Champions League
26 Febbraio 2026
Il post social dell’ex Roma riapre una ferita fresca e accende il dibattito: perché quella rimonta mancata ha fatto riaffiorare il fantasma del 10 aprile 2018 (e non solo)
Una foto sgranata che sprigiona rumore anche senza audio: lo Stadio Olimpico in delirio, un’esultanza in corsa, una didascalia secca. Nelle storie di Instagram di Kostas Manolas compare uno scatto-icona e una frase che taglia come una lama: «Certe imprese sono solo per gladiatori». Tempismo chirurgico: il giorno dopo che la Juventus ha sfiorato, in dieci uomini, la rimonta al ritorno contro il Galatasaray, arrendendosi solo ai supplementari. Il calcio vive di simboli e di ferite aperte: e quell’immagine del 10 aprile 2018, quando la Roma spazzò via il Barcellona con un 3-0 da tramandare, è diventata di nuovo un’arma retorica, una cartolina che punge i rivali e rivendica un’appartenenza.
La Juventus partiva dal baratro di un 2-5 rimediato all’andata a Istanbul; serviva un’impresa “ai confini della realtà”, come dicono spesso gli allenatori quando la montagna appare invalicabile. E invece, sospinta dallo Stadium, la squadra di Luciano Spalletti è arrivata davvero a toccarla, l’impresa: 1-0 su rigore di Manuel Locatelli, poi l’inferiorità numerica per il rosso a Lloyd Kelly al 48’ e, nonostante tutto, altri due gol (di Federico Gatti e Weston McKennie) per issarsi fino al 5-5 sul totale e trascinare il Galatasaray ai supplementari. Lì, all’alba del minuto 114, la zampata del solito Victor Osimhen e, poco dopo, il sigillo di Baris Yilmaz hanno rimesso il tabellone dalla parte dei turchi: finisce 3-2 per i bianconeri nel ritorno, ma il conto complessivo dice 7-5 per il Gala. La rimonta resta incompiuta, e lo sforzo titanico si trasforma in rammarico. La notte è diventata subito materia di discussione per un episodio-chiave: l’espulsione di Kelly. L’arbitro portoghese Joao Pinheiro ha prima mostrato il secondo giallo al difensore, quindi - dopo richiamo VAR - ha tramutato il provvedimento in rosso diretto per un intervento su Yilmaz giudicato imprudente. Una scelta che ha scaldato gli animi e che, nella moviola della notte, molti hanno ritenuto quantomeno severa, specie alla luce di altri episodi (tra cui l’intervento di Lucas Torreira su Marcus Thuram in area nel primo tempo) valutati con metro più largo. In un duello a nervi tesi, i dettagli arbitrali contano quanto i dribbling.

Dentro questo clima, l’ex difensore giallorosso Manolas - oggi lontano dai palcoscenici che lo consacrarono - ripropone sul proprio profilo la notte che lo ha reso immortale per il popolo romanista: lo 0-4 dell’andata al Camp Nou si ribaltò con il 3-0 del ritorno, firmato Edin Dzeko, Daniele De Rossi e il colpo di testa del greco sotto la Curva Sud. «Certe imprese sono solo per gladiatori»: parole che suonano come un invito a ricordare chi, in Italia, ha già scritto quel tipo di storia, e un’allusione pungente verso chi, ventiquattr’ore prima, ci è arrivato a un soffio ma non ce l’ha fatta. Il riferimento temporale è preciso, la risonanza emotiva deliberata. Per i tifosi, soprattutto quelli giallorossi, quel 10 aprile 2018 è una data scolpita: impresa in controtendenza statistica, architettata da Eusebio Di Francesco e certificata dai tabellini ufficiali. La Roma divenne una delle pochissime squadre capaci di ribaltare tre gol di scarto nella fase a eliminazione diretta della Champions League, e lo fece contro un Barcellona che fino a quell’istante aveva subito appena tre reti nell’intera edizione. L’82’ - colpo d’anca, corsa al primo palo, incornata d’autore - è diventato il minuto-Manolas per antonomasia.
Sottrarre le emozioni e guardare ai fatti aiuta a capire perché il dibattito non si spegnerà presto. Il rosso a Kelly: l’episodio cardine. La valutazione ufficiale parla di intervento imprudente, con contatto sulla caviglia dell’avversario durante la ricaduta. La critica arbitrale domestica ha sottolineato l’eccesso nella scelta del rosso diretto dopo richiamo VAR, ritenendo “esagerato” persino il giallo. In campo internazionale, questi dettagli pesano enormemente nell’inerzia del match. La gestione dei momenti: la Juve è stata brava nel comprimere il tempo utile al Gala per respirare, trovando il 3-0 entro il 90’ nonostante l’inferiorità. Ma nei supplementari, gambe e lucidità hanno presentato il conto: il taglio profondo di Osimhen, poi il contropiede finalizzato da Yilmaz, hanno punito gli spazi lasciati in gestione dell’onda emotiva. Il doppio volto del confronto: all’andata, a Istanbul, i bianconeri erano stati in vantaggio e poi travolti nel finale in dieci per il rosso a Juan Cabal. Dettaglio non banale, perché racconta una doppia eliminazione figlia anche delle inferiorità numeriche - prima a Istanbul e poi a Torino - che hanno condizionato entrambe le serate.
