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Il caso

L'ex difensore di Inter e Cagliari condannato a otto mesi per spaccio: «Mai venduto droga»

Dalle promozioni con Lecce e Cagliari ai corridoi del Tribunale di Piacenza: la nuova sentenza su un caso nato nel 2019

Fabio Macellari

Fabio Macellari

All’uscita dall’aula del Tribunale di Piacenza, la porta metallica si richiude con un tonfo secco. Dietro, resta l’immagine di Fabio Macellari, 50 anni, un tempo terzino sinistro di Serie A, che ascolta il verdetto: 8 mesi di reclusione e 1.800 euro di multa per spaccio di droga. È il punto fermo - almeno per ora - di un procedimento iniziato nel 2019 con un’indagine dei Carabinieri di Bobbio e approdato, in questi giorni di febbraio, a una condanna in primo grado. Una pagina amara per un calciatore che aveva assaggiato la cima del nostro calcio con Cagliari, Inter, Bologna e, più indietro, la cavalcata promozione del Lecce di fine anni ’90, prima di una parentesi in C1 con il Pavia. Dopo la lettura della decisione, Macellari è stato ricondotto nella stessa struttura dove si trova già detenuto: il carcere delle Novate di Piacenza, dove sta scontando una pena a 5 anni inflitta dal Tribunale di Cagliari per maltrattamenti nei confronti dell’ex compagna ed estorsione ai danni della madre della donna.

Il verdetto: una condanna che si aggiunge a un percorso giudiziario già segnato

La decisione del Tribunale di Piacenza fissa la pena a otto mesi di reclusione e una sanzione di 1.800 euro. Secondo quanto ricostruito dalla stampa locale, il giudice ha ritenuto l’ex calciatore responsabile di un episodio di cessione di stupefacenti, mentre per altri capi d’imputazione è arrivata l’assoluzione con la formula «il fatto non sussiste». È un passaggio che ridimensiona, seppur senza cancellarlo, il perimetro della contestazione: non un traffico strutturato, ma un episodio circoscritto che la difesa aveva cercato di ricondurre a un uso personale mai finalizzato alla vendita. Dopo la pronuncia, l’imputato è stato nuovamente tradotto alle Novate, dove sta espiando la pena definitiva di 5 anni disposta dal Tribunale di Cagliari. Resta da stabilire, sul piano dell’esecuzione penale, come la nuova condanna si collocherà nel cumulo delle pene.

Le parole dell’ex terzino: «Non ho mai venduto cocaina»

Nel corso dell’udienza, Fabio Macellari ha reso dichiarazioni spontanee sottolineando di non aver mai ceduto droga a terzi. Ha ammesso un passato di consumo personale, riconoscendo di aver danneggiato prima di tutto sé stesso, ma ha escluso una qualunque attività di spaccio. «Cedere droga non mi appartiene», ha spiegato, rivendicando di aver sempre rifiutato quell’etichetta anche nei momenti più difficili del dopo-carriera. Il tribunale ha invece riconosciuto un singolo episodio di cessione, non condividendo la tesi difensiva nella sua interezza.

L’ennesimo capitolo giudiziario di Fabio Macellari fa riemergere il contrasto tra il talento espresso sul campo e una parabola personale tormentata. Cresciuto nella provincia calcistica, l’ex terzino ha trovato il suo picco tra la fine dei Novanta e l’inizio dei Duemila: Cagliari, poi la chiamata dell’Inter e il passaggio al Bologna; quindi il ritorno in rossoblù e via via un percorso che lo ha portato a scendere di categoria, fino alle esperienze nei dilettanti. Nel mezzo, un tassello che qui interessa direttamente: la parentesi 2004-05 al Pavia in C1, con 11 presenze sotto la guida di Marco Torresani, prima di chiudere a metà stagione per trasferirsi in Serie B con la Triestina. Sono segmenti di carriera che oggi tornano alla memoria soprattutto nei territori toccati dal suo passaggio, come il Pavese e il Piacentino.

Lecce, Inter e Bologna: l’ascesa e la frattura

Prima di arrivare ai grandi palcoscenici, Macellari aveva costruito una credenziale tecnica precisa: terzino mancino, gamba e aggressività, protagonista nella doppia scalata del Lecce dalla C1 alla A nel biennio 1995-1997. Quella spinta gli varrà il salto al Cagliari e l’ingresso nell’élite del campionato. Tra i fotogrammi che restano, anche nelle cronache d’archivio, c’è il suo fisico asciutto e la corsa in pressione alta: una firma tattica che, per un periodo, gli spalancò porte importanti.

La chiamata dell’Inter all’inizio degli anni Duemila certifica quanto Macellari fosse considerato affidabile per un salto di livello. L’avventura nerazzurra non decolla come previsto e l’approdo al Bologna si trasforma in uno spartiacque: un grave infortunio ne condiziona in modo decisivo la competitività, innescando la fase discendente della carriera. Un passato che oggi torna nelle narrazioni dal taglio più umano: cronache sportive e fotostorie che già allora raccontavano un ex professionista alle prese con un nuovo equilibrio lontano dalla Serie A.

Le lezioni (sportive e umane) dietro al caso

Ogni storia giudiziaria che coinvolge un ex professionista porta con sé il rischio di sovrapporre l’uomo al personaggio. Nel caso di Fabio Macellari, i fatti accertati - con 8 mesi e 1.800 euro di multa per un episodio di spaccio, e una condanna definitiva a 5 anni per maltrattamenti ed estorsione - consegnano un’immagine che va oltre la nostalgia delle 79 presenze complessive in Serie A o le istantanee di una fascia sinistra percorsa a tutta frequenza. Il tema, semmai, è la fragilità del dopo-carriera, la difficoltà a riempire il vuoto di senso e struttura che spesso segue il ritiro, le scelte sbagliate che diventano abitudini, e poi notizie di cronaca.

Intanto, la giustizia fa il suo corso. La sentenza di Piacenza non è l’ultima parola: la difesa potrà appellare, e la cornice dei fatti - un episodio riconosciuto, altri due esclusi - potrebbe trovare nuove interpretazioni in secondo grado. Resta la realtà immediata: l’ex terzino continuerà a scontare la pena principale alle Novate, con la nuova condanna che andrà armonizzata nell’esecuzione penale. Per chi lo ha applaudito tra Lecce, Cagliari, Milano e Bologna, il desiderio è che, una volta esauriti i debiti con la giustizia, Fabio Macellari possa ritrovare una traiettoria diversa, magari in quel calcio minore che sa essere laboratorio di seconde opportunità.

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