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«Un errore fa parte del gioco, non può diventare odio», l'Associazione Arbitri condanna le minacce del post Inter-Juventus

Insulti all'arbitro La Penna dopo il derby d'Italia, la risposta dell’AIA: «La vicinanza è piena e incondizionata, la violenza non è sport»

AIA - FEDERICO LA PENNA

L'arbitro Federico La Penna della sezione di Roma 1 è stato pesantemente bersagliato nei giorni scorsi dopo il derby Inter-Juventus

Era una sera d’inverno e il telefono di Federico La Penna vibrava senza sosta. Non erano i messaggi degli amici, né le solite notifiche post partita: erano parole di odio, minacce, la paura che passa dallo schermo e si siede di fianco al tavolo di casa. Fino al punto che, secondo quanto emerso dalle indagini e dalle raccomandazioni delle forze dell’ordine, all’arbitro è stato suggerito di evitare luoghi affollati e di limitare gli spostamenti. La cronaca ha superato il confine del campo: ciò che era nato come contestazione arbitrale dopo un fischio in Inter-Juventus è diventato un caso di ordine pubblico e di tutela personale. In questo scenario, la presa di posizione dell’Associazione Italiana Arbitri (AIA) non è un comunicato come gli altri: è un confine tracciato con forza, una chiamata alla responsabilità collettiva.

L'ASSE PORTANTE DEL COMUNICATO: TUTELA, CONDANNA, RESPONSABILITÀ
Con una nota diffusa nelle ore successive all’ondata d’odio online, l’AIA ha espresso «la più ferma condanna» per le minacce e gli insulti rivolti all’arbitro La Penna, ribadendo un concetto semplice ma cruciale: «Un errore, parte fisiologica del gioco, non può mai trasformarsi in una campagna d’odio». L’Associazione ha sottolineato la propria vicinanza piena e incondizionata al direttore di gara, anche sul piano legale, chiamando l’intero sistema a respingere derive che non appartengono allo sport. Nelle stesse ore, il Comitato Nazionale dell’AIA rafforzava il messaggio, richiamando la necessità di una cornice istituzionale stabile, in grado di rispondere con efficacia a episodi che travalicano il risultato del campo.

DALLE POLEMICHE AI REATI, COSA SAPPIAMO SULLE MINACCE
L’episodio scatenante è noto: durante Inter–Juventus, La Penna ha sventolato il secondo giallo a Pierre Kalulu per un contatto con Alessandro Bastoni, decisione giudicata in seguito come chiaramente errata dal designatore Gianluca Rocchi; un errore non emendabile al VAR perché il protocollo non consente la revisione delle seconde ammonizioni. Da lì, il salto di qualità delle reazioni: non più un dibattito acceso, ma un assalto personale con decine di messaggi minatori rivolti all’arbitro e alla famiglia. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo; La Penna ha presentato denuncia alla Polizia Postale, che ha raccolto gli elementi e trasmesso gli atti anche alla Questura. Il contesto è divenuto così serio da suggerire misure prudenziali sui movimenti dell’arbitro.

LA VOCE DELL'AIA: «QUESTO NON È SPORT»
Nel merito, la reazione dell’AIA non si è limitata alla solidarietà di facciata. Il vicepresidente vicario Francesco Massini ha parlato di «limite di civiltà e di sportività» superato, ribadendo che atti del genere «devono indignare tutti» e annunciando la disponibilità dell’Associazione ad agire a tutela dell’arbitro, sul piano umano e legale. È un cambio di passo lessicale e politico: riconoscere pubblicamente che oltre una certa soglia «non siamo più dentro lo sport» significa pretendere che la contesa torni entro regole condivise, senza sconti per chi le calpesta.

L'ERRORE TECNICO E I SUOI CONFINI: IL PUNTO SUL REGOLAMENTO
L’episodio di Kalulu ha rimesso al centro un tema tecnico-giuridico: la revisione con VAR delle seconde ammonizioni. Ad oggi, il protocollo non lo consente; il caso di San Siro ha mostrato la fragilità di questa lacuna. Secondo ricostruzioni giornalistiche autorevoli, l’ipotesi di estendere l’intervento tecnologico al secondo giallo è già sul tavolo e potrebbe trovare attuazione a breve, con una prima finestra temporale importante indicata attorno ai grandi tornei internazionali del 2026. È un passaggio tutt’altro che formale: permetterebbe di sanare in tempo reale errori potenzialmente decisivi senza però stravolgere la discrezionalità arbitrale.

UN PRECEDENTE CHE BRUCIA E UN TREND PREOCCUPANTE
Non è la prima volta che il sistema arbitrale italiano deve alzare la voce contro violenze e intimidazioni. Già nel 2025 l’AIA aveva «oscurato» il proprio sito come gesto simbolico, denunciando una sequenza di aggressioni, anche ai danni di arbitri giovanissimi, sui campi dei dilettanti. Il messaggio era netto allora, e lo è anche oggi: la violenza non è un effetto collaterale del calcio, è la negazione del calcio. Il rischio, se non si interviene, è che lo stillicidio quotidiano, dal campo di provincia ai riflettori della Serie A, produca una fuga dalle categorie arbitrali, impoverendo la base di un ruolo già di per sé complesso e impopolare.

IL PUNTO DA NON PERDERE: SEPARARE L'ERRORE DALL'ODIO
In ogni partita di calcio convivono tre dimensioni: la tecnica (quella delle scelte e dei gesti), la narrativa (quella delle interpretazioni) e l’emozione (quella del tifo). Quando l’errore arbitrale scivola nell’odio organizzato, abbiamo perso la misura. Lo dice con nettezza l’AIA: un fallo di giudizio resta dentro l’imprevedibilità del gioco, ma la violenza, fisica o digitale, non c’entra con il gioco. L’episodio di San Siro è stato un colpo duro per tutti, a partire da La Penna; l’auspicio è che diventi un punto di svolta, non l’ennesimo capitolo di una rissa permanente. Servono riforme intelligenti, un VAR più capace di correggere l’irrimediabile, una leadership istituzionale che protegga chi fischia e una comunità, quella del calcio, che torni a riconoscere i propri limiti prima di varcare la soglia dell’irreparabile.

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