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Champions League

Borussia, lezione d’Europa: Reggiani titolare a 18 anni e lo “schiaffo” che interroga l’Italia

La storia del difensore classe 2008 al Dortmund racconta molto più di una partita: e dice cosa significa valorizzare il talento senza paura

Luca Reggiani

Luca Reggiani, classe 2008 ex Sassuolo: schierato dal primo minuto nella partita con l'Atalanta

La scena è questa: è la sera di martedì 17 febbraio, il rumore denso del Signal Iduna Park si mescola all’eco di un prepartita teso, saltato persino il pranzo UEFA tra le due dirigenze, per antiche ruggini di mercato per il caso Inacio. Nella distinta del Borussia Dortmund c’è un nome che spicca per anagrafe e per coraggio: Luca Reggiani, classe 2008, titolare a 18 anni in una sfida di Champions League contro l’Atalanta. Pochi giri d’orologio e i gialloneri sono avanti: cross di Ryerson e stacco di Serhou Guirassy al 3’, poi il raddoppio di Maximilian Beier al 42’. Finirà 2-0, con il primo atto dei playoff che sorride a Dortmund. Ma il risultato, per una volta, è solo il contesto: la notizia è che un difensore italiano, cresciuto nel nostro calcio, ha trovato oltretutto l’esordio da titolare nel palcoscenico più esigente d’Europa. E l’ha fatto fuori casa, lontano dalla comfort zone, dentro l’idea di club che da anni investe su giovani, idee e metodo.

Un esordio che pesa: cronaca e cornice

La partita racconta di un Borussia pratico, verticale, capace di colpire subito e gestire poi, mentre l’Atalanta prova a riprendere il filo senza riuscire a incidere davvero negli ultimi 30 metri. Il dato fotografico è semplice: due gol nel primo tempo, ritmo spezzato e un ritorno a Bergamo da costruire con pazienza. Nella lettura tattica c’è anche il contesto-emergenze: il Dortmund si presenta con la coperta corta in mezzo alla difesa, e proprio da lì nasce lo spazio per Reggiani, promosso dal gruppo dei giovani alla prima squadra e poi subito gettato nel fuoco della Champions. È l’ennesima conferma di una cultura tecnica capace di fidarsi dei ragazzi quando l’allenatore - oggi Niko Kovac - intravede prontezza e affidabilità. C’è pure un corollario simbolico: alla vigilia, l’Atalanta decide di non presentarsi al tradizionale pranzo UEFA, protesta esplicita per il caso Samuele Inacio, talento del 2008 cresciuto a Zingonia e poi approdato proprio al Borussia. «Mancanza di rispetto», lo definisce l’ad Luca Percassi. Dentro il clima, un diciottenne italiano dal passato in Sassuolo si prende una maglia da titolare. Il resto lo fa il campo.

Chi è Luca Reggiani: traiettoria, formazione, identità tecnica

Origini e primi passi. Nato a Modena il 9 gennaio 2008, Reggiani cresce tra Castelvetro e settore giovanile del Sassuolo, dove si muove stabilmente già da bambino. A 16 anni - nel febbraio 2024 - sceglie la strada tedesca e firma per il Borussia Dortmund. Un passaggio di confine a misura di progetto: lingue, metodi, gare internazionali con le giovanili. È l’inizio di una curva di apprendimento che lo porterà in Under 19, poi in orbita prima squadra. La promozione interna, graduale e misurata. Nel 2025/26 la porta del professionismo si apre davvero: prima chiamato per Wolfsburg (esordio in Bundesliga nel finale), poi 45 minuti contro il Mainz e infine la prima dall'inizio in Champions contro l’Atalanta. Un’ascesa che segue una logica: il BVB accorcia i tempi senza strappi, perché riconosce nel ragazzo stabilità mentale e capacità di stare nella partita. «È un giovane che sta facendo progressi, per questo è nel gruppo dei grandi», la linea comunicativa del club affidata al tecnico. Profilo tecnico. Alto, strutturato, destro naturale, Reggiani nasce da centrale ma può adattarsi anche sul centro-destra. Nelle comparazioni “di scuola” qualcuno evoca il modello del difensore moderno: letture, anticipo, uscita palla pulita, linea alta senza panico. La suggestione più facile, dalle parti del Westfalen, porta a Mats Hummels: un paragone che oggi serve come cornice stilistica, non come sentenza.

