Cerca

Premier League

Dal possibile ritiro al primato di presenze nella storia del calcio inglese: un record senza tempo!

A 40 anni, James Milner supera Gareth Barry; un traguardo nato dalla paura dopo un infortunio al ginocchio

“654” sotto gli scarpini: come James Milner ha riscritto la Premier League partendo da un piede che non si muoveva

A 40 anni, il veterano James Milner supera Gareth Barry entrando nella storia da giocatore del Brighton

Nei minuti che precedono il calcio d’inizio al Gtech Community Stadium di Brentford, un dettaglio tradisce l’eccezionalità del momento: sul fondo degli scarpini di James Milner campeggia un numero, in vernice bianca, che sembra uscito da una targa celebrativa: 654. È il conto delle sue presenze in Premier League al fischio finale di quel sabato, 21 febbraio 2026, quando il Brighton batte 2-0 in trasferta e l’inglese, a 40 anni, stacca Gareth Barry (653) salendo da solo in cima alla classifica di sempre. A impressionare non è soltanto la longevità: è il fatto che quel numero, pochi mesi prima, appariva un miraggio. Il piede sinistro di Milner, per sei mesi, non dava segni di vita. Dopo un intervento di ricostruzione al ginocchio seguito a un trauma contro l’Arsenal nell’agosto 2024, una complicazione ai nervi di un tendine lo aveva lasciato senza forza: “non riusciva a sollevare le dita”, racconterà chi lo ha seguito. Il primo, minuscolo scatto elettrico sarebbe arrivato soltanto il 31 dicembre 2024. Fino a quel momento, l’idea del ritiro non era più un tabù ma una prospettiva concreta.

IL GIORNO DEL SORPASSO: BRENTFORD-BRIGHTON 0-2

Il record si materializza in una partita tutt’altro che simbolica. Il Brighton arriva a Brentford in un momento delicato di classifica e di forma, e Fabian Hürzeler, tecnico trentaduenne, chiede a Milner qualcosa di più di una passerella. Il centrocampista risponde con una prova “alla Milner”: ordine, letture pulite, corsa misurata e sporco di gioco dove serve. Finirà tra gli applausi di entrambi i settori al 90’. Nel mezzo, le reti di Diego Gómez e Danny Welbeck, ossigeno per i Seagulls e cornice perfetta per un traguardo individuale che non sottrae nulla alla sostanza collettiva. A margine, una statistica che vale una fotografia storica: 654 presenze per Milner, 653 per Barry, quindi Ryan Giggs a 632, Frank Lampard a 609. Un nuovo vertice nella geografia della Premier League.

DAL BUIO DELL'INFORTUNIO AL RECORD

Per capire la portata del traguardo bisogna tornare a quell’Arsenal-Brighton di inizio stagione 2024/25, terza giornata di campionato. Una torsione innaturale, il ginocchio che cede: diagnosi, ricostruzione chirurgica e una tabella di marcia che prevede rientro a dicembre 2024. Poi il colpo di scena: la ricostruzione va, la funzione nervosa no. Il segnale non arriva: un danno ai nervi di un tendine impedisce al piede di rispondere ai comandi. È il genere di complicazione che non si misura solo coi test clinici ma con la resistenza mentale. Intorno a Milner non tutti sono convinti che il nastro possa riavvolgersi: perfino qualcuno nello staff, con sincerità e prudenza, teme che il “basta così” sia l’esito più realistico. Il calendario, intanto, macina giorni. La prima “scintilla” muscolare si accende il 31 dicembre 2024. Da lì, ricominciare è un verbo che diventa programma quotidiano: riabilitazione, forza neuromuscolare, pazienza.

La ricomparsa in campo ha la forza di un epilogo dolce: 25 maggio 2025, Tottenham-Brighton. Milner entra nei minuti di recupero. È un segnale, un “grazie” — parole dell’allenatore — ma anche la prova che il corpo è tornato a lavorare in squadra con la mente. A fine stagione seguirà il prolungamento di un anno con il Brighton: una scelta doppiamente razionale. Per il club, perché tenere un leader tecnico e comportamentale ha valore in campo e nello spogliatoio. Per il giocatore, perché l’obiettivo è a portata di mano: superare il record di Barry nella stagione 2025/26.

