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Serie C

Meno promozioni e retrocessioni, addio ai ripescaggi e si diventa Dilettanti: la riforma del campionato è sui blocchi

Una bozza che non è un fulmine a ciel sereno: l'obiettivo è stabilizzare un sistema che ha vacillato troppo negli ultimi anni

FIGC - GABRIELE GRAVINA

Gabriele Gravina, presidente della FIGC, punta ad un cambiamento della Lega Pro in pochi anni

Una stanza al piano nobile di via Allegri, poche cartelline e una parola ripetuta come un metronomo: sostenibilità. È qui che, nel pomeriggio del 19 febbraio 2026, il presidente della FIGC Gabriele Gravina ha portato il tavolo delle riforme davanti a un’idea che, fino a ieri, suonava come un tabù: una Serie C «dilettantistica», con un possibile «downgrade» dal professionismo, dentro un disegno più ampio fatto di riduzione di promozioni e retrocessioni e abolizione progressiva dei ripescaggi/riammissioni. A corredo, uno studio, illustrato a normativa vigente, sui possibili risparmi fiscali e previdenziali connessi a questa trasformazione. Non è un fulmine a ciel sereno: è il punto d’arrivo di un processo di revisione tecnica e normativa, con la riorganizzazione delle NOIF già dichiarata «completata» e una serie di correttivi sparsi negli ultimi mesi. Ma l’obiettivo, oggi, è chiaro: stabilizzare un sistema che negli ultimi anni ha oscillato troppo, spesso fino a spezzarsi.

LA BOZZA: MENO ASCENSORE E UNA MAGGIORE STABILITÀ
Secondo quanto presentato in FIGC, l’orientamento è ridurre il numero di promozioni/retrocessioni «a tutti i livelli» per abbassare il «turnover» tra le categorie, e mettere fine, per gradi, a ripescaggi e riammissioni, considerati fattori di instabilità competitiva e finanziaria. Per ora, i format (numero di squadre e campionati) restano invariati: non è una riforma «di taglia», ma «di trazione». In parallelo, verrà approfondito lo studio sui risparmi legati al possibile passaggio della Serie C al regime dilettantistico, ipotesi che avrebbe effetti soprattutto su contributi e imposizione. Il calendario dei confronti proseguirà nelle prossime settimane, con l’obiettivo di tradurre la bozza in norme praticabili.

DA DOVE ARRIVA L'IDEA: IL PRECEDENTE DI NOVEMBRE
Il lessico è lo stesso che Gravina ha usato già a Milano il 20 novembre 2025, quando, dal palco dello «Sport Industry Talk», aveva proposto una curva obiettivo di turnover al 10% in Serie A e 20% in B e C. Tradotto, l’ipotesi più discussa: 2 retrocessioni dalla Serie A (e dunque 2 promozioni dalla B) e una B con 2 retrocessioni verso la C, mentre la Serie C resterebbe collegata alla D con un sistema più severo in uscita e più selettivo in entrata. Allora era una proposta, oggi è diventata bozza di lavoro: il segno di una traiettoria politica coerente.

TOCCARE RIPESCAGGI E RIAMMISSIONI UN NERVO SCOPERTO
La «fisiologia» del nostro calcio ha da anni interiorizzato ripescaggi e riammissioni come valvole di sicurezza per tenere in piedi gli organici. Ma ogni intervento di questo tipo genera incertezza e contenziosi, erode la pianificazione sportiva e commerciale dei club e, di riflesso, la credibilità dei campionati. Non è un caso che la FIGC abbia negli ultimi mesi ritoccato la disciplina dei ripescaggi e il sistema delle licenze nazionali, fissando scadenze più stringenti e norme più rigide (dalla data ultima per le iscrizioni ai rafforzamenti delle garanzie). Il nuovo corso ha anche toccato le NOIF, con interventi mirati come la riscrittura dell’art. 33 sui «giovani di serie». La direzione è nota: alzare gli standard all’ingresso per evitare derive in corsa.

IL TASSELLO ECONOMICO-FINANZIARIO
Nel 2025, la Federazione ha inasprito i requisiti economici per la Serie C: tra gli elementi più significativi, il raddoppio della fideiussione (o dell’eventuale escrow account) richiesta ai club in fase di iscrizione, misura pensata per «rafforzare i presìdi» a tutela della solidità. A rafforzare il quadro, il C.U. 294/A ha definito ulteriori garanzie integrative per la B e la C, con relative sanzioni in caso di inadempienza. È un cantiere aperto, che la bozza di riforma sembra voler «coprire» dal lato sportivo: meno oscillazione, più certezza dei partecipanti.

