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Gli argentini hanno un problema con la Coppa del Mondo: il gesto di Otamendi a Vinicius è emblematico

Cantano: «Questa pazzia non cercare di comprenderla», ma forse ora non la capiscono più neanche loro

Nicolas Otamendi

CHAMPIONS LEAGUE BENFICA-REAL MADRID • Nicolas Otamendi che mostra a Vinicus Jr. il suo tatuaggio con i trofei vinti con l'Albiceleste

Gli argentini sono tornati a vincere un Mondiale dopo più di 36 anni dall'ultima volta — 36 anni, 5 mesi e 19 giorni, per la precisione — e da quel momento non hanno semplicemente festeggiato: hanno aggiornato il proprio sistema operativo del calcio. Qatar 2022 è diventato lore, canon, materiale da meme prima ancora che storia sportiva. La sconfitta iniziale contro l'Arabia Saudita trasformata in episodio pilota, la ripartenza contro il Messico vissuta come un reset emotivo collettivo, la finale con la Francia scritta con la stessa logica narrativa dei finali che devono essere esagerati per risultare credibili: una telenovela. Il loro uomo simbolo Lionel Messi ha alzato il trofeo a 35 anni e il Bisht è rimasto un dettaglio estetico, come una skin rara: notato, ma irrilevante rispetto alla missione completata.

A rendere il tutto definitivo ci ha pensato il coro dei La Mosca Tsé-Tsé, diventato immediatamente patrimonio condiviso, ripetuto ovunque fino a perdere il significato originale e diventare atmosfera. Ma il passaggio davvero interessante è arrivato con un altro brano. Gli argentini non hanno prodotto un solo inno celebrativo: ne hanno costruiti due, e il secondo non è servito a "spiegare" la vittoria — è servito a codificarne il comportamento. «Muchachos» chiedeva la tercera. «Pa' la Selección» degli artisti La T y la M spiegava come esistere dopo averla ottenuta. Non celebrare, ma vestire per sempre i panni di quello stato emotivo. È qui che la Coppa del Mondo smette di essere un trofeo e diventa un argomento. Sempre valido. Sempre spendibile. Anche fuori contesto. Anche anni dopo. Anche mentre stai perdendo.

COS'È SUCCESSO FRA OTAMENDI E VINICIUS

Il caso Prestiani-Vinicius Jr. è indubbiamente l'episodio che ha suscitato maggior clamore mediatico attorno a quel Benfica-Real Madrid valido per l'andata dei playoff di Champions League, vinta per 1-0 dagli spagnoli. Durante la partita, però, c'è stato anche un siparietto che solleva una questione. Minuto 95, corner a favore del Real Madrid. Nicolás Otamendi e Vinicius Jr. non si scambiano quelle che potrebbero essere le rispettive opinioni rispetto alla performance di Bad Bunny all'Halftime Show del Super Bowl LV. E pensare che entrambi fanno parte di quell'America Latina che tanto si è unita sotto una sola bandiera negli ultimi giorni, proprio in seguito all'esibizione di Benito Antonio Martínez Ocasio.

Non si capisce chi cominci, né cosa si dicano esattamente il difensore argentino e l'attaccante brasiliano. Quello che, però, appare chiaro, è il gesto di sfottò di Otamendi: si solleva la maglia e mostra a Vini il tatuaggio sul ventre con i primi tre trofei vinti dal ciclo Scaloni — Copa America 2021, Finalissima e Coppa del Mondo 2022. Nello specifico, Otamendi indica a Vini quella al centro, per ricordargli che lui è Campione del Mondo, mentre il brasiliano no.

Un gesto da canchero come si suole dire nell'America Latina calcistica. Da ganassa, si potrebbe intendere a Milano. Spaccone, per tutto il resto d'Italia. Un atteggiamento terribilmente comune nell'universo sudamericano. Non fosse per il fatto che in quello specifico momento Otamendi e il Benfica stavano perdendo 1-0 in casa, con gol proprio del tanto controverso Vinicius. E qui il gesto smette di essere semplice provocazione da campo e diventa quasi un riflesso automatico. Non un insulto creativo, non la tensione del momento, ma una risposta preimpostata: «Io ho vinto il Mondiale». A prescindere dal risultato, dal minuto, dal contesto. Un argomento sempre valido, sempre pronto.

GLI ARGENTINI HANNO UN PROBLEMA CON LA COPPA DEL MONDO?

«Muchachos» è impossibile dimenticarla. La sua melodia è diventata centrale anche per alcuni cori nostrani. L'altra faccia della medaglia è «Pa' la Seleccion», brano degli artisti La T y la M pubblicato anch'esso a ridosso di Qatar 2022. Al suo interno troviamo alcuni passaggi chiave per comprendere quello che può passare nella testa di un argentino per permettersi di fare lo spaccone al 95esimo sotto per 1-0.

Prendiamo una delle trasmissioni calcistiche più seguite in Argentina: «Puerrul», condotta dallo streamer Davo Xeneize (all'anagrafe David Quint) e il giornalista Gaston Edul. Non si tratta di una trasmissione a scopo esclusivamente informativo: i due, amici al di fuori delle rispettive professioni, si divertono, scherzano e molto spesso cantano in modo euforico «Esta locura no la trates de entender», una delle frasi della canzone di La T y la M. In italiano: questa pazzia non provare a comprenderla.

E infatti è lì il punto. Per gli argentini il loro attaccamento verso l'Albiceleste non è tifo, è metafisica. Non è orgoglio sportivo, è identità nazionale permanente. Non è una vittoria: è una condizione esistenziale. Un altro passaggio del brano riporta «soy argentino me sobran los huevos», traducibile più sobriamente con sono argentino non mi mancano gli attributi. Tutte frasi che spiegano il delirio di onnipotenza che vive un argentino oggi giorno. Lui è Campione del Mondo, tu no. La sua Nazionale ha sollevato al cielo il trofeo più ambito di tutti, la tua no.

Il Brasile di Vinicius in bacheca ne vanta cinque di quei trofei, ma non importa: la cronologia conta più della storia. Conta l'ultimo capitolo, non l'enciclopedia. Conta che nel 2022 eri sul tetto del mondo, quindi lo sei ancoraanche mentre stai perdendo, anche mentre l'avversario è in attacco, anche se sei in pieno recupero di un playoff di Champions League. Perché il punto non è vincere quella partita. Il punto è che qualsiasi partita, per loro, non sarà mai davvero più importante di quella giocata in Qatar. Sono i Campioni del Mondo e possono permettersi di ricordartelo anche al 95esimo sotto di un gol. Perché loro hanno trionfato nel 2022. Esatto, quattro anni fa.

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