PRIMATO RAGGIUNTO DALLA PANCHINA

C’è un altro dato che racconta molto della modernità del record di Milner: il totale dei minuti giocati. Pur arrivando a 654 presenze, l’inglese ha accumulato circa 14.031 minuti in meno di Gareth Barry. La differenza sta nella distribuzione: Milner ha collezionato molte più gare da subentrante — un primato nel primato — trasformando la “specialità” dell’ultimo quarto d’ora in una competenza strategica. È la cifra del professionista che capisce il contesto, accetta il ruolo, alza la qualità delle micro-prestazioni. In un calcio in cui i cambi sono leve tattiche decisive, saper “entrare bene” non è un ripiego ma una competenza. In questo senso, il suo primato fotografa anche una mutazione della Premier League nel ventennio post-2000: più ritmo, più intensità, più rotazioni.

23 STAGIONI E 6 CLUB PER ENTRARE NELLA STORIA

Esploso giovanissimo, Milner ha bruciato i tempi già al Leeds United, con l’esordio in Premier League da sedicenne nel 2002, quando a Downing Street sedeva Tony Blair. In sequenza, le maglie di Newcastle United, Aston Villa, Manchester City, Liverpool e infine Brighton & Hove Albion hanno scandito una traiettoria senza salti nel buio e con molteplici rinascite tecniche. Alla Villa la consacrazione da titolare stabile, al City i primi trofei pesanti nel ciclo d’oro degli Sky Blues, al Liverpool la consacrazione internazionale nella squadra di Jürgen Klopp, con la Champions League e — finalmente — la Premier League riportata sulla sponda rossa di Anfield. A Brighton, l’ultima sfida: essere collante in un gruppo giovane e ambizioso, e contemporaneamente puntellare la fase di transizione di un club che sta imparando a vivere stabilmente in zona Europa.

La trama dell’ultimo atto si stende su due giornate ravvicinate. Il pareggio con Gareth Barry arriva a Villa Park, nella casa di uno dei club che hanno segnato la carriera di Milner: è la presenza numero 653 nella settimana 26 della stagione 2025/26. Pochi giorni, e a Brentford si compie il sorpasso: 654. L’immagine più condivisa? Gli scarpini personalizzati e la passerella forzata dei compagni che lo spingono sotto il settore ospiti. Dietro la celebrazione, una frase che è quasi un manifesto: va bene il record, ma “conta il gruppo”. Una linea di condotta coerente con vent’anni di spogliatoi.

LA FERITA CHE HA CAMBIATO TUTTO

Il racconto della lunga convalescenza non è una parentesi drammatica appiccicata a un lieto fine: è la chiave interpretativa del traguardo. La possibilità concreta che l’ultimo capitolo fosse già scritto al mese di dicembre 2024 ha cambiato le priorità: tornare a camminare bene, prima di tutto; poi a correre; poi a calciare; infine a giocare. In un calcio che spesso riduce l’infortunio a una voce di bollettino, qui la complicazione neurologica diventa la componente inattesa che allunga il percorso e rende quasi “inverosimile” la ripartenza. La scena del rientro a Tottenham nell’ultima giornata del 2024/25 è, in questo senso, la prima immagine del nuovo Milner: quello che non deve dimostrare nulla a nessuno se non a se stesso, e che pure continua a farlo.

OLTRE I NUMERI: PERCHÉ LA STORIA DI MILNER INTERESSA A TUTTI

  1. Perché è una lezione di gestione della carriera nel calcio di altissimo livello: scegliere i contesti, curare le abitudini, conoscere i propri limiti senza farsene definire.
  2. Perché rende giustizia al valore dei ruoli invisibili: il compagno che tiene il gruppo, il giocatore che “fa il lavoro sporco”, il titolare a intermittenza che però dà sicurezza quando entra.
  3. Perché aiuta a comprendere la Premier League come campionato–ecosistema: dalla formazione dei giovani alla longevità dei campioni, passando per l’evoluzione delle rotazioni e dei carichi.

In definitiva, l’immagine degli scarpini con 654 non è solo un vezzo commemorativo: è la targa di un’autostrada percorsa con testardaggine e lucidità. La stessa che ha trasformato un piede immobile in una carriera che non vuole ancora fermarsi.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Sprint e Sport

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter