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«Mercato delle famiglie e vivai depotenziati»: l’allarme di Luca Toni sui settori giovanili in Italia

L’ex bomber della Nazionale dice la sua e lancia una provocazione: «Date il calcio in mano a gente come Roberto Baggio o Paolo Maldini»

“Mercato delle famiglie” e vivai depotenziati: l’allarme di Luca Toni che il calcio italiano non può più ignorare

Luca Toni, classe 1977, Campione del Mondo con l'Italia nel 2006: 47 presenze e 16 gol per lui con la maglia della Nazionale

È un pomeriggio feriale, i cancelli di un centro sportivo di provincia cigolano. In fila, come a una lotteria, genitori con buste di plastica, cartelline, talvolta buste paga. Dentro, un dirigente soppesa non il tocco di un Under 14, ma le possibilità della sua famiglia di “sostenere il progetto”. In Italia il calcio dei ragazzi troppo spesso inizia così: non con un pallone nuovo, ma con una contrattazione opaca. È la scena che fa da sfondo alle parole di Luca Toni, diventate in poche ore un caso: “poche strutture”, “regole sbagliate”, rischio di un vero e proprio “mercato delle famiglie” che premia chi può spostarsi e non chi forma davvero. Non è una boutade: è una radiografia impietosa, che tocca nodi regolamentari, culturali e industriali.

UNA ANALISI CHE FA RUMORE E TOCCA TRE NERVI SCOPERTI

Le parole dell'ex attaccante della Nazionale, riportate in un'intervista su La Repubblica, obbligano a un check di realtà. 1) La gestione dei club italiani incapace di reggere il passo di realtà come il Bayern Monaco, dove ciò che si incassa si reinveste in infrastrutture e sviluppo. Parole che Toni ha collegato esplicitamente al modello bavarese. Il confronto è brutale: il FC Bayern Campus, inaugurato il 21 agosto 2017, è costato circa 70 milioni di euro, su 30 ettari con 8 campi, foresteria e uno stadio da 2.500 posti. Non un lusso, ma un’idea industriale di vivaio. 2) I settori giovanili italiani, in larga parte con poche strutture adeguate nell’età più delicata. 3) Norme che, tra 12 e 18 anni, consentono passaggi frequenti e di fatto scaricano il rischio economico sui club formatori, aprendo la porta a un “patto non scritto” con le famiglie: la deriva denunciata da Toni come “mercato delle famiglie”.

LE PAROLE DEL CAMPIONE DEL MONDO

Queste le dichiarazioni principali di Luca Toni nell'intervista rilasciata a La Repubblica: «Arrivai al Bayern con Ribery, Podolski, Klose, li riportammo in alto. Da quel momento, ogni stagione hanno preso uno o due giocatori di qualità da aggiungere a un'ossatura collaudata. Certo, loro non sbagliano gli acquisti. A Monaco investono quello che incassano. Sento spesso parlare di Superlega, di modi per far entrare più soldi. La verità è che ci vorrebbero più dirigenti che sanno fare calcio. Alcuni club per vincere la Champions si devono indebitare. Il Bayern ha il bilancio in attivo. Dovrebbe farci riflettere il rendimento europeo complessivo delle italiane. La Serie A è in difficoltà. Il confronto con le corazzate è duro, siamo distanti. Le due finali dell'Inter ci hanno illuso, ora siamo tornati alla realtà.  L'Atalanta è quella che ha meno rimpianti. Il 6-1 è pesante, ma non può esserci paragone con il Bayern. Non mi è piaciuto il Napoli. Ha avuto tanti infortuni, va bene, ma ha buttato via partite che doveva vincere. Per Conte è stata una brutta Champions. L'Inter mi ha deluso, con il Bodø doveva superare il turno. La Juventus con il Galatasaray deve rammaricarsi per la gara d'andata». E poi ancora, sui Settori Giovanili: «Bisognerebbe curare di più i vivai. Ci sono poche strutture per i bambini. E alcune regole sbagliate. Ad esempio, non ci sono più vincoli per i ragazzi dai 12 ai 18 anni: possono cambiare squadra ogni stagione. Mio figlio Leonardo ha 12 anni, gioca nel Sassuolo, potrei portarlo tra un po' da un'altra parte, e così tu società che hai investito su di lui ti ritrovi senza nulla in mano. Il rischio è che si apra anche un mercato delle famiglie: ti do 5mila euro se porti tuo figlio da me, e viceversa. Così si rovinano i bambini. Nel calcio Baggio aveva fatto un programma di rilancio e neanche è stato preso in considerazione. Le riforme le fa chi non ha mai giocato. Ci devono essere figure politiche, ma vanno affiancate da qualcuno che conosce il pallone: chiama Maldini, chiama Baggio. Altrimenti continueremo a far ridere».

