Cerca

Lutto

Ci lascia una leggenda del calcio amato da tutti, portò per la prima volta la Nazionale ai Mondiali e diede spettacolo

Il tecnico che insegnò alla squadra di un altro paese a vincere e a piacere introdusse una rivoluzione di gioco, cultura e identità

NAZIONALE DANIMARCA - SEPP PIONTEK

Sepp Piontek ha allenato la Nazionale della Danimarca dal 1979 al 1990 raggiungendo una storica qualificazione ai Mondiali di Messico 1986

La scena è stampata nella memoria: Messico, 1986, sole alto e aria rarefatta. La Danimarca sfida l’Uruguay e in 90 minuti ribalta le gerarchie del calcio mondiale: 6-1, la firma più rumorosa della cosiddetta Danish Dynamite. A bordo campo, con lo sguardo pratico di chi pretende disciplina e concede libertà all’immaginazione, c’è un tecnico tedesco che parla un danese buffo ma chiarissimo nei principi: Sepp Piontek. Oggi quel custode di un’idea, più che di un modulo, non c’è più. È morto a 85 anni dopo una breve malattia, come confermato dalla famiglia ai media danesi e dalla federazione DBU. Alcune ricostruzioni indicano il decesso avvenuto il 18 febbraio 2026, con l’annuncio pubblico il 19 febbraio. La notizia ha rimesso in circolo immagini, frasi, suoni di un’epoca in cui una nazionale «periferica» divenne un manifesto calcistico globale.

UN RIVOLUZIONARIO SOBRIO
Chi lo ha conosciuto lo ricorda come uno stratega dal tratto umano spiazzante: rigore teutonico e umorismo lieve, esercizi con il cronometro e libertà di inventare tra le linee. È la sintesi che tanti allievi e successori, da Morten Olsen a Kasper Hjulmand, gli hanno attribuito in queste ore di cordoglio, sottolineandone l’impatto non solo tecnico ma culturale: una professionalizzazione del movimento, l’apertura alla mentalità vincente e alla cura dei dettagli, dalla preparazione atletica alla dieta. È la parte invisibile della «dinamite»: il detonatore.

DAL NORD DELLA GERMANIA AL CUORE DELLA DANIMARCA
Nato a Breslavia, oggi Wrocław, allora Breslau, il 5 marzo 1940, Josef Emanuel Hubertus «Sepp» Piontek è stato prima difensore e poi allenatore. Con il Werder Bremen ha vinto la Coppa di Germania nel 1961 e lo storico scudetto del 1965, disputando oltre 200 gare in Bundesliga e collezionando 6 presenze con la Germania Ovest. Un infortunio al ginocchio lo ha dirottato presto in panchina, aprendo una seconda vita nel calcio: Werder, Fortuna Düsseldorf, un’esperienza da selezionatore con Haiti, poi FC St. Pauli e infine la chiamata che lo avrebbe consegnato alla storia del gioco.

L'INCARICO CHE CAMBIA TUTTO: DANIMARCA, GENNAIO 1979
Quando la DBU gli affida la nazionale nel 1979, la Danimarca è un cantiere. L’introduzione sistematica dei professionisti in selezione è fresca, le abitudini sono artigianali, il talento abbonda ma è disperso. Piontek mette ordine, alza l’asticella quotidiana, codifica principi semplici e chiari: pressing coordinato, linee corte, coraggio nell’uscita dal basso, ampiezza e verticalità rapida. Nasce così una squadra riconoscibile che, prima ancora dei risultati, ottiene una rivoluzione identitaria. In 11 anni di panchina siederà per 115 partite ufficiali, trasformando la Danimarca in un riferimento tecnico ed estetico.

