La lite a distanza
04 Marzo 2026
L’ex talento barese usa parole di fuoco a Viva el Futbol per attaccare il conduttore de La Zanzara: un affondo che riapre il dossier su come si discute di calcio in Italia, tra podcast, televisione e responsabilità di chi commenta
Una tenda nera, i fari del set, il brusio di un pubblico che si sistema; poi parte il monologo, a braccio, senza reti di protezione. È il momento in cui Antonio Cassano smette di essere l’ex fuoriclasse che racconta il calcio e torna “FantAntonio”: diretto, ruvido, spigoloso. In pochi minuti, durante l’ultima puntata di Viva el Futbol, il bersaglio diventa Giuseppe Cruciani. Il tono è quello del ring, il lessico è volutamente crudo: accuse di “lecchinaggio” verso Mediaset, contestazioni sulla competenza calcistica, riferimenti alla gestione di Federico Dimarco e, sullo sfondo, il mai risolto processo a Simone Inzaghi e al modo in cui viene giudicato un allenatore in Italia.
In apertura di puntata, Cassano si concede un mea culpa su Federico Dimarco, oggi tra i simboli dell’Inter. Quel passaggio, in apparenza laterale, diventa la miccia: da lì parte l’affondo contro Cruciani e la sua presunta narrazione pro-allenatore. Il nodo tecnico è antico: sotto Simone Inzaghi, spesso a Dimarco capitava di essere sostituito. Lo stesso esterno milanese, tra il serio e il polemico, ha ricordato in tempi recenti quanto giocare “più spesso 90 minuti” lo abbia aiutato a crescere, evidenziando come nell’attuale stagione il suo minutaggio medio sia salito sensibilmente. Se si guarda ai dati europei, poi, il profilo del laterale nerazzurro resta di prim’ordine: nelle otto gare di Champions League, Dimarco ha accumulato minuti, recuperi palla e qualità di rifinitura in linea con un esterno di altissimo livello, con percentuali di passaggio e volume di cross che confermano la centralità del suo ruolo. Non sono numeri che chiudono il dibattito, ma raccontano una traiettoria tecnica coerente con l’evoluzione del giocatore.
La discussione nasce quando Giuseppe Cruciani, alla radio e sui social, difende il lavoro di Simone Inzaghi all’Inter. Secondo lui: «Inzaghi è tra i migliori allenatori italiani, ha vinto trofei (Coppe Italia e Supercoppe), ha portato l’Inter in finale di Champions, ha ottenuto risultati nonostante i problemi economici del club». Per Cruciani quindi Inzaghi è molto sottovalutato in Italia e - sempre secondo il conduttore - Cassano dice una stupidata quando dice che l'ex tecnico nerazzurro ha fatto male in nerazzurro. Nel podcast Viva el Futbol, Cassano risponde direttamente a Cruciani e non usa mezzi termini: «Inzaghi non è un grande allenatore, vince perché ha una squadra molto forte, non fa migliorare i giocatori, tatticamente non è tra i top in Europa». Poi la discussione diventa personale e Cassano attacca Cruciani dicendo che: «Non capisce di calcio, parla solo per provocare, sarebbe uno che “lecca” per lavorare nei media».
L’attacco di Cassano non si limita alla persona di Cruciani: allarga il raggio al piccolo ecosistema che, tra podcast, clip social e passerelle televisive, contribuisce a impostare l’agenda del discorso calcistico. Qui entra in scena un dettaglio importante: Cruciani, con Ivan Zazzaroni e Sandro Sabatini, conduce il vodcast “Numer1”. È un format dichiaratamente “senza tabù” che ogni settimana fa pronostici, scelte forti e discussioni ad alto tasso polemico, e che negli ultimi mesi ha guadagnato visibilità con segmenti virali e rubriche da “Trofeo Otelma” sui risultati. È in questo perimetro che Cassano colloca – e contesta – una parte dell’influenza mediatica di Cruciani.
L’altro lato del ring è Viva el Futbol, la piattaforma dove Cassano, Lele Adani e Nicola Ventola hanno trasformato un linguaggio “da spogliatoio” in un linguaggio d’intrattenimento colto, pop e teatrale. Il progetto – nato tra 2023 e 2024 online – è anche approdato nei teatri con “Viva El Tour”: tappe a Napoli, Torino, Catania e quindi Bari, fino ad allargarsi a città come Roma con date a calendario e prevendite strutturate. Il passaggio dal digitale al palcoscenico fotografa l’appeal commerciale del format e la sua capacità di fare community dal vivo.
Il passaggio più duro dell’intervento di Cassano è l’accusa diretta a Cruciani di “lecchinaggio” verso Mediaset “per lavorare”. Qui occorrono due cautele. Primo: siamo nel campo di un’opinione polemica, non di un fatto verificato. Secondo: il rapporto tra Cruciani e l’ecosistema televisivo commerciale è reale e documentabile – dalle ospitate alle interviste sui canali dell’editore di Cologno Monzese – ma non prova in sé alcun “padrinaggio” professionale. La presenza di Cruciani in programmi come “Dritto e Rovescio”, ospitati sulle piattaforme Mediaset Infinity, attesta semmai una collaborazione ricorrente con le reti del gruppo, fatto comune a molti opinionisti trasversali tra radio, web e TV. Il tema della “dipendenza” editoriale resta, dunque, un giudizio di merito e di stile, non un dato. Per completezza, va ricordato che in passato lo stesso Cruciani ha respinto pubblicamente accuse di essere “al soldo” di una società o di una dirigenza, rivendicando una totale autonomia di giudizio come cifra professionale. È un precedente utile a misurare la dialettica: da un lato l’accusa, dall’altro la linea difensiva storica del conduttore.
