Lutto
25 Febbraio 2026
Horst Schnoor ha giocato per l'Hamburger SV dal 1952 al 1967 ed è 3° nella classifica di presenza complessive con la maglia del club tedesco
Era una sera di aprile, il Volksparkstadion vibrava di cori e di riconoscenza. In piedi sulla tribuna principale, il viso scavato dal tempo ma lo sguardo lucido, Horst Schnoor salutava i tifosi dell’Hamburger SV: 11 aprile 2024, il giorno del suo 90° compleanno. Un anno e poco più tardi, la notizia che ad Amburgo nessuno avrebbe voluto leggere: la scomparsa, a 91 anni, del «portiere dalle mille mani», uno dei simboli più puri della cultura calcistica anseatica. La società e la città intera ne piangono l’addio, e con esso un pezzo della propria identità. L’annuncio è arrivato il 25 febbraio 2026, insieme alla cifra che fotografa una carriera irripetibile: 507 presenze ufficiali con l’HSV tra il 1952 e il 1967, più di qualunque altro estremo difensore nella storia del club.
L'UOMO, IL CLUB, IL SOPRANNOME
Per chi vive il calcio come codice culturale, i soprannomi dicono la verità meglio delle statistiche. «Mann der tausend Hände», l’uomo dalle mille mani: così lo battezzò Uwe Seeler, amico, capitano, monumento tra i monumenti. E quel nomignolo, nato dalla stima dei compagni e dal timore degli avversari, è diventato una seconda pelle: riflessi ovunque, parate «a rete mobile», pulizia tecnica e quella calma che fa sembrare semplice l’impossibile. A Amburgo, dove il ruolo del portiere è culto, da Rudi Kargus a Uli Stein, fino alle generazioni più recenti, Schnoor resta la misura di tutte le cose. Nel pantheon dei «Rothosen», per numero totale di partite ufficiali lo superano solo due colonne: Manfred Kaltz (744) e Uwe Seeler (587), a conferma di una longevità agonistica fuori scala.
UN PALMARES CHE PARLA LA LINGUA DELL'HSV
1) Campione di Germania nel 1960, al termine di una finale indimenticabile: HSV–1. FC Köln 3–2 al Waldstadion di Francoforte, con il sigillo al 88’ di Uwe Seeler dopo il pari di Christian Müller e la firma di Gert “Charly” Dörfel. In porta, naturalmente, Schnoor. Era il 25 giugno 1960. 2) Vincitore della DFB-Pokal nel 1963: HSV–Borussia Dortmund 3–0 a Hannover, 14 agosto 1963, tripletta (31’, 33’, 84’) del solito Seeler, e trofeo alzato insieme a compagni come Dieter Kurbjuhn, Willi Giesemann, Ernst Kreuz, Charly Dörfel e all’allenatore Martin Wilke. Tra i pali, ancora lui. Oltre ai due titoli «nazionali» che scolpiscono la storia, c’è il dominio nella vecchia Oberliga Nord: una collana di scudetti regionali – ben nove tra 1953 e 1963 – e le vittorie nel Norddeutscher Pokal. Non tutte le gemme pesano allo stesso modo nell’albo d’oro, ma raccontano la stessa cosa: con Schnoor, l’HSV stava quasi sempre in cima.
UN PRIMATO CHE RESISTE E UN ARCHIVIO DI PORTE INVIOLATE
Le 507 presenze ufficiali di Schnoor, di cui 453 in campionato, 41 in Coppa e 13 nelle notti d’Europa, restano un faro nel mare di Amburgo. Tra i portieri dell’HSV, il secondo della lista è Rudi Kargus con 336 gettoni, distanza che definisce la statura del record. E poi un numero da intenditori: 139 «Weiße Westen», le partite terminate senza subire gol, cifra che mette ordine al mito.
DALLA PERIFERIA AL PALCOSCENICO
Nato a Amburgo l’11 aprile 1934, Schnoor cresce calcisticamente nel Langenhorner TSV. Nel 1952, appena diciottenne, passa all’HSV. La leggenda vuole che la porta si aprisse per una combinazione di destino e merito: Walter Warning aveva appena lasciato, altri portieri erano infortunati, ma ci voleva talento e personalità per tenersi la maglia addosso 17 anni. Schnoor non la mollerà più fino al 1967 come titolare, e chiuderà definitivamente con il club nel 1969. Posizionamento, presa, gioco «alto» nell’area, guida della linea difensiva: nei racconti di chi lo ha visto, Schnoor era un portiere «pulito», capace di anticipare letture che oggi consideriamo di routine. Un particolare per palati fini: in Oberliga Nord gli vengono attribuite persino due reti segnate su azione, piccola stranezza statistica che illumina un’epoca in cui i confini dei ruoli erano più porosi di quanto immaginiamo.