IL NODO: TRA SOSTENIBILITÀ, IDENTITÀ E IPOTESI «DILETTANTI»
La proposta più delicata resta quella del downgrade della Serie C al dilettantismo. Il fascicolo presentato dal presidente federale, con focus su risparmi fiscali/previdenziali «a normativa vigente», tocca un nervo politico e culturale. L’Italia è tra i pochi Paesi europei con tre livelli professionistici: 100 club pro sono «troppi», ripete da tempo Gravina. L’argomento è noto: contratti, contributi e adempimenti di una terza serie professionistica spesso non sono sostenibili per bacini e ricavi medi; il passaggio a un regime non professionistico, pur con tutte le necessarie tutele, potrebbe ridurre il peso dei costi strutturali. Resta, però, un tema identitario e competitivo: che Serie C avremmo? E come garantire tutele e prospettive a calciatori, tecnici e lavoratori dell’indotto? Domande che il tavolo dovrà sciogliere con cautela e dati alla mano.

LE CREPE NEL SISTEMA: ESCLUSIONI IN CORSA E CAMPIONATI «FALSATI»
Il racconto delle ultime stagioni offre esempi concreti del perché serva stabilità. Nel 2024-2025 la Serie C ha vissuto esclusioni e penalità in pieno campionato, casi che hanno imposto riscritture delle classifiche, alimentando contenziosi e sfiducia. Dopo l’onda d’urto dell’esclusione del Taranto, sono arrivate sanzioni a carico di altri club e il presidente della Lega Pro Matteo Marani ha parlato apertamente di «grave danno» al torneo e ai suoi attori. La conseguenza pratica? L’urgenza di filtri più rigidi a monte e di una scrematura in fase di iscrizione: «meglio un’estate calda e un inverno tranquillo», ha sintetizzato Marani.

COSA CAMBIA E COSA NO
È cruciale distinguere tra indirizzi e delibere. La bozza presentata il 19 febbraio 2026 non modifica oggi format o regolamenti: indica però direttrici chiare, meno retrocessioni/promozioni, stop ai ripescaggi, valutazione del downgrade della C, e si innesta su una tela normativa già in evoluzione (licenze, garanzie, NOIF). Il percorso politico prevede ulteriori confronti con Lega Serie A, Lega B, Lega Pro, LND, AIC e AIA, prima del passaggio agli atti ufficiali. Nell’attesa, restano in vigore i meccanismi approvati per la stagione 2025-2026, inclusi i criteri di riammissione/ripescaggio in Serie C e le finestre fissate dal sistema licenze.

LE OBIZIONI: IDENTITÀ, TUTELA DEI LAVORATORI, COMPETITIVITÀ
La C non è soltanto un campionato: è una mappa di città e territori che danno corpo al calcio italiano. Il rischio evocato da più parti è che un passaggio al dilettantismo finisca per comprimere la tutela di calciatori e dipendenti e per abbassare l’appeal del torneo, con riflessi su diritti tv, sponsor e indotto. L’argomento opposto, caro alla FIGC, è che l’attuale status «pro» non ha impedito derive finanziarie e procedurali; anzi, le ha talvolta amplificate, come dimostrano esclusioni e penalità. La soluzione, per molti, passa da un regime intermedio o da un semi-professionismo strutturato, più che da un salto netto: una via che richiede però un impianto legislativo e contrattuale dedicato, con il coinvolgimento di AIC e Leghe. In questo senso, la recente contrattazione collettiva in Serie A sul -25% in caso di retrocessione indica che il sistema, se spinto, sa dotarsi di meccanismi automatici per governare i costi.

LA POSTA IN GIOCO
Il calcio italiano non può più permettersi campionati riscritti a marzo, piani industriali smontati a gennaio e bilanci in apnea per inseguire un ascensore che sale e scende troppo in fretta. Ridurre il «rumore» del sistema, come chiede Gravina, significa offrire ai club tempo, agli sponsor prevedibilità, ai tifosi certezze. Ma la stabilità non può essere un fine in sé: dovrà accompagnarsi a una migliore formazione dei calciatori, a una giustizia sportiva più lineare, a una qualità media del prodotto capace di reggere il confronto internazionale. La bozza presentata a Roma il 19 febbraio 2026 non è la fine del viaggio, è l’inizio della parte difficile: scrivere le norme, condividerle con le componenti, farle funzionare nei fatti. Qui si vedrà se l’Italia del pallone saprà davvero riformarsi, o se resterà ferma sul confine più sottile del suo calcio: quello tra tradizione e sostenibilità.

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