I NUMERI CHE INCHIODANO LA SERIE A: I NOSTRI GIOVANI NON GIOCANO

Se il vivaio funziona, la prima squadra dovrebbe raccoglierne i frutti. Non è così. Secondo l’Osservatorio CIES, nel 2025 la Serie A è quasi in fondo in Europa per minuti concessi agli U21 eleggibili per la Nazionale: appena 1,9%. Il dato non è episodico: confermato da analisi e rielaborazioni successive, fotografa una cultura tecnica che non accompagna il salto. In pratica: si rincorrono risultati immediati e si rinvia la responsabilità di rischiare i giovani. Il paradosso è tutto qui: si spende per talenti altrui e si esita su quelli cresciuti in casa. Chi sostiene che “i giovani bravi giocano sempre” dimentica un dettaglio: il tempo di campo è il capitale formativo più prezioso. Senza continuità di minuti tra 17 e 20 anni, il talento evapora. E il confronto con Bundesliga, Liga e - ancor più - con modelli nazionali che legano la gestione economica ai minuti U21 concessi diventa imbarazzante.

IL CONFRONTO CHE BRUCIA: IL BAYERN INVESTE, L'ITALIA BALBETTA

Il FC Bayern Campus non è un simbolo, è un processo. 70 milioni di euro, 8 campi, una foresteria per chi arriva da fuori, staff dedicati, intersezione con il settore femminile e giovanili: un ecosistema progettato per trasferire metodo nella crescita dell’atleta e della persona. Il punto, come ricorda Toni, è la regola non scritta “incasso e reinvesto”. È governance: l’organizzazione genera talenti e patrimonializzazione, riduce l’incertezza negli acquisti, moltiplica il valore nel tempo. In Italia, le eccezioni confermano la regola. L’Atalanta ha fatto scuola: Zingonia ristrutturata, 7–8 campi, una Accademia “Mino Favini” che è cultura tecnica e identità, investimenti annui significativi e continuità di utile. A Firenze, il Viola Park - inaugurato l’11 ottobre 2023 - ha impegnato oltre 110–120 milioni di euro per creare un centro integrato con due piccoli stadi interni e 12 campi. È una rottura del passato, ma resta - per ora - un’eccezione virtuosa più che un nuovo standard. Il resto del Paese? Troppo spesso campi in affitto, spogliatoi condivisi, staff sottopagati nella base, competenze educative marginali. In questo contesto, Toni ha gioco facile a chiedere che chi ha vissuto il campo - nomi come Paolo Maldini e Roberto Baggio - sieda nei tavoli che disegnano le riforme: è il modo per evitare progetti calati dall’alto e privi di aderenza alla pratica.