LE DUE ALZATE AL CIELO: 1960 E 1963
L’ultima mezz’ora di HSV-Köln del 1960 è un distillato di calcio tedesco d’annata: prima lo strappo ospite, poi la reazione di nervi e talento firmata Seeler e Dörfel. Dietro, Schnoor chiude come sa, con parate sicure nei momenti in cui le finali si decidono sui dettagli. È la conquista del titolo che ad Amburgo attendevano da 32 anni. Tre anni più tardi, la DFB-Pokal 1962-1963 fissa un’istantanea iconica: Seeler che archivia il Borussia Dortmund con un hattrick, Schnoor e la retroguardia che non concedono nulla a un attacco pieno di qualità. Quel 3-0 alza definitivamente la soglia dell’ambizione di un club che, nei decenni successivi, frequenterà con assiduità l’Europa che conta.
LA NAZIONALE: GRANDEZZA DOMESTICA, DESTINO INGRATO
Nella storia internazionale, la parabola di Schnoor è la storia di tanti campioni «locali» dell’epoca: nessuna presenza con la Nazionale A, malgrado convocazioni illustri e una stima diffusa tra addetti ai lavori. Il commissario tecnico Sepp Herberger in quegli anni preferì altri profili (come Hans Tilkowski), e per Schnoor arrivarono soltanto apparizioni nella B-Nazionale. È il paradosso dell’abbondanza: quando in un Paese nascono troppi portieri, alcuni capolavori restano nei confini del club.
L'HSV COME CASA
Negli ultimi anni Schnoor era presenza discreta ma costante al Volksparkstadion. La sua voce, sempre misurata, non risparmiava giudizi franchi sulle stagioni complicate vissute dall’HSV in 2. Bundesliga. Eppure, tra delusioni e promesse, lui c’era: al suo posto, in tribuna, a vivere il calcio come rito comunitario. Nell’aprile 2024, in occasione della sfida casalinga contro Holstein Kiel e dei festeggiamenti per i 90 anni, la standing ovation di tutto lo stadio gli regalò una delle sue ultime, grandi gioie pubbliche. Un dettaglio che dice molto dell’uomo oltre l’atleta: per anni ha gestito, con spirito familiare, un ristorante nel Portugiesenviertel di Amburgo, il «Praça de Coimbra», luogo di ritrovo dove amici, ex compagni e tifosi potevano trovarlo con la stessa disponibilità con cui da portiere aveva protetto la porta.
L'ULTIMO PARADOSSO: «NON VEDRÒ L'HSV IN BUNDESLIGA». E INVECE SÌ
Alla vigilia dei 90 anni, Schnoor si era lasciato scappare una confessione quasi amara: «Non credo di poter vivere il prossimo ritorno in Bundesliga». La storia, beffarda e dolce insieme, gli ha regalato una smentita: maggio 2025, l’HSV completa l’ascesa con una vittoria roboante al Volkspark, e Schnoor è sugli spalti, felice come un bambino. Un epilogo perfetto per un testimone d’epoca che ha attraversato l’intero arco emotivo del club, dalla gloria agli inciampi, senza mai perdere misura ed eleganza.
UN ADDIO CHE È ANCHE UN ARRIVEDERCI
In un calcio che spesso consuma i propri eroi alla velocità di una notifica, Horst Schnoor lascia qualcosa che non ingiallisce: l’idea che la fedeltà a una maglia non sia un orpello romantico, ma una scelta consapevole, ripetuta 507 volte sotto la pressione dei 90 minuti. Se Amburgo ha costruito il proprio immaginario collettivo intorno a un certo modo di stare in campo, sobrio, generoso, resistente, è anche perché per quasi due decenni ha avuto un guardiano che quel modo lo incarnava. Oggi che lo salutiamo, restano le immagini: la maglia scura davanti ai pali, il corpo teso in volo, le mani, mille o forse una soltanto, ma sempre al posto giusto, a dire che la porta non è soltanto legno e rete, bensì una promessa alla comunità. Ecco perché, nello stadio dove ha riso, sofferto e festeggiato, il suo nome continuerà a essere pronunciato non come rito funebre, ma come atto d’amore: Horst Schnoor è stato, ed è, l’HSV.