Esistono arrivi accolti da folle in festa, da tifosi all’aeroporto, da città intere pronte a riempire gli stadi soltanto per ascoltare un nome. Arrivi rumorosi, pesanti, che spesso finiscono schiacciati da aspettative troppo grandi. E poi esistono arrivi diversi, quasi silenziosi, consumati in punta di piedi, senza clamore e senza riflettori. Arrivi che finiscono per cambiare tutto. Quello di Tito Polimeni al Novara appartiene esattamente a questa categoria. Nessuna accoglienza da copertina, nessun bagno di folla, eppure il suo ritorno ha avuto un impatto devastante. Sul campo, ma anche dentro il gruppo, nella mentalità e nell’energia che trasmette ai compagni. Perché esistono giocatori che incidono con i numeri, e altri che riescono a cambiare l’equilibrio emotivo di una squadra. Polimeni, oggi, riesce a fare bene entrambe le cose.
Tito Polimeni è un attaccante capace di proteggere palla, attaccare gli spazi e dare riferimenti continui alla squadra. Ricorda Gianluca Scamacca, uno dei suoi idoli fin da bambino. Dietro al calciatore, però, c’è anche il percorso di un ragazzo con una storia incredibile. Tito studia al liceo a Torino e vive giornate fatte di vero sacrificio: esce da scuola prima, mangia in macchina al volo, prende il treno per andare ad allenarsi e la sera tardi rientra a casa per studiare e lavorare sul fisico in palestra. Una routine molto impegnativa che racconta meglio di ogni altra cosa la sua mentalità: vivere per il calcio e migliorarsi ogni giorno, anche quando il destino sembra opporsi. Per questo motivo la nuova parentesi di Tito al Novara non è solo una storia di campo, ma quella di un ragazzo tornato in punta di piedi che sta lasciando impronte profondissime.
UNA VITA IN MAGLIA GRANATA
Il suo incredibile percorso parte nel 2017 con la maglia del Torino, nella categoria Pulcini. Una maglia che, con il passare degli anni, assume per Tito un significato che va ben oltre il campo. Non è semplicemente una squadra in cui giocare: è la squadra del cuore di suo nonno, quella per cui lui stesso è abbonato allo stadio, in Curva Maratona, dove canta e tifa sostenendo la squadra ogni domenica. Quella del Toro è la maglia che qualsiasi ragazzo granata sogna di indossare fin dall'asilo. È una di quelle maglie che racconti con orgoglio alla famiglia, quella che Babbo Natale ti mette sotto l’albero perché la chiedi ogni anno nella letterina, quella che fai personalizzare con il tuo nome sognando che un giorno possa diventare realtà. Passano gli anni e il percorso nel Torino continua, stagione dopo stagione, sempre più vicino a quel sogno di scrivere pagine indelebili della storia granata. Ma proprio per questo, ad un certo punto, quella maglia inizia per pesare più del previsto. Il peso di scendere in campo per la città inizia a ronzargli nella testa. L’ultima stagione, su tutte, è uno spartiacque. Il campo lo vede meno di quanto avrebbe sperato, spesso partendo dalla panchina, in un contesto in cui trovare spazio diventa complicato e in cui le gerarchie non sempre riescono ad aprire spiragli. Quando senti di poter dare di più ma non riesci a dimostrarlo, il rischio è quello di perdere fiducia. Polimeni, invece, reagisce. Continua a lavorare, aspetta il suo momento, quando chiamato in causa risponde alla grandissima, ma le cose non migliorano. Alla fine della stagione capisce che per crescere davvero serve cambiare aria. Non è una resa, ma una scelta di maturità: trovare il posto giusto per rimettere il proprio talento al centro del progetto. La chiesa al centro del villaggio.
LA RIPARTENZA
La nuova tappa è il Novara. Una scelta che sa di rilancio, di nuova occasione, di pagina bianca tutta da scrivere. L’inizio sembra promettente. Polimeni trova spazio, parte titolare, entra rapidamente nelle dinamiche della squadra, dentro e fuori dal campo. La sua presenza si sente: grinta, intensità, voglia di incidere. Il tipo di giocatore che non si nasconde mai dentro la partita. Sembra l’inizio perfetto di una nuova storia. Ma poi, in un allenamento autunnale - apparentemente come gli altri - arriva il primo segnale. Un fastidio all’anca. Nulla che all’inizio sembri davvero preoccupante, nulla che un ragazzo con la grinta e la tenacia di Polimeni non possa sopportare. Qualche terapia, qualche allenamento individuale, e si continua. Ma quel fastidio non sparisce. Aumenta, partita dopo partita. Polimeni prova a conviverci. Ha trovato quel posto da titolare che tanto ha inseguito, che tanto ha aspettato, non può fermarsi ora. Ma il corpo, a volte, non ascolta la testa. Le sensazioni cambiano. Le prestazioni inevitabilmente ne risentono. Arrivano le prime panchine, le settimane passate tra campo e terapie nel tentativo di rimettere tutto a posto. È una fase complicata, forse la più frustrante per un calciatore: sapere di poter dare molto di più, ma sentire che qualcosa non te lo permette. Polimeni continua a provarci, perché arrendersi non è mai stata un’opzione. Parola sconosciuta nel suo vocabolario. Poi arriva il momento che nessun giocatore vorrebbe vivere. A metà novembre, dopo settimane difficili, il dolore diventa improvvisamente qualcosa di diverso. Non più un fastidio, non più un limite gestibile, ma una fitta devastante che lo obbliga ad accasciarsi. Gli esami parlano chiaro: frattura dell’osso dell’anca. Cinque mesi di stop. Cinque mesi senza partite, senza allenamenti veri, senza quella quotidianità che per un calciatore è tutto. Inizia un’altra battaglia, forse la più dura. Fisioterapia, riabilitazione, sedute infinite, progressi lenti ma costanti. Sono mesi lunghissimi, quelli in cui la testa deve restare forte quanto il fisico. Perché quando il campo sparisce per così tanto tempo, il rischio è quello di perdere certezze. Polimeni, ancora una volta, non smette di guardare avanti. Non c’è spazio per i dubbi. Solo una convinzione chiara: tornare. Tornare a giocare, tornare a competere, tornare a dimostrare chi è davvero.

