE PAROLE CHE RESTANO: «ORGOGLIO» E «MISURA»
C’è un passaggio del discorso di Cusatis che merita di essere isolato: battere «la capolista che sta dominando il campionato» è «un orgoglio», ma «non cambia il valore assoluto del Vicenza». Dentro questa chiosa c’è una doppia radice: il rispetto dell’avversario (e della competizione) e la consapevolezza di un cammino che non si esaurisce nel clamore di un pomeriggio. Saper vincere anche nel modo in cui si parla della vittoria è un tratto distintivo delle squadre che puntano alla crescita sostenibile. Il successo del Menti non è una parentesi, ma l’ennesima conferma di un metodo che ha reso l’Alcione riconoscibile, e quindi preparato a giocarsi le partite «che contano».

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