SECONDE SQUADRE, YOUTH LEAGUE, PERCORSI: COSA FUNZIONA E COSA NO

Una risposta strutturale al salto tra Primavera e professionismo è il modello delle seconde squadre. In Italia, la Juventus Next Gen ha anticipato i tempi con risultati economici importanti (oltre 200 milioni in plusvalenze cumulative in diversi anni, secondo stime di stampa) e un numero crescente di promozioni o cessioni mirate. Il punto non è ideologico: avere Under 23 che giocano tra i professionisti accorcia il corridoio formativo e riduce lo shock all’esordio in A. Il rovescio della medaglia? Se il club usa l’Under 23 solo come “magazzino” di plusvalenze, il beneficio tecnico sulla prima squadra si riduce. La lezione europea - dalla Liga alla Bundesliga - è chiara: la seconda squadra serve quando è integrata in una filiera tecnica coerente, non quando diventa solo un centro di profitto.

SOLDI GIUSTI E SOLDI FACILI: LA DIFFERENZA CHE CAMBIA UN VIVAIO

Il sistema FIFA di solidarietà (5%) e training compensation è un pilastro internazionale. Ma in Italia, dove molti trasferimenti interni avvengono a zero, i flussi che tornano alla base sono esigui. La conseguenza è netta: senza investimenti in campi, foresterie, staff e didattica, i vivai perdono attrattività e qualità. Con il rischio - reale, come denuncia Toni - che si passi dalle proposte tecniche alle offerte economiche per convincere i genitori. Qui serve un cambio di paradigma. Destinare una quota fissa dei diritti TV delle leghe professionistiche a un fondo infrastrutture giovanili con bandi annuali, criteri trasparenti e rendicontazione pubblica. Premiare con coefficienti di riparto più alti i club che certificano standard strutturali (numero di campi, ore di scuola interna, presenza di tutor) e minuti U21 in prima squadra o in seconda squadra. Allineare il modello italiano ai meccanismi UEFA di distribuzione solidaristica destinati a strutture e vivaio, evitando dispersioni.

COSA RESTA DOPO L'ALLARME DI TONI

Che la competenza debba tornare al centro. Mettere figure come Maldini e Baggio ai tavoli delle riforme non è folklore: è un invito a disegnare norme praticabili, con equilibrio tra tutela del minore e sostenibilità dei formatori. Che senza infrastrutture- campi, palestre, foresterie, aule studio - non c’è vero vivaio. E gli esempi del Bayern, di Zingonia e del Viola Park lo provano. Che i numeri sono una condanna: 1,9% di minuti agli U21 eleggibili in Serie A nel 2025 non è una fisiologia, è un allarme rosso. Che il “mercato delle famiglie” nasce nel vuoto creato da regole generose ma indennizzi inadeguati e da club che inseguono scorciatoie. La proposta minima? In quattro mosseRafforzare e rendere automatico il pagamento dei premi di preparazione, con valori indicizzati ai costi vivi del territorio e della categoria, e con garanzie di escussione rapida. Introdurre un cap severo e trasparente su ogni forma di incentivo economico alle famiglie, con obbligo di registrazione federale e sanzioniCreare un indice infrastrutturale minimo per partecipare ai campionati giovanili d’élite: senza i requisiti strutturali si retrocede di categoria, a prescindere dal risultato sportivo. Legare una quota dei ricavi TV e dei premi UEFA a obiettivi misurabili: minuti U21 in A o in seconda squadra, diplomi scolastici conseguiti in foresteria, numero di allenatori con abilitazioni specifiche giovanili.

LA VIA DI USCITA

Non esistono scorciatoie. Se il sistema continuerà a valutare un 14enne dal cognome e dal potere di spesa familiare invece che dal primo controllo orientato, non servirà invocare nuovi selezionatori o nuovi moduli: resteremo inchiodati al 1,9% di fiducia, e ci interrogheremo - tardi - su perché i migliori scelgono altre strade. Le parole di Luca Toni urtano perché sono semplici: difendono i bambini dal business e ricordano che il calcio è una scuola prima di essere un mercato. Tocca a FIGC, Lega Serie A e club decidere se trasformarle in norme, strutture e cultura tecnica. Il tempo, quello sì, è già finito.

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