“Schiaffo” all’Italia? La domanda che vale più della risposta

Il dibattito si accende quando si parla di “schiaffo” all’Italia. La parola è forte, ma intercetta una frizione reale: la difficoltà, nel nostro campionato, di trattenere e soprattutto valorizzare i giovani con tempi e responsabilità congrue. Lo si nota non solo dal caso Reggiani, ma dal flusso recente di difensori prospettici che hanno scelto l’estero. Giovanni Leoni (classe 2006) dal Parma al Liverpool per una cifra nell’ordine dei 35 milioni di euro complessivi tra parte fissa e bonus. Una scommessa inglese sul lungo periodo che l’Italia non ha trattenuto. Diego Coppola (classe 2003) dall’Hellas Verona al Brighton nell’estate 2025, poi in prestito al Paris FC a gennaio 2026: un altro centrale che ha scelto di completarsi oltre i confini, dentro contesti che spesso garantiscono minutaggio e traiettorie chiare. Non è una sentenza contro il sistema-Serie A - dove non mancano esempi virtuosi - ma un invito a guardarsi allo specchio. In fondo la stessa Atalanta, che ha fatto scuola nel valorizzare ragazzi, s’è ritrovata a gestire un corto circuito “emotivo” col Borussia per la vicenda Inacio, fino al gesto forte di non sedersi al tavolo del fair play. Segno che il mercato dei minorenni e delle cantere è terreno scivoloso, dove servono regole chiare e relazioni tra club all’altezza.

Cosa ci insegna davvero il caso Reggiani

L’importanza della “scaletta”. Reggiani non salta gradini: Under 17, Under 19, prime sedute coi pro, poi esordio in Bundesliga, quindi titolarità in Champions. Se il sistema protegge la progressione (allenamenti, feedback, video, dati), l’impatto in prima squadra è meno traumatico. Questa è programmazione, non azzardo. Il coraggio “misurato” dell’allenatore. La scelta di Niko Kovac non nasce in sala stampa, ma sul campo d’allenamento. Il tecnico legge disponibilità cognitiva, concentrazione e affidabilità nella gestione dello spazio profondo; decide di fidarsi, nonostante il contesto ad alta pressione. È un paradigma: non c’è gioventù senza fiducia reale. La gestione dell’errore. Un diciottenne in Champions può sbagliare. Quello che conta è la cornice: compagni che “sostengono”, staff che corregge, club che difende pubblicamente le scelte. È così che si costruiscono carriere. E - dettaglio non irrilevante - è così che un ragazzo, pure alla prima notte europea, non esita nei duelli e accetta la fisicità del contesto. Anche l’episodio dell’ammonizione al 18’ racconta un difensore già dentro la partita: lettura sporca il giusto, ma senza scomporsi dopo.

Prospettive: cosa succede adesso

Per il Borussia Dortmund il 2-0 dell’andata è un capitale importante, ma non definitivo: a Bergamo servirà la stessa attenzione sui primi 20 minuti, quando l’Atalanta di Raffaele Palladino proverà ad alzare la partita su ritmo e pressione. Per Reggiani, da qui in avanti, cambia la latitudine delle aspettative: la titolarità in Champions non è un punto d’arrivo, è la prova generale di un percorso che avrà curve e, inevitabilmente, qualche scossa. Il club lo sa e ha gli strumenti per accompagnarlo; l’Italia dovrebbe guardare questa storia non con invidia, ma con la voglia di replicarne il metodo dove possibile. Al netto delle partigianerie, ciò che resta è la fotografia di un sistema - quello del Borussia Dortmund - che non teme di affidare compiti veri a chi è pronto, e di un ragazzo - Luca Reggiani - che ha trasformato la propria prima maglia da titolare in Champions in un racconto di maturità. È una lezione che parla a tutti: ai club che formano, agli allenatori che scelgono, ai dirigenti che pianificano. Più che uno “schiaffo”, è uno specchio. Sta a noi decidere cosa farcene.

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