Serie A
17 Febbraio 2026
Federico La Penna
Una porta socchiusa, un pianerottolo in silenzio e un telefono che vibra senza sosta. Dentro casa, un fischietto di 43 anni - di professione anche avvocato - scorre messaggi che non parlano più di calcio, ma di “pistole”, “coltelli” e indirizzi di casa. È lo stesso uomo che, poche ore prima, ha estratto un secondo cartellino giallo a Pierre Kalulu per un presunto fallo su Alessandro Bastoni. È l’arbitro Federico La Penna. La partita è stata Inter-Juventus, il giorno è stato il 14 febbraio, il punteggio finale 3-2 per i nerazzurri. Il resto è un’ondata di rabbia, minacce, accuse e scuse. E un punto di domanda gigantesco: perché il VAR non può correggere un errore tanto evidente quando si tratta di una seconda ammonizione?
Al 42’ del primo tempo, con il risultato sull’1-1, La Penna mostra a Kalulu il secondo giallo per un contatto con Bastoni. Le immagini televisive mostrano un urto inesistente, con l’interista che accentua la caduta. La conseguenza è l’espulsione del difensore bianconero e oltre un tempo giocato in 10 contro 11 dalla Juventus. Gli sviluppi della gara sono noti: nella ripresa l’Inter torna avanti con Francesco Pio Esposito, poi il pari di Manuel Locatelli, quindi - al 90’ - la zampata di Piotr Zielinski che decide il 3-2. Il tabellino, le ammonizioni e i cambi fotografano una sfida ad alta tensione, capace di spostare equilibri di classifica e umori.
La decisione arbitrale, giudicata “chiaramente errata” dal capo degli arbitri Gianluca Rocchi, diventa il detonatore di un caso nazionale. La Juventus in campo chiede la revisione al VAR, ma il protocollo attuale non consente di visionare un secondo cartellino giallo che porta all’espulsione: si interviene solo su rosso diretto, fuorigioco, rigore ed errore di identità. È una regola che da anni lascia aperta una falla e che ora, dopo San Siro, non è più rinviabile.
È lo stesso Rocchi a chiamare le cose con il loro nome. Il designatore ammette l’errore di La Penna sulla seconda ammonizione a Kalulu, spiegando come il VAR non abbia potuto intervenire per norma, e punta l’indice anche sulla “simulazione chiara” di Bastoni. C’è l’assunzione di responsabilità sull’errore e, insieme, un’accusa al clima di furbizia diffusa che avvelena il gioco. Un doppio messaggio: servono strumenti tecnici migliori e serve una cultura sportiva meno indulgente con la simulazione.
Le parole di Rocchi non si fermano all’autocritica. In più interventi, ripresi da diversi media, il designatore parla di un campionato dove «si cerca in tutti i modi di fregare» gli arbitri: una denuncia che offre la misura dell’esasperazione dei direttori di gara, esposti a errori possibili e automatiche esecuzioni mediatiche. L’episodio di San Siro, nella narrazione pubblica, scivola in fretta dalla moviola alla gogna.
Quando il triplice fischio arriva, la partita ricomincia online. Sui profili di La Penna e dei suoi familiari arrivano centinaia di messaggi: insulti, minacce di morte, riferimenti all’indirizzo di casa. Il direttore di gara raccoglie screenshot, presenta denuncia alla Polizia Postale e la procura di Roma apre un fascicolo. Non solo: secondo le ricostruzioni giornalistiche, le forze dell’ordine consigliano all’arbitro di non uscire di casa nei giorni immediatamente successivi. È un passaggio simbolicamente fortissimo: dal campo al domicilio, dal fallo alla sicurezza personale. Una linea che non dovrebbe mai essere valicata.
L’episodio non riguarda solo La Penna. Anche Bastoni diventa bersaglio di un’ondata di offese e minacce, tanto da indurre il calciatore - e la moglie - a disattivare i commenti sui social. È l’altra faccia di un tifo che, in alcuni frangenti, tracima: il dissenso legittimo si trasforma in violenza verbale, con un effetto moltiplicatore alimentato da algoritmi e da una percezione sempre più alterata della posta in palio.
