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Anche il Campione del Mondo di Italia '90 chiede trasparenza: «Vogliamo vedere i conti»

Una richiesta corale di 150 ex tesserati scuote il sistema sul Fondo di Fine Carriera: tra percentuali, norme e diritti c'è in ballo tanto

THOMAS BERTHOLD

Anche Thomas Berthold tra gli ex tesserati che hanno chiesto chiarezza sul Fondo di Fine Carriera, a fare capofila del gruppo l'ex portiere di Serie A Emiliano Viviano

La scena è una sala riunioni romana, tappa ordinaria per conferenze stampa. Ma a cambiare il tono è l’insistenza di una domanda, posta più volte, con voce pacata e ferma: «Dov’è scritto, chi decide, dove sono i numeri?». È la richiesta di trasparenza che oltre 150 tra ex calciatori, ex allenatori e tesserati rivolgono al Fondo di Fine Carriera, l’ente che, dal 1975, custodisce gli accantonamenti destinati all’«indennità» di chi, nel calcio Professionistico, ha chiuso il proprio percorso. Una questione apparentemente tecnica che, in realtà, tocca un nervo scoperto: la fiducia tra istituzioni e lavoratori dello sport, e il diritto dei contribuenti a conoscere gestione e risultati di un patrimonio comune.

COS'È IL FONDO E PERCHÈ SE NE PARLA ADESSO?
Il Fondo di accantonamento delle indennità di fine carriera per giocatori e allenatori di calcio è un’associazione non riconosciuta, senza scopo di lucro, creata per erogare un’indennità di fine rapporto ai calciatori e agli allenatori al termine della carriera professionistica o del rapporto con la FIGC. L’architettura giuridica trae origine dall’art. 4, comma 7, della Legge 91/1981 ed è oggi inquadrata anche nel D.Lgs. 36/2021 (riforma dello sport), art. 26, comma 4, che consente alle federazioni di costituire fondi per il trattamento di fine rapporto. In altre parole: una sorta di «TFR del calcio», regolato da statuti e prassi del settore. 1) Il perimetro è ampio: dal 1975 ad oggi il Fondo riguarda circa 60.000 tesserati di Serie A e Serie B, oltre ai professionisti della Serie C. L’argomento, quindi, non è marginale: parliamo di una platea imponente di lavoratori sportivi che hanno alimentato e alimentano il sistema con una quota del proprio stipendio. 2) Le regole contributive storicamente prevedono che alle casse del Fondo affluisca il 7,50% dello stipendio lordo mensile del calciatore professionista: 6,25% a carico della società e 1,25% trattenuto al giocatore, entro un massimale annuale indicizzato ISTAT. Al termine dell’attività, l’iscritto può chiedere la liquidazione di quanto accantonato. Dal 2019 sono attive procedure online dedicate per visualizzare la posizione e richiedere il ritiro dell’indennità. In questo quadro si inserisce l’iniziativa promossa da un gruppo crescente di ex tesserati, appoggiati da una società di consulenza e da uno studio legale, per ottenere maggiore accessibilità ai bilanci e agli atti del Fondo. È un passaggio cruciale: se i contributi sono «di tutti», conoscere come sono stati amministrati diventa un requisito minimo di buona governance.

LA MICCIA: LA RICHIESTA DI VIVIANO
Al centro della notizia c’è l’ex portiere Emiliano Viviano, che attraverso i propri legali ha formulato una richiesta formale di esibizione dei bilanci del Fondo relativi agli anni della sua attività, richiamando l’art. 19 dello Statuto. La vicenda è finita davanti al Tribunale di Roma: una decisione del giudice potrebbe delineare, per la prima volta in modo netto, i confini del diritto di informazione e controllo dei membri del Fondo. Un pronunciamento destinato, plausibilmente, a fare giurisprudenza. La platea che affianca Viviano non è casuale: oltre 150 nomi, tra cui l’ex campione del mondo Thomas Berthold e l’ex calciatore e oggi agente Lorenzo Marronaro, hanno sottoscritto l’appello. Sul tavolo c’è un principio semplice quanto dirimente: se un ente vive di contributi obbligatori legati ai contratti dei calciatori, chi contribuisce deve poter vedere i conti, capirne politiche di impiego, costi di gestione, rendimenti e parametri di erogazione.

