Lutto
05 Marzo 2026
Sulla riva della Lanterna, dove il mare divide e il calcio accende, si spegne una voce antica: il genovese che ha custodito due porte e un solo modo di stare al mondo.
La notte tra il 4 e il 5 marzo 2026, Genova ha perso un custode della sua memoria calcistica. Non un nome urlato dagli spalti ogni domenica, ma un’eco che torna quando si sfiorano certe fotografie in bianco e nero: Rosario “Sarìn” Di Vincenzo, nato a Genova il 16 giugno 1941, portiere dall’aria fiera e dallo sguardo da marinaio, se n’è andato a 84 anni. Genovese, figlio dei vicoli e del vento sul porto, ha difeso i colori che a Genova non si mischiano quasi mai: Genoa e Sampdoria. E poiInter, Lazio, Entella, Imperia. Una carriera che racconta il calcio italiano dal dopoguerra all’epoca dei televisori a tubo catodico, attraversando la stagione irripetibile della “Grande Inter”. La città lo saluta, e con lui saluta una certa idea di portiere: essenziale, concreto, poco disposto alla retorica e molto al lavoro. Non a caso, “Sarìn” – diminutivo tutto ligure – è rimasto fino all’ultimo un uomo di campo.
Il destino di Rosario Di Vincenzo comincia nei campi della Liguria e approda presto alle prime squadre del territorio. Cresce tra le società della regione, veste la maglia dell’Entella, poi approda al grande palcoscenico con l’Inter, e nel corso degli anni difenderà le porte di Genoa, Sampdoria, Lazio e Imperia. Quasi un atlante del calcio ligure e del suo rapporto con le grandi piazze del Nord. La sua è una geografia sentimentale prima ancora che sportiva: Chiavari, Marassi, San Siro, l’Olimpico. E ritorno. Parole-chiave: portiere di provincia con anima da grande, secondo portiere quando serve, titolare di personalità quando il destino lo chiama.
È impossibile raccontare “Sarìn” senza passare da quella stagione che ogni ragazzo italiano ha sfogliato almeno una volta: la “Grande Inter” di Helenio Herrera. Di Vincenzo arriva all’Inter nella stagione 1962-63 dall’Entella, viene girato alla Triestina e poi torna a Milano come vice del monumentale Giuliano Sarti. Nel 1964-65 mette insieme 3 presenze in campionato, annata che si chiude con lo Scudetto. L’Inter, nei suoi canali ufficiali, ricorda che in quella stagione di gloria – che coincide anche con la vittoria in Coppa dei Campioni – “Sarìn” non giocò gare di coppa; altre ricostruzioni gli attribuiscono comunque, da uomo-squadra, un posto nel gruppo che in quegli anni portò a casa due scudetti e una Coppa dei Campioni. Il dato certo è il suo ruolo: un vice affidabile, parte di un meccanismo perfetto che all’epoca non contemplava turnover e ampiezze moderne, ma chiedeva prontezza quando l’occasione bussava. Un secondo che sapeva essere “primo” nella testa.
I numeri – asciutti, come lui – dicono 55 presenze in Serie A e 190 in Serie B, con due promozioni conquistate proprio con la Lazio nelle stagioni 1968-69 e 1971-72. Nella Capitale, “Sarìn” non è solo un comprimario: nel 1968-69 gioca 27 partite e contribuisce in modo concreto al ritorno dei biancocelesti nella massima serie. I gradoni di Tor di Quinto, l’aria umida del Tevere, le trasferte di provincia: sono pagine di un calcio che si vince curando i dettagli. Concetto chiave: affidabilità. È questo, più dei colpi di teatro, a definire il suo mestiere.
A Genova, giocare per entrambe le sponde è quasi un’eresia. Di Vincenzo lo fa con naturalezza da marinaio che cambia banchina ma non mestiere. Indossa prima il Genoa – dove le stagioni in cadetteria pesano come i campionati di vertice – e poi, a metà degli anni ’70, la Sampdoria, dove fa soprattutto il dodicesimo alle spalle di Enrico Albertosi prima e, soprattutto, di Pietro Battara e Claudio “Ciccio” Cacciatori. In blucerchiato totalizza 15 presenze tra campionato e Coppa Italia. In quei mesi, la sua figura diventa una specie di metronomo silenzioso della squadra. Non è l’uomo dei titoli, ma quello che fa funzionare lo spogliatoio. Parola-chiave: equilibrio.
