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17 Marzo 2026
Mehdi Taremi, simbolo della nazionale iraniana
Allo scoccare di un’alba qualunque a Città del Messico, nel cortile dell’ambasciata iraniana, una frase apparsa su carta intestata ha ribaltato in poche righe mesi di trattative sotterranee: l’Iran intende negoziare con la FIFA per disputare le sue gare del Mondiale 2026 in Messico, non negli Stati Uniti. Non è una richiesta di routine: arriva nel mezzo di una guerra a più fronti, dopo attacchi aerei congiunti di USA e Israele su obiettivi a Teheran e la catena di rappresaglie iraniane contro basi statunitensi nel Golfo, con droni e missili che hanno ridisegnato in poche settimane la mappa del rischio. Nel calcio globale di oggi, la geopolitica non bussa: entra e riscrive il calendario.
La posizione iraniana è stata formalizzata il 17 marzo 2026 dall’Ambasciata dell’Iran in Messico, che ha parlato di contatti in corso con la FIFA per spostare le partite della nazionale in territorio messicano “per garantire la sicurezza di giocatori e dirigenti”. La nota fa riferimento a timori concreti, alla luce dell’escalation militare e delle parole pronunciate giorni prima dal presidente Donald Trump. «Dal momento che Donald Trump ha chiaramente affermato di non poter garantire la sicurezza della nazionale iraniana, non ci recheremo negli Stati Uniti». Così il presidente della Federazione calcistica iraniana Mehdi Taj.
Il contesto: fra fine febbraio e le prime due settimane di marzo 2026, Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi su infrastrutture e siti militari in Iran, inclusa l’area della capitale; Teheran ha risposto colpendo — direttamente o tramite milizie alleate — obiettivi in Israele e basi USA in vari Paesi del Golfo. Le autorità di più Paesi hanno segnalato danni a infrastrutture, perdite e feriti.
Il nodo politico è nelle dichiarazioni altalenanti della Casa Bianca. Il 13 marzo 2026 circa, Donald Trump ha detto che non riteneva “appropriata” la presenza dell’Iran negli USA durante il Mondiale, invocando questioni di sicurezza in pieno conflitto. Una posizione che ha immediatamente scatenato l’allarme a Teheran e nella stessa FIFA, chiamata per statuto a garantire parità di trattamento e condizioni di sicurezza per tutte le squadre.
Eppure, a distanza di pochi giorni, il quadro si è fatto più ambiguo: fonti CBS e dichiarazioni rese pubbliche dal presidente FIFA Gianni Infantino hanno riferito che Trump avrebbe assicurato che l’Iran è “benvenuto” a giocare negli Stati Uniti; contestualmente, in altre interviste e riferimenti alla stampa il presidente ha liquidato il tema con un “non mi interessa davvero se l’Iran gioca o no”, affermazione che molti hanno letto come un disimpegno più che come garanzia operativa. Due registri, due messaggi, stessa posta in gioco: la gestione della sicurezza e delle deroghe ai divieti d’ingresso.
La FIFA, dal canto suo, ha ribadito — ricordando le ispezioni di otto anni fa al dossier di candidatura congiunta — che gli Stati Uniti, il Canada e il Messico dispongono di “sistemi consolidati” per la sicurezza di eventi di massa e personalità ad alto profilo. Ma una garanzia scritta non sempre basta quando la logistica si intreccia con crisi diplomatiche, visti, eventuali eccezioni ai travel ban e un’opinione pubblica polarizzata.
Al momento, il percorso “di default” dell’Iran prevedeva tre gare negli USA: due a Los Angeles (Inglewood), il 15 giugno con la Nuova Zelanda e il 21 giugno con il Belgio, e una a Seattle il 26 giugno contro l’Egitto. È un itinerario dove pesano molto le comunità della diaspora — a partire da quella iraniana a Los Angeles — e dove l’ordine pubblico rappresenta una sfida sofisticata ma pianificabile. Lo spostamento integrale in Messico comporterebbe una riscrittura della logistica per squadre, tifosi, broadcaster, sicurezza e mobilità urbana.
Non sarebbe però un’operazione impossibile: già nel 2025, analisi e indiscrezioni avevano evidenziato come, in casi eccezionali, la FIFA potesse riallocare le sedi di gruppo pur preservando l’equilibrio competitivo e contrattuale; l’ipotesi più realistica, se accolta, vedrebbe l’Iran con base a Monterrey, Guadalajara o Città del Messico, poli con infrastrutture già dimensionate per partite di alto profilo. Resta inteso che l’apertura ufficiale del torneo l’11 giugno 2026 all’Estadio Azteca e il calendario macro non cambierebbero.
La mossa iraniana non nasce in un vuoto. Dalla notte del 28 febbraio 2026 il conflitto ha vissuto una progressione rapida: bombardamenti israeliani e statunitensi in profondità sul territorio iraniano, inclusi asset strategici e infrastrutture aeree; a seguire, una trama di ritorsioni iraniane su Israele e contro infrastrutture e basi legate alla presenza USA nel Golfo (dal Bahrein al Kuwait fino all’Arabia Saudita), con vittime, feriti e danni. La “guerra dei cieli” ha incluso anche attacchi a Teheran e operazioni sul teatro libanese. È in questo scenario che il calcio si trova a dover operare.
L’effetto politico non è irrilevante nemmeno a Washington: il 17 marzo 2026, si è dimessa una figura di vertice dell’antiterrorismo USA, denunciando l’avvio della guerra in assenza di una “minaccia imminente”. Un terremoto istituzionale che s’intreccia con l’eco delle posizioni presidenziali sul Mondiale e alimenta incertezza sul perimetro delle eccezioni ai visti, sulle misure di sicurezza negli stadi e sui movimenti delle tifoserie.
La FIFA dovrà sciogliere il nodo con una comunicazione formale: conferma del calendario originario con garanzie scritte o via libera alla ricollocazione in Messico. L’Iran attende una risposta che non sia solo politica ma operativa: visti per staff e delegazione, protocolli di scorta, piani anti–minaccia integrati con le forze locali. Infine, gli USA, sono chiamati a una linea coerente: “non appropriato”, “benvenuti” o “non mi interessa” non sono equivalenti quando si pianificano eventi con oltre 60.000 spettatori e flussi di mobilità che coinvolgono più di 10 città ospitanti.
Se prevarrà la soluzione messicana, sarà una vittoria del pragmatismo e un precedente senza clamori, ma con conseguenze durature: le federazioni valuteranno sempre di più la “portabilità” delle sedi e la resilienza dei co-host. Se invece l’Iran scenderà in campo a Los Angeles e Seattle, lo farà dentro una bolla di protezioni, scorte e protocolli che — inevitabilmente — renderanno visibile a tutti quanto sottile sia oggi il confine fra calcio e geopolitica. In entrambi i casi, la lezione è chiara: nel 2026, il pallone non rotola mai da solo.
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