COME FUNZIONA IL FONDO, ACCESSO E PROCEDURE
Per il lettore che vuole orientarsi, ecco gli elementi chiave: 1) Contributo standard: 7,50% della retribuzione lorda mensile (di cui 6,25% società, 1,25% atleta), entro massimale variabile. È il pilastro storico delle entrate. 2) Platea: calciatori e allenatori professionisti delle leghe maschili, oltre agli allenatori federali che cessano il rapporto con la FIGC. 3) Strumenti digitali: portale dedicato per controllo posizione e ritiro gratuito dell’indennità al termine della carriera. Le password sono fornite dai club o richieste tramite AIC per gli ex professionisti. 4) Inquadramento normativo: dal «mondo» della Legge 91/1981 al perimetro del D.Lgs. 36/2021, che armonizza il lavoro sportivo e richiama, per analogia, il TFR. Rilevanti anche i profili fiscali aggiornati nel TUIR in coerenza con la riforma. Questi tasselli aiutano a comprendere quanto la trasparenza non sia uno slogan, ma una necessità pratica: solo se i flussi sono tracciabili e comunicati in modo chiaro, i beneficiari possono programmare i propri diritti economici a fine carriera.

TRASPARENZA, UN TEMA SISTEMICO E NON SOLO «DI CATEGORIA»
L’appello degli ex tesserati arriva in un momento in cui la parola trasparenza è diventata centrale nei rapporti tra istituzioni calcistiche, club e lavoratori. Sul piano internazionale, basti ricordare il recente braccio di ferro tra FIFA e FIFPRO, con accuse incrociate proprio sul terreno della chiarezza dei conti e della governance. Segnale che il tema non è locale, ma strutturale per la credibilità dell’ecosistema. In Italia, il contesto economico del calcio professionistico resta sfidante: secondo il ReportCalcio 2025, il business complessivo ha superato i 4,5 miliardi di euro nel 2024 ma con una storica fragilità dei conti (oltre 80% dei bilanci in rosso nell’ultimo quindicennio). Anche con segnali di miglioramento, compressione del rapporto stipendi/ricavi al 56,5%, l’industria continua a convivere con indebitamento e margini ridotti. Un quadro che rende ancora più importante la buona amministrazione dei fondi collettivi.

UNA VICENDA CHE RIGUARDA ANCHE CHI GIOCA OGGI
La domanda che un Professionista in attività dovrebbe porsi è semplice: «Se mi fermassi domani, saprei con esattezza quanto ho accumulato, quali tempi avrei per la liquidazione, quali costi gravano sulla gestione e chi decide le linee d’investimento del Fondo?». L’appello degli ex tesserati non è un atto di accusa indiscriminato, ma un richiamo a dotarsi, e a comunicare, di standard minimi di accountability: bilanci consultabili, report periodici, organi di controllo noti, regole di accesso univoche. In un’industria che nel 2024 ha toccato i 4,5 miliardi di euro di valore, la cura dei fondi collettivi è anche una forma di tutela sistemica.

UN NODO CULTURALE, DAL SEGRETO ALLA CULTURA DEL DATO
Il calcio italiano ha compiuto passi avanti nella rendicontazione: la stessa FIGC sottolinea, nei suoi documenti ufficiali, un percorso di trasparenza avviato dal 2011 con il ReportCalcio e con una comunicazione più frequente dei bilanci federali. È un orizzonte che può e deve contagiare anche i fondi di settore, specie quando incidono sulla vita economica dei professionisti a fine carriera. Il passaggio dalla riservatezza alla cultura del dato non è semplice: implica competenze, strumenti digitali, procedure e, soprattutto, una volontà politica chiara. Ma è un investimento che ripaga in fiducia e stabilità del sistema. E, nel medio periodo, riduce anche il rischio di contenziosi e conflitti reputazionali.

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