CASA DOLCE CASA
Nonostante la mentalità da highlander, Tito è pur sempre un ragazzo di 16 anni colpito da un gravissimo infortunio. Vivere una riabilitazione così lunga è logorante per chiunque, specialmente se il calcio rappresenta tutta la tua vita. Dopo l’infortunio si presenta la possibilità di una nuova parentesi nella sua terra, accanto ai cari. La scelta diventa quasi naturale e la ripartenza dunque passa da un'altra grande realtà: il Bra. Un ambiente che gli permette di ritrovare serenità dopo mesi difficili. Anche sul campo arrivano segnali interessanti: 320 minuti e 2 gol. Segnali chiari di un attaccante che, appena ritrova ritmo e fiducia, sa come incidere. Con il passare delle settimane, però, dentro di lui cresce una sensazione sempre più forte. Al Bra si trova bene, l’ambiente è sano e la società è solida, ma qualcosa non si incastra perfettamente nello scacchiere della squadra. Quella sensazione di poter dare ancora di più continua a ronzargli nella testa. È una percezione sottile, non legata all’ambiente o al rapporto con la squadra, ma semplicemente al conto che aveva lasciato in sospeso pochi mesi prima. Ed è proprio in quel momento che riaffiora con forza il pensiero di Novara. La sensazione di aver interrotto un percorso che meritava un finale diverso. La voglia di tornare in quell’ambiente in cui, prima dell’infortunio, aveva iniziato davvero a spaccare il mondo diventa sempre più grande. Così, quando si riapre la porta del Novara, la scelta diventa naturale. Un ritorno che ha il sapore della seconda occasione, dell'ultimo treno da prendere ma anche e soprattutto di una realtà pronta ad accoglierlo per dargli una seconda possibilità. Lì ci sono amici, compagni, un ambiente che lo conosce e nel finalmente quale non deve ripartire da zero.

MENTALITÀ NOVARA
Novara è un contesto che crede da sempre profondamente nei giovani e nel valore del proprio settore giovanile. A Novarello le varie categorie del vivaio lavorano a stretto contatto tra loro come in pochissimi altri ambienti, creando un percorso continuo per i ragazzi e accompagnandoli passo dopo passo nello sviluppo calcistico e umano. È un ambiente che dà fiducia, che responsabilizza e che permette ai giovani di crescere con serenità e ambizione. Dopo due anni movimentati — la panchina al Torino, il grave infortunio, la parentesi al Bra — Polimeni torna a vestirsi di azzurro con una motivazione incredibile. Più forte. Più feroce. Con una cattiveria agonistica nuova, alimentata da tutto quello che ha attraversato. Fin da subito si capisce che tatticamente il suo profilo è estremamente prezioso per Viola. Nei due moduli più utilizzati dal suo allenatore sa di potersi esprimere al meglio, e così è. Nel 3-5-2 agisce da sottopunta, mentre nel 3-4-3 può essere utilizzato anche come esterno alto. All’occorrenza può persino adattarsi da quinto, dimostrando una grande disponibilità verso la squadra. La tenuta sui novanta minuti è ancora un aspetto su cui lavorare, soprattutto per tutti i problemi fisici avuti in passato, ma il suo impatto è evidente. Al Novara i minuti aumentano e lui non si fa trovare impreparato, con un gol ogni 210 minuti, nessuno come lui tra gli azzurri fra coloro che hanno giocato almeno 5 partite. Un dato che conferma la sua capacità di incidere quando trova spazio, ma ridurre il suo apporto solo ai gol sarebbe limitante. Dal suo arrivo il Novara ha ripreso un percorso che sembrava essersi fermato. È arrivato il secondo successo nel derby contro la Pro Vercelli, sei punti nella stracittadina che in Under 17 non si vedevano dalla rinascita del club. In un solo mese sono arrivate due vittorie, evento mai accaduto prima in campionato, e soprattutto è arrivato il primo successo contro una squadra molto meglio piazzata in classifica. Contro il Pontedera — oggi a soli -4 dalla zona playoff — gli azzurri hanno giocato novanta minuti di altissima intensità, con Polimeni protagonista con oltre 70 minuti di livello assoluto. Il piemontese ha spesso mandato in porta Chieregato e Possagno, protagonisti delle reti decisive per il 3-0 finale. L'importanza di Tito Polimeni non sempre si spiega dal tabellino, ma è facilmente identificabile dall’impatto mentale che riesce a dare alla squadra. Tornare a un livello così alto e contribuire alla rinascita di un Novara Under 17 che arrivava da due ultimi posti consecutivi non è qualcosa che capita tutti i giorni. Tito ha contribuito a quello step psicologico che la squadra sta mostrando giornata dopo giornata: lo step della concentrazione, della fame, della mentalità da grande squadra. E quando un giocatore così ha accanto altri ragazzi di grandissima prospettiva come quelli che militano in questa rosa, il futuro non può far altro che apparire sempre più luminoso.