Approfondimento
11 Marzo 2026
Fabio Capello e Raffaele Palladino durante il dibattito post-partita a Sky Sport
L’1-6 incassato dall’Atalanta a Bergamo contro il Bayern Monaco nell’andata degli ottavi di Champions League è molto più di una sconfitta pesante. È il simbolo di un divario che negli ultimi anni si è progressivamente allargato tra il calcio italiano e le grandi potenze europee. Negli ultimi dieci mesi le squadre italiane hanno subito quattro sconfitte di proporzioni clamorose nella massima competizione continentale: il 5-0 del Paris Saint-Germain contro l’Inter nella finale dello scorso 31 maggio, il 6-2 con cui il Psv ha travolto il Napoli il 21 ottobre 2025, il 5-2 inflitto dal Galatasaray alla Juventus nei playoff di febbraio e, appunto, il 6-1 del Bayern contro l’Atalanta. Il bilancio complessivo è impietoso: 22 gol subiti contro appena cinque segnati. Se non ci sarà quello che potremmo definire il più grande miracolo nella storia del calcio, l’Italia non avrà rappresentanti ai quarti di Champions League. Un esito che è la fotografia fedele del momento del nostro calcio a tre settimane dal playoff per la qualificazione ai Mondiali 2026.
Nel dopo-partita di Bergamo Fabio Capello ha individuato con lucidità l’origine del problema. «Siamo di fronte a un disastro culturale sportivo che nasce nei settori giovanili», ha spiegato negli studi televisivi. «C’è troppa tattica e poca tecnica, troppo gioco all’indietro e poca corsa. Il calcio moderno va verso la verticalità e l’intensità, mentre noi insistiamo con passaggi orizzontali e ritmi bassi».
Le parole dell’ex tecnico toccano un nervo scoperto. Il paradosso è che lo sport italiano, nel suo complesso, continua a produrre risultati importanti. Negli ultimi mesi sono arrivate imprese storiche in discipline diverse: la prima vittoria della nazionale di rugby contro l’Inghilterra, il successo dell’Italia del baseball contro gli Stati Uniti al World Classic, perfino una vittoria ai mondiali di cricket alla prima partecipazione degli azzurri. Gli atleti italiani, insomma, non sembrano meno competitivi del passato. Il problema riguarda soprattutto il sistema calcio.
A confermarlo arrivano anche i dati del CIES Football Observatory, che ha analizzato la percentuale di minuti giocati dai calciatori Under 21 nei principali campionati europei.

La Serie A è tra gli ultimi campionati per utilizzo di giovani, il ché non può che renderlo un campionato a ritmi bassi e poca verticalità di giocata. I giocatori Under 21 totalizzano appena il 9,2% dei minuti complessivi, una percentuale nettamente inferiore rispetto a quella di campionati come il Belgio o l’Olanda, dove supera il 20%. Anche Francia e Portogallo sono molto più avanti. Il dato è significativo anche dal punto di vista atletico. Tra i 18 e i 21 anni molti calciatori raggiungono il picco di velocità e brillantezza fisica, caratteristiche che nel calcio moderno fanno sempre più la differenza. I campionati che danno spazio ai giovani aumentano naturalmente intensità e ritmo di gioco, mentre in Italia si continua a privilegiare l’esperienza.
Inutile un confronto con l'Inghilterra. Se è vero che la percentuale in oggetto per quanto riguarda la Premier League è molto simile a quella del campionato italiano, il dato va parametrato al fatto che Oltremanica arrivano oggi la gran parte dei calciatori più forti del mondo, motivo per cui è normale un innalzamento dell'età media. Insomma, far giocare i calciatori "più anziani" ha senso se il loro tasso qualitativo è alto. Se si vuole puntare a una crescita sul lungo periodo è invece necessario investire davvero sui giovani e sulla velocità del gioco, altrimenti il divario con il resto d’Europa rischia di diventare sempre più difficile da colmare.
C’è poi un altro elemento che incide sullo sviluppo dei vivai: il tesseramento dei minorenni stranieri. Le norme FIFA, pensate per proteggere i giovani calciatori, vietano in linea generale i trasferimenti internazionali sotto i 18 anni, salvo alcune eccezioni molto precise. Un ragazzo può essere tesserato se la famiglia si trasferisce per motivi non legati al calcio, oppure – all’interno dell’Unione Europea – tra i 16 e i 18 anni, purché il club garantisca istruzione, formazione e adeguata tutela sociale. Esiste anche una deroga per i giovani che vivono nelle zone di frontiera. In Italia, oltre alle regole internazionali, si aggiungono ulteriori passaggi burocratici federali che spesso rendono il processo più lento e complesso rispetto ad altri paesi europei. Questo limita la capacità dei club di attrarre talenti in età precoce e di integrarli rapidamente nei propri settori giovanili. Non è un caso se i campionati più virtuosi nella classifica del CIES – Belgio, Olanda e Francia – hanno costruito negli anni sistemi molto più aperti e dinamici. In quei paesi è normale che un talento esordisca in prima squadra a 17 o 18 anni. In Serie A, invece, molti giovani passano stagioni tra panchina e prestiti prima di avere una vera occasione.