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24 Febbraio 2026
RIVER PLATE • Marcelo Gallardo
C’è un silenzio che fa più rumore di centomila urla, ed è quello che oggi avvolge il Monumental. Marcelo Gallardo, l'uomo che aveva trasformato il calcio in una religione e la vittoria in un’abitudine, ha deciso di scendere dalla croce. Non è un addio normale; è lo schianto di un pianeta contro la realtà. Dopo la disfatta dell'Amalfitani contro il Vélez – la terza ferita consecutiva di un corpo ormai esausto – il Muñeco ha guardato dentro l'abisso e, per la prima volta in un decennio di gloria, l'abisso non gli ha restituito il riflesso di un vincente. Lunedì pomeriggio, tra le mura di Ezeiza, il re ha deposto la corona davanti a un incredulo Presidente Stefano Di Carlo e a un Direttore Sportivo Enzo Francescoli che, forse, quel presagio lo portava nel cuore da settimane. Finisce un’era che sembrava eterna, finisce il secondo ciclo di un uomo che ha dato tutto fino a svuotarsi. Giovedì 26 febbraio 2026, contro il Banfield, non sarà una partita: sarà l'ultimo rintocco di una campana che ha suonato per la storia, prima che il sipario cali su un labirinto tattico e umano senza via d'uscita.
Non è stata la sconfitta contro il Vélez a uccidere il progetto, ma la consapevolezza dell'impotenza. Gallardo è sempre stato un architetto del caos, uno capace di estrarre diamanti dal fango, ma in questo secondo atto qualcosa si è rotto nell'ingranaggio invisibile che lega un leader al suo esercito. Il dato è un proiettile che non ammette repliche: 10 sconfitte nelle ultime 15 giornate. Per un club che respira la parola grandezza, è un’anomalia statistica che sconfina nell'umiliazione.
Lunedì quando Gallardo è arrivato al River Camp, l'aria era elettrica, carica di quella tensione che precede i temporali estivi sulla capitale. Ha diretto l'allenamento in silenzio, scrutando i suoi giocatori come se cercasse una scintilla che sapeva già essere spenta. Poi, l'incontro con Di Carlo e Francescoli. Due ore di confronto serrato, dove non si è parlato di schemi, ma di anima. Gallardo ha capito che la sua statua, quel monumento di bronzo che domina l'ingresso dello stadio, stava diventando un peso troppo grande per un gruppo che non riusciva più a seguirne il passo. La decisione di sospendere la conferenza stampa post-gara era stato il primo segnale di fumo: il Muñeco aveva bisogno di 24 ore per capire se fosse rimasto un briciolo di fuoco. Non ne ha trovato.
Ciò che rende questo addio ancora più amaro è la qualità del materiale umano a disposizione. Mai come in questa stagione, la dirigenza aveva trasformato il mercato in una parata di stelle, un "All-Star Game" in maglia banda roja. Erano tornati i figli prodighi: Gonzalo Montiel, Sebastián Driussi, Lucas Martínez Quarta. Era tornato il totem, Enzo Pérez, per l'ultimo ballo. Si erano aggiunti campioni del mondo come Acuña e Pezzella, e acquisti ritenuti più delle scommesse come Matías Rojas e Giuliano Galoppo.
Eppure, questa costellazione di nomi non è mai diventata una squadra. Il River Plate del 2025-26 è stato un gigante dai piedi d’argilla, una collezione di figurine costosissime incapaci di trovare un’identità comune. Gallardo, il sarto che ha sempre cucito abiti perfetti con stoffe diverse, questa volta si è trovato tra le mani una seta che continuava a strapparsi. Il fallimento non è dei singoli, ma del sistema: il Gallardo-bis è stato vittima della sua stessa ambizione, un progetto che ha confuso il passato glorioso con la necessità di un presente funzionale. Il tecnico classe 1976 e il suo gioco sono passati rapidamente da suggestione a motivo di frustrazione.
«Questo è un messaggio ai tifosi del River. Cercherò di essere breve, al fine di non essere sopraffatto dall'emozione e dal dolore che comportano l'annunciare che giovedì sarà la mia ultima partita [...] — Gallardo guarda in terra un secondo, gli si rompe la voce per secondo, ma poi continua — Spero di tutto cuore che questa istituzione, modello nel paese, prossimamente possa trovare dei risultati sportivi che l'aiutino a crescere ulteriormente», parte del discorso con cui il Muñeco ha annunciato il suo addio sui canali social del club. È il dolore di chi ama troppo per restare a vedere il lento declino di ciò che ha costruito. La sua permanenza nell'ultimo anno e mezzo è stata un atto di devozione della gente e della società; un altro allenatore sarebbe stato esonerato mesi fa, ma Gallardo «se lo è guadagnato», come disse lui stesso. Tuttavia, il credito illimitato non esiste per nessuno.
Ora si apre il capitolo più spaventoso della storia recente del club: l'era post-Gallardo. Il piano per la successione è già scattato, con tre nomi che bruciano sul tavolo di Di Carlo. Eduardo Coudet è il preferito per DNA e intensità, un uomo che parla la stessa lingua elettrica del Muñeco. Hernán Crespo rappresenta l'eleganza e la proiezione internazionale, un profilo che Francescoli ha sempre coccolato. Infine, l'outsider di lusso: Santiago Solari, il legame con il Real Madrid e la capacità di gestire spogliatoi pesantissimi. Ma chiunque siederà su quella panchina dovrà fare i conti con un’ombra lunga chilometri: quella di un uomo che ha vinto tutto e che se ne va lasciando un vuoto pneumatico.
Contro il Banfield, giovedì sera, il Monumental si trasformerà in un santuario. Sì, al tecnico verrà concessa un'ultima passerella per ricevere un'ultima volta l'affetto di coloro che gli devono tutto. Non ci saranno fischi per le sconfitte recenti, non ci saranno cori contro la dirigenza. Ci sarà solo il ringraziamento collettivo a un uomo che ha ridefinito i confini del possibile. Marcelo Gallardo se ne va nel modo più onesto possibile: ammettendo di non avere più la chiave per uscire dal labirinto.
L'ultima recita sarà una celebrazione malinconica. Si chiude un ciclo che ha visto il River cadere in una crisi d'identità profonda. Ma mentre i risultati svaniranno negli almanacchi, resterà il ricordo di un tecnico che nella sua prima tappa ha saputo restituire orgoglio e amor proprio a una delle istituzioni più grandi del Nuovo Continente. Il River Plate sopravviverà, perché i giganti sopravvivono sempre, ma da venerdì mattina l'aria a Buenos Aires sarà più fredda. Il Muñeco non c'è più.