LA MICCIA ACCESA: EUROPEI 1984 E BATTESIMO MONDIALE
1) La prima grande scossa: Euro ‘84. A Euro 1984, dopo una qualificazione memorabile, inclusa la storica vittoria a Wembley, la Danimarca arriva fino alla semifinale, arrendendosi alla Spagna solo ai rigori. Da lì in poi l’etichetta «Danish Dynamite» smette di essere un jingle per diventare un’identità tattica: aggressività ordinata, qualità sopra la media, transizioni rapide, tanto coraggio. I nomi sono già culto: Allan Simonsen, Preben Elkjær, Søren Lerby, Frank Arnesen, Morten Olsen, poi l’ascesa di Michael Laudrup. La consacrazione globale: Messico ‘86. Il mondiale in Messico 1986 è l’album che tutti ricordano. La Danimarca travolge l’Uruguay 6-1, doma la Germania Ovest 2-0, gioca a campo pieno, diverte e comanda. Agli ottavi, ancora la Spagna interrompe il sogno con un 5-1 segnato dalle reti di Emilio Butragueño. È una caduta fragorosa, ma dentro c’è la prova definitiva che una nazionale fino a ieri «minore» può imporre un calcio offensivo e riconoscibile ai massimi livelli.

I NUMERI CHE SPIEGANO L'IMPATTO
Sotto Piontek la Danimarca centra tre grandi tornei: Euro 1984, Mondiale 1986, Euro 1988. Nessuna impresa effimera: è la regolarità a certificare la svolta. La prima qualificazione mondiale della storia danese arriva nel 1986: è il risultato-simbolo di un processo iniziato anni prima, tra metodo e formazione. L’«effetto Piontek» continua oltre il suo mandato: l’uscita di scena nell’aprile 1990 dopo la mancata qualificazione a Italia ‘90 non dissolve quanto costruito. Due anni dopo, con Richard Møller Nielsen, la Danimarca vince a sorpresa Euro 1992. I semi, dirà più di un protagonista, erano stati piantati dal tecnico tedesco.

L'ADDIO E LE VOCI DI CHI RESTA
La DBU lo ha definito «una delle figure più influenti nella storia del nostro calcio», mentre dalle parole di ex allievi e colleghi emerge soprattutto la gratitudine: il merito di aver reso «normale» ciò che prima era impensabile, cioè la qualificazione regolare dell’undici danese ai grandi tornei. Anche Werder Bremen ha ricordato il suo ex difensore e allenatore come «una personalità straordinaria, ambasciatore del calcio tedesco e idolo del pubblico». Sono testimonianze che raccontano l’uomo almeno quanto l’allenatore.

DOPO LA DANIMARCA: TURCHIA E ORIZZONTI LONTANI
Chiusa l’esperienza a Copenaghen nel 1990, Piontek guida la Turchia fino al 1993, lasciando un’eredità di organizzazione e mentalità che molti, a Istanbul come ad Ankara, considerano un punto di svolta verso la modernizzazione del movimento. Seguono esperienze nei club, Bursaspor, e un ritorno in Danimarca. A metà anni Novanta siede anche sulla panchina dell’AaB per una stagione (1995-1996), mentre all’inizio dei Duemila completa il suo itinerario da «allenatore-esploratore» dando una mano pure alla rappresentativa della Groenlandia. Non trofei da prima pagina, ma il filo rosso della cultura del lavoro che lo ha sempre accompagnato.

UNA STORIA CHE PARLA A CHI ALLENA OGGI
In giorni come questi, le parole rischiano di scivolare sul luogo comune. Ma la vita professionale di Sepp Piontek è un antidoto naturale alla retorica: non ci sono frasi fatte che reggano davanti a un’eredità che ha cambiato i calendari (più tornei giocati), i metodi (più attenzione ai dettagli), il gusto (più calcio propositivo). Nel suo percorso, dal Werder alla Danimarca, dalla Turchia alla Groenlandia, tutto sembra tenuto insieme da un’idea elementare e attualissima: migliorare le persone per migliorare le squadre. L’ultima immagine utile non è quella di un trionfo, ma di un tempo lungo fatto di seminagione quotidiana. La Danimarca che oggi considera «normale» qualificarsi ai grandi appuntamenti nasce lì, nella pazienza di chi ha insegnato a una generazione a crederci e a provarci con metodo. Per questo l’addio di Sepp Piontek non riguarda solo chi ha amato la Danish Dynamite: parla a chiunque, in qualsiasi spogliatoio, pensi che il calcio offensivo non sia un rischio, ma un patrimonio da coltivare.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Sprint e Sport

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter