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05 Marzo 2026
“Ho perso il controllo”: la caduta e la risalita di Daryl Janmaat, dall’inferno della dipendenza alla scelta di parlare
All’alba di una proiezione al Koninklijk Theater Tuschinski di Amsterdam, le luci in sala si abbassano. In scena non c’è un gol all’incrocio o una scivolata salvifica: c’è un uomo che guarda se stesso e ammette di aver “fatto molto male a molte persone”. Quell’uomo è Daryl Janmaat, ex Olanda, Newcastle United e Watford. Nel documentario “Echte Mannen Huilen Niet” – “Real Men Don’t Cry” – la sua voce non cerca alibi: la dipendenza da cocaina lo ha “distrutto”, lo ha spinto a mentire a chi amava, gli ha tolto la struttura che il calcio gli aveva dato per oltre quindici anni. L’esordio non è un colpo di scena scritto da una penna brillante: è una resa dei conti. E un invito ad ascoltare.
Il 1° luglio 2022, a 32 anni non ancora compiuti, Janmaat mette fine alla carriera professionistica. Il corpo gli ha presentato un conto troppo salato: una grave lesione al ginocchio e, soprattutto, le complicazioni successive a un’iniezione sbagliata che – racconta – avrebbe provocato una infezione articolare. Da lì, la sensazione che la porta si chiudesse di colpo. “La mia carriera era finita, non ce la facevo”, dirà più tardi.
La cronologia del difensore olandese è nota: cresciuto al Feyenoord, poi ADO Den Haag, Heerenveen, ancora Feyenoord e infine Premier League con Newcastle e Watford, fino al ritorno all’ADO. Ma è la data del ritiro – quel 1 luglio 2022 – a segnare una frattura. Invece di un addio celebrato, un buco nero.
Nel racconto, Janmaat insiste su un punto-chiave spesso sottovalutato: la “struttura”. Il calcio professionistico impone orari, obiettivi, responsabilità quotidiane. Quando tutto finisce, se non c’è un accompagnamento vero, il rischio è precipitare. L’ex terzino parla di un dopo-carriera senza rete, di aspettative mancate e di un ruolo – quello da responsabile tecnico all’ADO Den Haag – che non si è trasformato nel salvagente sperato.
Qui, piano piano, si insinua la cocaina. “All’improvviso ho perso la struttura… la dipendenza è arrivata gradualmente”, ammette.La spirale, racconta, non è teatrale ma quotidiana: bugie a chi ti sta vicino, vergogna, isolamento. La vita privata si spezza: con la moglie Yoshi arriva la separazione, anche se formalmente il matrimonio resta in piedi. “Sono ancora ufficialmente sposato, ma non stiamo più insieme”. Parole che non cercano indulgenza, ma responsabilità.
La testimonianza di Janmaat arriva dentro un progetto con una missione più ampia: normalizzare la vulnerabilità nello sport. “Echte Mannen Huilen Niet” è una Cinetree Original e fa parte di “Samen Voor Kwetsbaarheid”, l’iniziativa con cui VriendenLoterij Eredivisie e Keuken Kampioen Divisie hanno acceso per un intero weekend i riflettori sulla salute mentale maschile nel calcio olandese.
La première è datata 2-3 marzo 2026; dal 3 marzo 2026 la docufilm è disponibile in streaming su Cinetree e sostenuta da una campagna d’impatto nazionale grazie a una donazione di 145.000 euro del VriendenLoterij FanFonds. Numeri che danno la misura di un tema non più marginale.Sullo schermo, insieme a Janmaat, compaiono altri ex pro: tra gli altri Ron Vlaar, Edson Braafheid, Ryan Donk, Gertjan Verbeek, Romano Denneboom. Non icone usa-e-getta, ma testimoni di una cultura che per decenni ha identificato la forza con il silenzio. Il titolo stesso – “Gli uomini veri non piangono” – rovescia lo stereotipo.
Il racconto tecnico-medico è essenziale per capire la traiettoria. Un’iniezione per trattare il ginocchio, “l’ago sbagliato”, l’infezione dell’articolazione: è qui, afferma Janmaat, che si spezza la linea che lo teneva legato al campo. Il fastidio diventa dolore, il dolore diventa impotenza: “Volevo andare avanti, ma non potevo”. Quando il corpo tradisce, il tempo del calciatore – fatto di partite, settimane-tipo, raduni – si sfilaccia. E dove c’è vuoto, spesso si cercano scorciatoie. L’epilogo della discesa arriva, secondo diverse ricostruzioni di stampa, tra fine estate 2023 e i mesi successivi: Janmaat sarebbe stato fermato a Scheveningen in condizioni alterate e poi avrebbe intrapreso un percorso in riabilitazione in Sudafrica.
Oggi, dicono le stesse fonti, ha lasciato l’incarico dirigenziale all’ADO Den Haag e lavora come personal trainer/imprenditore in palestra nella zona dell’Aia – un modo concreto per ricostruire pratica, routine, struttura. È un quadro che lo stesso ex calciatore conferma nelle linee generali (senza indugiare nei dettagli), insistendo sull’idea che la vera frattura sia arrivata “dopo il calcio”.Un particolare che merita attenzione: Janmaat non attribuisce la dipendenza alla pressione della partita. Non cerca il rifugio della retorica sull’ansia da prestazione. Il problema, dice, è l’assenza di senso quando si spegne il riflettore. Una confessione che fa più rumore di mille luoghi comuni.
Che un professionista con 34 presenze in Nazionale e oltre 300 gare tra club e selezioni possa cadere non è un paradosso: è la conferma che il rischio non guarda il palmarès. I numeri della carriera – 71 partite col Newcastle, 76 col Watford, scuderie come Feyenoord e Heerenveen – qui servono solo da contesto. La verità più scomoda è che nei mesi successivi al ritiro i calciatori sono esposti, spesso da soli, a una rinegoziazione identitaria violenta. Chi sono, senza lo spogliatoio? Che valore ho, senza il contratto? È in queste domande che si infilano sostanze e dipendenze.
La vicenda di Janmaat diventa, così, una lente sul sistema: quanti club prevedono programmi strutturati di transizione? Quante leghe accompagnano davvero i propri tesserati nel post-carriera? In Olanda, la risposta sta iniziando a cambiare: la campagna “Samen Voor Kwetsbaarheid” ha coinvolto tutte le 34 società professionistiche, con un brano firmato da Typhoon diffuso in 19 stadi e un’azione coordinata per incoraggiare il parlare, il chiedere aiuto, il non isolarsi. Nel racconto dell’ex terzino, la famiglia è insieme luogo della ferita e spazio della cura: il rapporto con Yoshi si incrina, i tre figli diventano bussola per cambiare rotta. Intorno, la rete degli ex compagni e delle società: quanta formazione ricevono dirigenti e staff per individuare segnali di rischio? La docufilm – con la guida dell’attivista Gianni Zuiverloon e la piattaforma Cinetree – prova a colmare proprio questo vuoto: educare lo sguardo, ridurre lo stigma, allargare la conversazione a uomini che per anni hanno creduto di dover soltanto stringere i denti.
Le campagne servono se lasciano eredità operative. Da qui alcune piste – già discusse in Olanda – che emergono dal contesto in cui si colloca la storia di Janmaat:
Oggi, la nuova vita di Janmaat passa da Scheveningen e L’Aia: una palestra, tanto lavoro da personal trainer e l’obiettivo minimo – ma decisivo – di tenere a distanza la ricaduta. Non è una favola edificante: è la cronaca di un percorso che alterna progressi e fragilità. L’ex terzino non promette miracoli, ma routine: sveglia, clienti, allenamenti, famiglia. La stessa “struttura” che il calcio gli aveva tolto, ricreata con pazienza nella vita civile.
Alla fine di tutto, resta la voce di Daryl Janmaat quando dice: “Dopo la pioggia, torna sempre il sole”. Non è ottimismo di circostanza: è una frase pronunciata dopo essersi visto, sul grande schermo, nelle settimane in cui non riconosceva più se stesso. La luce che rivendica oggi non cancella l’ombra di ieri: la contiene, la nomina, la rende condivisibile. È così che una storia personale diventa bene comune.