La contesa, nelle parole di Cassano, torna anche su Simone Inzaghi: quanta parte del valore dell’Inter dipende dall’allenatore e quanta dalla profondità della rosa? Qui il terreno scivola spesso dalla statistica alla filosofia del calcio. Se prendiamo i fatti, il triennio inaugurale di Inzaghi sulla panchina nerazzurra ha portato in bacheca una striscia di trofei domestici – tra Coppa Italia e Supercoppe – e un percorso europeo culminato nella finale di Champions League 2023 a Istanbul, persa di misura contro il Manchester City. Questi traguardi, fotografati dalle comunicazioni ufficiali del club nel 2024 in occasione del rinnovo del tecnico, costituiscono la base “oggettiva”. Quel che resta aperto alla discussione – legittima – sono il giudizio estetico sul gioco, le occasioni sfumate e gli Scudetti persi, o meglio non vinti.
Su aspetti sensibili come le “plusvalenze” – termine tecnico finanziario che in Italia porta con sé un’eco polemica – è bene distinguere: quando Cassano riduce il contributo di Inzaghi a “zero” in quel campo, enuncia una tesi polemica, non una metrica universalmente condivisa. Gli allenatori incidono sul valore dei calciatori in modo indiretto e complesso; trasformare questo nesso in un bilancio industriale lineare è scorretto sul piano metodologico. Anche qui, insomma, si intrecciano critica tecnica e storytelling.
Il punto più interessante – e più utile ai lettori – non è scegliere un “vincitore” tra Cassano e Cruciani, ma interrogarsi sul tenore del linguaggio pubblico che usiamo quando parliamo di calcio. Funziona, vende, fa share un lessico “sporco”, popolato di iperboli e insulti? Sì, funziona. Ma a che prezzo? L’attacco personale – con espressioni come “sfigato”, “non capisci una minchia” o “leccare il c…” – alza i decibel e abbassa la qualità dell’argomentazione. A quel punto il merito scivola lontano: non discutiamo più di “scelte di sostituzione al 60’” o di “principi di gioco”, ma di appartenenze, cordate, amicizie, potenziali conflitti d’interesse. La centralità di Viva el Futbol in questo processo è duplice. Da una parte ha sdoganato un racconto “calciato” ma competente: Adani, Ventola e Cassano portano letture tattiche, aneddoti di spogliatoio, e un format che dai social è salito sul palco, con una community che riempie sale importanti e incassa – lo dicono i tour – una risposta calda. Dall’altra, quel mix di autenticità e spettacolo rischia di legittimare un “eccesso” verbale come cifra editoriale. L’equilibrio si gioca sempre su un crinale: quanto show può sopportare l’analisi tecnica prima di piegarsi del tutto all’invettiva? Le tappe del tour e i numeri del canale ufficiale testimoniano una trazione reale: oltre 100 mila iscritti su YouTube e decine di milioni di visualizzazioni accumulati nel tempo, più una domanda crescente di eventi dal vivo. Sono indicatori di un gusto del pubblico che chiede insieme contenuto e carattere.
Per capire il nervo toccato da Cassano serve anche leggere cosa rappresenti Cruciani nel circuito sportivo-attualità: un conduttore generalista – la cifra di La Zanzara lo precede – capace di frequentare sia i salotti politici sia quelli calcistici, spesso con la stessa postura provocatoria. La sua presenza su Mediaset non è un mistero: interviste, talk, passaggi nei programmi di prima e seconda serata. È un ruolo “ponte” tra l’opinione pubblica che frequenta le reti generaliste e l’arena digitale dei podcast. Proprio in questa ibridazione – voce “politica” che interpreta il calcio – si colloca l’innesco della miccia: l’idea che si possano imporre frame di lettura al pallone mutuandoli dall’attualità, con semplificazioni forti e “percentuali” perentorie sulla realtà sportiva. E tuttavia, piaccia o no, questo è esattamente ciò che rende Cruciani un personaggio mediatico: divisivo, riconoscibile, capace di dettare temi e di incassare – o alimentare – polemiche.
Parla ai media, che inseguono l’engagement anche quando sarebbe più utile abbassare il tono e alzare la qualità. Parla ai club, che spesso misurano la reputazione sull’onda dei talk più rumorosi dimenticando i fondamentali del progetto tecnico. Parla ai tifosi, che hanno diritto a una discussione onesta: si può amare un allenatore e, insieme, chiedere conto delle scelte; si può difendere un giocatore e ammettere i suoi limiti. Parla a chi fa questo mestiere: in un’epoca di clip da 30 secondi, restare ancorati a fatti, date e numeri è la vera, faticosa forma di coraggio. In attesa di capire se Cruciani vorrà replicare punto su punto – magari proprio da Numer1 – una cosa è chiara: il “fenomeno” Cassano ha riaperto il dibattito sul modo in cui raccontiamo il calcio. È un’occasione da non sprecare.