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La Juventus Next Gen va bene come non mai, ma nessuno è pronto per il team di Spalletti: è paradosso bianconero

Vittoria e classifica da cartolina per la seconda squadra: perché, nonostante il salto di qualità, pochi profili oggi sembrano già spendibili

JUVENTUS NEXT GEN SERIE C - GIACOMO FATICANTI

JUVENTUS NEXT GEN SERIE C - Giacomo Faticanti, centrocampista classe 2004, risulta il giocatore bianconero con più presenze in campionato con 28 gettoni e 2 reti

La scena è questa: minuto 33’ del primo tempo, allo stadio «Ettore Mannucci» di Pontedera. Il destro di Deme si infila alle spalle di Biagini e la Juventus Next Gen fa quello che nelle ultime settimane ha imparato a fare con mestiere: porta via i 3 punti da un campo sporco, contro un avversario abituato a soffocarti. Uno zero a uno che pesa come piombo e che certifica una classifica da vertigini «per gli standard storici» del progetto: a inizio marzo 2026 i bianconeri sono nella metà nobilissima del Girone B di Serie C, con la sensazione, secondo più fonti, di avere la salvezza in tasca e la prospettiva concreta di giocarsi i playoff. Eppure, qui sta il cortocircuito: mentre la squadra corre, gli osservatori che guardano alla «porta accanto», quella della prima squadra, fanno fatica a indicare oggi, con mano ferma, chi sia davvero pronto al salto già dalla prossima stagione. È il «paradosso Next Gen»: risultati in crescita, ma pochi profili che, adesso, convincano fino in fondo.

PONTEDERA-JUVENTUS NEXT GEN: LA PARTITA CHE RACCONTA UNA MATURITÀ NUOVA
Il successo di Pontedera è uno snodo simbolico. Non solo per il punteggio, ma per il modo in cui arriva: cattivo agonismo, gestione dei momenti, capacità di abbassare il ritmo quando serve. Il tabellino ufficiale certifica: Pontedera-Juventus Next Gen 0-1, gol di Deme al 33’. In panchina c’è Massimo Brambilla, che guida un undici molto «operaio», con Guerra capitano e il giovane Shane Van Aarle sempre più dentro le rotazioni. Un manifesto di pragmatismo. E soprattutto il tassello che tiene i bianconeri in alto, protetti e ambiziosi insieme.

UNA CLASSIFICA INEDITA A INIZIO MARZO
Il significato profondo del colpo al Mannucci è nei numeri di contesto. La vittoria consente alla Next Gen di restare salda nella zona che conta: tra il sesto e il quarto posto a seconda dell’oscillazione di risultati altrui, in ogni caso ben distante dalla coda. Si tratta della «prima volta» che a inizio marzo, quindi all’altezza della 30ª giornata, il gruppo bianconero si ritrova così in alto da quando esiste il progetto. Non è solo percezione: cronache locali e siti specializzati confermano la dimensione di squadra pienamente competitiva con le big del girone. Tradotto: l’obiettivo minimo è stato messo al sicuro, ora si gioca per un piazzamento playoff che oggi suona tutt’altro che velleitario.

SALVEZZA BLINDATA, PLAY OFF NEL MIRINO
Al netto delle sfumature aritmetiche (che dipendono dalla forbice con la zona playout e da una classifica non facile da interpretare, con un turno di riposo per squadra), il quadro che arriva da più fonti è chiaro: la Next Gen ha di fatto messo in cassaforte la permanenza in Serie C. E lo ha fatto con una serie di affermazioni «pesanti» contro squadre di alta classifica, si pensi, per esempio, al successo sull’Ascoli a metà gennaio, e con la capacità di far punti anche in trasferta. Sono indicatori che, negli anni scorsi, non sempre erano stati così costanti.

IL MOTIVO PER CUI SI PARLA DI «PARADOSSO»
Qui entra in gioco il tema strategico: un progetto, quello delle seconde squadre, nato nel 2018 con l’iscrizione della allora Juventus Under 23 alla Serie C, poi ribattezzata Juventus Next Gen il 26 agosto 2022. Da allora, un trofeo storico, la Coppa Italia di Serie C 2019-2020, e una pipeline che ha già portato in vetrina nomi come Nicolò Fagioli, Fabio Miretti, Samuel Iling‑Junior, Matías Soulé, Enzo Barrenechea e, più recentemente, la consacrazione del talento Kenan Yildiz. La catena «funziona»: forma professionisti, abbassa il gradino tra Primavera e calcio dei grandi, crea valore tecnico ed economico. Eppure, oggi, guardando alla rosa attuale, la percezione è che pochissimi, se non nessuno, siano considerati «subito pronti» per prendere una maglia stabile con la Prima squadra già dal prossimo agosto.

DOVE SI INCEPPA LA «PIPELINE», IL CONFRONTO CON I CASI SCUOLA
La storia recente racconta l’efficacia del modello quando la materia prima è d’élite. Fagioli ha siglato reti pesanti in Serie A ed Europa, Miretti ha firmato vittorie «da tre punti» in stadi caldi, Iling‑Junior ha inciso da subentrante, Soulé ha scalato mercato e status, Yildiz è esploso a cavallo tra Primavera, Next Gen e Prima squadra. Ma questi sono prodotti di un biennio particolarmente fertile. Oggi, nella rosa attuale della Next Gen, si intravedono potenzialità (anche nei 2005‑2006 come Anghelè, Pugno e altri), senza però che, adesso, uno di loro sembri in grado di prendersi, da subito, un ruolo da rotazione alta con i «grandi». È il senso della fotografia proposta dalla stampa: il serbatoio c’è, ma per trasformarlo in benzina d’ottano serve ancora qualche mese di lavoro individuale.

LA CONCLUSIONE PROVVISORIA DI UN «PARADOSSO» UTILE
Il «paradosso» non è una condanna, è un promemoria. La Juventus Next Gen è più in alto che mai a questo punto dell’anno, ha, di fatto, messo al sicuro la permanenza in Serie C e sta forgiando un gruppo che, per la prima volta dopo un po’, sa vincere anche «di mestiere». Nel breve, forse mancano le candidature irrefutabili per la prima squadra. Nel medio, proprio questa stagione può rivelarsi la più preziosa: perché abitua i giovani a gestire partite complicate, a stringere i denti fuori casa, a reggere il peso di una classifica che conta. È l’ultima tessera prima del salto di qualità individuale. E, alle volte, è quella che fa la differenza.

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