C’è un’immagine che lo segue, a torto o a ragione, come certe canzoni che non ti togli più dalle orecchie. È il 7 novembre 1976: Derby della Lanterna, Genoa-Sampdoria. Cross, tempo sospeso, e la salita in cielo di Roberto Pruzzo che incorna. Di Vincenzo rimane “a metà del guado”, incerto se uscire o restare: il fotogramma diventa cartolina nelle case rossoblù. Un singolo frame non può riassumere una carriera, ma è così che funziona la memoria collettiva: sceglie un simbolo e lo trasforma in racconto. Nessuno come “Sarìn” ha saputo convivere con quell’immagine, portandosela dietro senza amarezza, come una lezione che fa parte del mestiere.
Il suo curriculum contiene anche le rugosità del calcio di quegli anni, a tratti ruvido. Nel novembre 1973, durante Palermo-Brindisi, si verifica un episodio che fa il giro dei giornali: invasione di campo e un tifoso che lo colpisce con un pugno dopo un fallo a gioco fermo, con conseguenze fisiche per l’avversario. È una pagina amara che racconta lo stadio prima della videosorveglianza, quando le barriere tra campo e gradoni erano più porose e pericolose. Anche questa è storia, e come tutte le storie va tenuta insieme: luci, ombre, contraddizioni.
Terminata la carriera tra Imperia e Pro Vercelli, “Sarìn” resta dove si sente più utile: a pochi metri dalla linea di porta, ma con i coni in mano. Diventa preparatore dei portieri. Lavora in staff tecnici importanti – Napoli, Siena, Palermo, Lazio – e poi rientra a casa, nella Sampdoria, per le giovanili. Insegna il mestiere a ragazzini che oggi sono uomini; trasmette il valore che più di ogni altro gli somiglia: la serietà quotidiana. È il portiere come artigiano, che ricostruisce i gesti fino all’automatismo, sapendo che il pubblico vedrà solo l’ultimo, quello decisivo. In parallelo, a Genova avvia anche una “Scuola Portieri Sarin Di Vincenzo”, ulteriore tassello di una vita dedicata al ruolo.
I trofei raccontano una parte della verità. “Sarìn” è stato nel gruppo dell’Inter che, in quegli anni, ha vinto due Scudetti e una Coppa dei Campioni; nella stagione 1964-65, in particolare, lui firma 3 presenze in A da vice Sarti e i nerazzurri festeggiano il titolo. Le cronache ufficiali del club specificano che non scese in campo nelle gare di Coppa dei Campioni, elemento utile a distinguere tra palmares di squadra e partecipazione diretta. Ma il gioco del calcio è impastato anche di quelle figure che, senza riflettori, tengono in equilibrio i castelli più alti. E “Sarìn” fu uno di questi.
Non è comune, per un calciatore nato sotto la Lanterna, vestire sia il rossoblù sia il blucerchiato. È quasi un paradosso identitario. Eppure, nel suo percorso, Genoa e Sampdoria non sono state tappe inconciliabili: sono state due modi diversi di interpretare la stessa appartenenza. In mezzo, una terza città che gli ha cambiato il destino: Milano, dove la gigantesca macchina nerazzurra lo ha preso, modellato, restituito a un’altra fase della carriera. Tra i pali, gli anni con la Lazio hanno dato la misura del suo valore da titolare; a Genova, invece, ha interpretato con intelligenza il ruolo di riserva pronta, capace di accendere l’interruttore quando chiamata. Il suo profilo professionale è una lezione su come si sta in una squadra: con umiltà e tenacia.
Le prime parole ufficiali sono arrivate dall’Inter, che ha espresso il proprio cordoglio ricordando l’uomo e il professionista, e ne ha ripercorso le tappe nerazzurre. Anche il mondo blucerchiato – dove “Sarìn” ha lavorato e allenato i giovani portieri – lo ha salutato con rispetto, mentre la stampa genovese ha sottolineato l’eccezionalità del suo doppio legame con la città. La notizia della scomparsa ha attraversato rapidamente i canali del calcio italiano, dagli spogliatoi ai settori giovanili, luoghi in cui il suo nome era sinonimo di educazione tecnica e disciplina.