Calcio
25 Febbraio 2026
MANCHESTER UNITED • “Tre Polmoni” e una Coppa d’Europa: l’odissea di Park Ji-sung, il pioniere asiatico della Champions
C’è un uomo in completo scuro, mani intrecciate, sguardo fisso sull’erba bagnata del Luzhniki. Non è in distinta, ma l’eco dei suoi chilometri aleggia ovunque. Quando il rigore di John Terry scivola via, e più tardi quello di Edwin van der Sar chiude la lotteria, quel ventisettenne in giacca e cravatta capisce un paradosso: essere escluso dalla finale e, allo stesso tempo, diventare un simbolo. Nella notte del 21 maggio 2008, mentre il mondo celebra il trionfo del Manchester United, un dato si incide nella storia: Park Ji-sung è il primo calciatore asiatico a vincere la UEFA Champions League. Lo farà da fuori campo, ma il percorso che l’ha condotto fin lì — pressing, letture, duttilità feroce — ha aperto una strada che in Asia nessuno aveva mai battuto a quel livello.
Figlio della generazione cresciuta all’ombra del boom sudcoreano, Park nasce a Seoul il 25 febbraio 1981, si forma tra scuole e università coreane e fa il salto nel professionismo in Giappone, ai Kyoto Purple Sanga. Lì si costruisce un primo profilo: dinamico, abile a occupare linee di passaggio, sempre puntuale nell’aggredire la seconda palla. Il suo nome si lega presto a un altro: Guus Hiddink, che dopo l’epopea Mondiale del 2002 lo porta al PSV Eindhoven (inverno 2003), dove vince due Eredivisie e una KNVB Cup, arrivando fino alla semifinale di Champions nel 2004-05. È il trampolino verso l’Inghilterra.
Nell’estate 2005 Sir Alex Ferguson crede che a una squadra piena di stelle serva un correttivo invisibile: un calciatore capace di cucire i reparti, cambiare baricentro, leggere il momento. Arriva il trasferimento al Manchester United dal PSV e comincia un ciclo irripetibile: quattro titoli di Premier League (2006-07, 2007-08, 2008-09, 2010-11), tre League Cup, il FIFA Club World Cup 2008 e la già citata Champions 2007-08. Numeri che non spiegano tutto, ma raccontano bene il valore di un profilo complementare alle star. In 205 presenze ufficiali con i Red Devils, Park segna 27 gol e diventa — nelle parole dei compagni — il “giocatore dei giocatori”, quello che migliora tutti gli altri.
La decisione di escluderlo dalla lista dei 18 di Mosca 2008 resta una ferita. Ferguson l’ha definita “la scelta più dura” della sua carriera, un rimorso confessato anche negli anni successivi. L’Independent e altre testate hanno ricordato a più riprese quell’episodio come snodo emotivo della parabola del sudcoreano. Dodici mesi dopo, però, la rivincita personale: Park diventa il primo asiatico a partire titolare in una finale di Champions (Roma 2009), persa contro il Barcellona, ma con l’orgoglio di aver infranto una frontiera.
Di Park si ricordano la corsa e il sacrificio. Ma sarebbe riduttivo. Il suo valore sta nella combinazione di:
La traiettoria professionale di Park Ji-sung è una mappa che unisce Corea e Europa:
Con la Corea del Sud, Park ha collezionato 100 presenze e 13 reti, partecipando ai Mondiali 2002, 2006, 2010 e segnando in ognuno dei tre tornei: un primato asiatico che ancora oggi racconta la sua dimensione internazionale. Dalla storica cavalcata del 2002 al gol alla Grecia nel 2010, la sua leadership è stata tanto carismatica quanto funzionale. Un capitano misurato, capace di abbassare il tono perché in campo a parlare ci pensavano i suoi tempi e le sue letture.
Prima di Park, l’idea di un titolare asiatico in una superpotenza europea era spesso confinata nella retorica del marketing. Dopo Park, è rimasta soprattutto la prova sul campo. Il suo arrivo ha spalancato l’immaginario: ha abbattuto cliché (“calciatore asiatico = solo disciplina”) dimostrando che si può essere creativi senza dribbling, spettacolari senza veroniche, decisivi anche senza la luce del riflettore. Che l’effetto fosse reale lo certificano:
Nel 2009, un lungo ritratto del Guardian lo descriveva come il prototipo del compagno ideale: poco rumore, tanta sostanza, prestazioni pesanti quando serve. È l’alchimia che trasformava Cristiano Ronaldo, Wayne Rooney e Ryan Giggs in punte di un sistema più grande, che aveva bisogno di una cerniera instancabile per funzionare. E sì: quella esclusione del 2008 fu raccontata da molti come la pagina più amara — e, per Ferguson, la più dolorosa da scrivere.
Se Mosca resta la notte del paradosso, Roma 2009 è quella della consacrazione simbolica. Contro il Barcellona, Park diventa il primo asiatico a giocare una finale di Champions fin dal primo minuto. Il risultato (1-2) è amaro, ma il valore storico rimane: un confine oltrepassato, un orizzonte allargato per milioni di ragazzini da Seoul a Sapporo. Lo ricorderà lui stesso anni dopo: “Per me, per l’Asia, significava molto”.
La parentesi al Queens Park Rangers (2012-2013) racconta un capitolo complicato, in cui Park sperimenta la fascia di capitano in una squadra in difficoltà. Il ritorno al PSV (2013-2014) in prestito è un cerchio che si chiude con la sobrietà di sempre: contributo in campo, leadership nello spogliatoio, poi la decisione di fermarsi. È lui stesso a spiegare che il ginocchio non consente più compromessi: meglio una scelta netta che un lento trascinarsi.
Appesa la maglia nel maggio 2014, Park non ha smesso di studiare calcio. Tra formazione manageriale e ruoli federali, ha scelto la via dirigenziale. Nel 2021 diventa consulente del Jeonbuk Hyundai Motors, poi promosso a direttore tecnico nel settembre 2022. Nel 2024 il club riorganizza l’area sportiva e lo riporta nel ruolo di advisor, segno di un percorso ancora in definizione ma indicativo di un profilo che vuole incidere anche nelle strutture, non solo nei ricordi. Perchè Park Ji-sung ha trasformato il suo corpo in un algoritmo tattico: leggere, scegliere, muoversi. E farsi trovare dove gli altri non guardano.