Che Victor Osimhen sia stato l’uomo-copertina della qualificazione del Galatasaray non è una forzatura. All’andata, il nigeriano ha inciso nelle azioni chiave; al ritorno, ha firmato la rete che ha piegato i supplementari a favore dei giallorossi. Il suo approdo a Istanbul - prima in prestito nel 2024-2025, poi con trasferimento a titolo definitivo nell’estate 2025 per una cifra record per il calcio turco - ha ridefinito le ambizioni continentali del club e spiegato, più del nome sulla maglia, il perché la squadra di Okan Buruk sia riuscita a tenere botta nei momenti di massima pressione. Quando la partita diventa verticale e si gioca negli ultimi 30 metri, pochi in Europa hanno l’istinto di Osimhen.
Perché il post di Manolas fa ancora così rumore? Perché Roma-Barcellona è diventata un alfabeto comune, un codice. Quel 3-0 non ha solo riscritto una qualificazione; ha cambiato il tono emotivo con cui una città intera si racconta il calcio europeo. I gol di Dzeko al 6’, De Rossi al 58’ e la zuccata di Manolas all’82’ sono i tre capitoli di una stessa storia: pressione alta, coraggio, gestione del corpo a corpo irreprensibile sui palloni laterali. È l’antitesi dell’inerzia: quando tutti dicono che non si può, qualcuno - per una sera - decide di poterlo fare. E lo stadio, già allora, sembrava un’arena più che un impianto sportivo. Le cronache internazionali lo hanno certificato: “una delle più grandi rimonte nella storia della Champions”, con la Roma che diventa la terza squadra a rovesciare un -3 dopo l’andata nella fase a eliminazione. Guardare oggi quell’azione all’82’ - corner a rientrare di Cengiz Under, attacco sul primo palo e torsione che schiaccia il pallone sul secondo - significa rivedere il paradigma della “rimonta perfetta”: chiusura nei 90’, identità tattica coerente e gestione emotiva senza sbavature. I tabellini e le timeline ufficiali, a distanza di anni, mantengono la stessa, implacabile freddezza: 3-0, 4-4 complessivo, Roma avanti per i gol in trasferta. È cronaca che diventa mito.
Il post di Manolas non è un unicum: il calcio contemporaneo si alimenta di narrazioni social, di meme, di “trollate” che tengono vivo l’attrito oltre il novantesimo. Lo sapevano già i social media manager della Roma nell’estate 2018, quando cavalcarono con ironia quell’impresa; lo sanno i protagonisti che, a carriera inoltrata, capitalizzano sul proprio momento totemico per prendere parte alla conversazione pubblica. In questo senso, il greco ha lanciato un sasso nello stagno sapendo perfettamente quali onde avrebbe generato. E la risposta della piazza bianconera? Tra orgoglio e contestazioni. Orgoglio per aver fatto tremare il Galatasaray in 10 contro 11; contestazioni per alcune scelte arbitrali ritenute sbilanciate, sia a Torino che (in retrospettiva) nella ripresa di Istanbul. La percezione - che spesso conta quanto i fatti - è di un’eliminazione maturata “controvento”, con episodi-chiave girati sempre sul filo del rasoio nella direzione opposta. Sui social, il riflesso di tutto questo è stato immediato: elogio alla prova di carattere della Juve, ma anche strali contro comportamenti giudicati “oltre il limite” da parte di alcuni avversari e riserve sulla gestione dei cambi. La moviola del giorno dopo, insomma, non si è consumata solo in TV.
Per la Juventus, l’uscita dalla Champions certifica due verità parallele: la squadra sa accendersi di fronte alle montagne più alte, ma deve imparare a non arrivare così in alto “con il fiato corto”. Ridurre il numero di episodi negativi (cartellini, letture individuali nei duelli in campo aperto) e governare meglio i momenti “caldi” - soprattutto in trasferta - sono priorità tecniche e psicologiche. Il coraggio mostrato contro il Galatasaray è la base per ripartire, ma dovrà essere incanalato in una gestione più equilibrata dei 120 minuti. Per il Galatasaray, il passaggio del turno è un attestato di maturità: la capacità di soffrire a Torino senza spezzarsi, e di colpire quando l’avversario si allunga, autorizza a pensare in grande. Con Osimhen come riferimento e un impianto tattico in grado di assorbire gli urti, la squadra turca si presenta agli ottavi con un’identità chiara e un’arma devastante in campo aperto. Per la Roma, infine, il messaggio tra le righe del suo ex difensore è una nuova celebrazione di un capitolo che la città non ha mai smesso di raccontarsi: non solo nostalgia, ma un promemoria su cosa serve - coraggio, coerenza, intensità - per compiere imprese troppo spesso derubricate a “miracoli”. L’eco di quel 10 aprile 2018 continua a viaggiare, e ogni volta che una rimonta sfiora la perfezione senza toccarla, torna a occupare il centro della scena.
Il calcio europeo non è solo una somma di risultati: è un archivio vivo di immagini, frasi, allusioni. Il post di Kostas Manolas funziona perché mette in corto circuito una memoria collettiva e una ferita attuale. Agli occhi di chi guarda, la differenza tra “gladiatori” e “quasi” è larga quanto otto minuti: abbastanza perché a Roma la parola “rimonta” resti scolpita in maiuscolo, e a Torino diventi il promemoria di ciò che si può e si deve ancora imparare. La Juve ha fallito la rimonta; il Galatasaray ha punito al momento giusto; Manolas ha ricordato a tutti che certe notti, quando capitano, non si spengono più.