La domanda più ripetuta nelle ore successive è stata semplice: «Perché il VAR non ha corretto l’errore?». La risposta è nel protocollo IFAB: la tecnologia non può intervenire sui secondi cartellini gialli che comportano espulsione, ma solo su rossi diretti e pochi casi tassativi. È una scelta dettata dalla volontà di limitare il campo della revisione per non “arbitrare al monitor” ogni contatto di gioco. Ma l’esperienza di questi anni, e il caso di San Siro in particolare, mostrano l'inadeguatezza totale di un sistema che così non funziona: un secondo giallo “sbagliato” vale quanto un rosso diretto in termini di impatto, ma resta fuori dal perimetro della revisione on-field.
Proprio sull’onda di questo episodio, il dibattito internazionale accelera. L’IFAB discuterà a fine febbraio (assemblea generale prevista in Galles il 28 febbraio) un aggiornamento del protocollo per consentire l’intervento del VAR anche nei casi di espulsione determinata da un secondo giallo, quando vi siano “evidenze chiare” di errore. L’ipotesi più concreta - secondo le anticipazioni - è una prima applicazione già al Mondiale 2026, con possibile estensione ai campionati dalla stagione successiva. Se la norma fosse già stata in vigore, dicono gli addetti ai lavori, a San Siro si sarebbe richiamato La Penna al monitor, si sarebbe revocato il giallo a Kalulu e, verosimilmente, ammonito (o espulso per somma di ammonizioni) Bastoni per simulazione. Un controfattuale che rende ancora più urgente la correzione.
La tensione non si è limitata al campo. Nel tunnel, all’intervallo, c’è un confronto acceso tra figure di vertice della Juventus e la terna arbitrale. Il clima è incandescente; gli ispettori federali, secondo le ricostruzioni, prendono nota di ogni episodio per valutare eventuali provvedimenti. Sono scene che raccontano quanto l’episodio sia stato vissuto come spartiacque dentro il Derby d’Italia. Intanto, sul fronte dell’ordine pubblico, la Polizia Postale e la Procura di Roma si muovono rapidamente: si raccolgono prove digitali, si tracciano i profili da cui sono partite le minacce, si valuta l’eventuale perseguibilità penale. La raccomandazione - temporanea - di restare a casa per La Penna è parte di un protocollo di prudenza quando emergono minacce circostanziate a persone esposte. È il punto più basso di una china iniziata da un errore sul campo.
La notte di San Siro resterà negli archivi come una partita splendida e controversa: Inter che allunga in vetta, Juventus che sfiora l’impresa in 10, pubblico da 75.515 spettatori e un incasso oltre gli 8,5 milioni di euro. Ma resterà soprattutto come il caso che ha mostrato, senza più alibi, l’urgenza di aggiornare il protocollo VAR e quella - ancora più radicale - di estirpare la tolleranza per la simulazione. E come il caso che ci ricorda che la porta di casa di un arbitro non dovrebbe mai diventare una trincea. Se c’è un merito da riconoscere a questa brutta storia, è l’avere accorciato la distanza tra un principio e la sua applicazione: la tecnologia è utile solo se tutela l’equità. E l’equità, nel calcio, comincia dall’ammettere l’errore, dal correggerlo quando si può e dal proteggere chi è chiamato ogni settimana a decidere nel rumore.
In attesa delle decisioni dell’IFAB e degli esiti investigativi, restano tre indicazioni operative: inserire nei protocolli VAR la revisione del “secondo giallo da espulsione” in caso di errore evidente; inasprire la sanzione per la simulazione, responsabilizzando club e tecnici nell’educazione dei calciatori; intervenire con determinazione contro la violenza verbale online, perché la sicurezza di arbitri e familiari non può essere variabile dipendente dal risultato di una partita. Se il calcio è davvero uno sport e non un’ossessione, lo si misurerà dalla rapidità con cui saprà imparare da Inter-Juve. E dal coraggio con cui saprà cambiare.