Cerca

Bundesliga

Giocava in Bundesliga, oggi fa il cameriere e serve birre ai tavoli: la seconda vita dell'ex Bayer

Dai campi della massima serie con la maglia del Leverkusen alla ristorante: «Se i clienti mi riconoscono? Non ne ho bisogno»

Dalla Bundesliga al vassoio di birre: la seconda vita di Sascha Dum

Un ex talento di Bayer Leverkusen e Alemannia Aachen ha scelto la sala del ristorante al posto dell’erba dello stadio

Una mano salda regge tre masskrug che tintinnano, l’altra aggiusta la trachtenweste prima di un sorriso che scioglie il tavolo. È sera all’Hofbräu di Essen, il brusio della Markthalle entra e esce dalle porte come un respiro caldo. Il cameriere che avanza con passo svelto ha un tatuaggio curioso sul polpaccio: un triangolo d’avvertimento con dentro un giocatore che entra in scivolata. Non è un vezzo da collezionista: quel cameriere è Sascha Dum, classe 1986, ex Bundesliga, 65 presenze tra Bayer Leverkusen e Alemannia Aachen, un gol su punizione nella Allianz Arena che fece alzare le sopracciglia persino a Oliver Kahn. Oggi porta birre, battute e disciplina da spogliatoio a chi siede a tavola. E dice: «Finché mi diverto così, non voglio fare altro». Una frase semplice, la chiave di tutto.

PERCHÉ LA RISTORAZIONE ERA PIÙ DI UNA TENTAZIONE

Dopo la carriera in campo, Dum compie una scelta sorprendente e insieme coerente. Prima una parentesi nel mondo del commerciale, poi la scintilla: provare la gastronomia. L’aggancio lavorativo – complice un vecchio contatto – lo porta all’Hofbräu in centro a Essen. Lì, tra lederhose, tavoloni, turni serrati e gestione di sala, ritrova ciò che nello spogliatoio lo faceva sentire vivo: la chimica del gruppo, i tempi giusti, l’attenzione al compagno. Parole sue: «La ristorazione ha un po’ di una grande squadra di calcio: devi sintonizzarti su ognuno». Non è solo una similitudine elegante: in sala, come in campo, vince chi conosce le linee di passaggio. Un cliente “da battuta” chiede una verticalizzazione rapida; un tavolo “da servizio impeccabile” pretende gestione del possesso, tempi, rifinitura. E quando il contesto domanda un cambio modulo, Dum «manda un collega», proprio come un allenatore sposta un interno per leggere meglio la partita.

GLI ANNI DA PROFESSIONISTA

I numeri dicono molto, ma non tutto. Certificano 65 gare in Bundesliga con Bayer Leverkusen e Alemannia Aachen e le 83 in 2. Bundesliga tra Aachen, Energie Cottbus, Fortuna Düsseldorf e MSV Duisburg. Il resto è memoria: gli allenamenti con gente come Bernd Schneider o un giovanissimo Toni Kroos, la sensazione di “appartenere” a un livello che ti chiede sempre di più. E qualche fotogramma che resiste al tempo: quel secondo gol in massima serie, una punizione che – deviata più volte – s’infila sotto la traversa all’Allianz Arena, con Oliver Kahn battuto e gli avversari a guardare la traiettoria come un sortilegio. Ma nelle interviste di quegli anni Dum non maschera nulla: ammette di aver «fatto diversi errori da giovane», il classico autocompiacimento dopo i primi mesi buoni ad Aachen; ricorda le ricadute alla schiena; racconta anche un’immagine luminosa, quella dell’Under 21 tedesca, di cui indossò la maglia per 5 volte, oltre alle presenze con U19 e U20. Sono dettagli che spiegano una mentalità: non cercare alibi, restare nella concretezza.

IL LAVORO DI OGGI: DISCIPLINA, IRONIA, APPARTENENZA

All’Hofbräu di Essen Sascha Dum lavora in sala. La divisa è diversa da quella dei tempi in cui marcava l’ala, ma il linguaggio del corpo è lo stesso: attenzione, postura, lettura del contesto. Lo riconoscono? Raramente. E va benissimo così: «Non ne ho bisogno». Il tatuaggio con la scivolata è più che una strizzata d’occhio: è un piccolo promemoria – se non paghi, “entra duro” – detto col sorriso di chi ha imparato che la durezza migliore è quella che si accompagna all’ironia. Di fronte a chi crede che questo sia un ripiego, la risposta è nella quotidianità: l’ospitalità è un mestiere complesso, fisico, tecnico, tanto quanto il gioco senza palla. E come nel calcio, vale la regola più antica: puoi essere bravo quanto vuoi, ma se non ti diverti, sei già mezzo passo indietro. Qui Dum è chiaro: «Il punto è il divertimento».

IL PODCAST CHE UNISCE PALLONE, CUCINA E CULTURA POP

La storia recente di Dum non è solo sala e vassoi. Con Dino Engelhardt, chef e manager del locale, ha acceso i microfoni di Gourmet‑Grätsche, un podcast settimanale che mescola calcio, cucina, aneddoti di spogliatoio, trash‑TV, film, musica. Non un’autocelebrazione, piuttosto un’estensione naturale della conversazione da fine turno e del “terzo tempo” dopo la partita. Nella prima puntata si parla di riti pre‑gara, “mise en place” applicata alla vita reale, letti d’albergo condivisi e sveglie assurde: materiale che solo chi ha vissuto lo sport di alto livello sa raccontare senza enfasi e senza filtri. La cifra resta quella di Dum: linguaggio franco, ironia, concretezza. La curiosità è che in Gourmet‑Grätsche si ritrova la qualità che lo distingueva da calciatore: la capacità di “stare dentro” il gioco degli altri, che siano compagni di spogliatoio o commensali affamati di storie.

    IL GESTO TECNICO CHE RESTA: LA PUNIZIONE A MONACO

    Non era uno specialista, dice lui. Eppure quel pallone, “deviato ventotto volte” – esagerazione ironica e felice – finì proprio dove doveva. La scena vale come manifesto: il calcio ad alto livello è un equilibrio di preparazione e fortuna, di fiducia e contingenza. Quel gol – il secondo in Bundesliga – è il ricordo tecnico più citato di Dum. Non fa curriculum come un trofeo, ma diventa una medaglia personale che non si appanna. Pochi ex professionisti parlano con la nettezza di Dum dei propri limiti. L’euforia dopo i primi mesi ad Aachen, alcune scelte “comode”, le ricadute alla schiena: dentro c’è un racconto utile anche a un giovane che oggi sogna la Bundesliga. Non è moralismo, è meccanica dello sport. Per “stare sopra” serve che tutto combaci: preparazione, salute, contesto, fame. Quando uno di questi tasselli si muove, cambi piano. E va bene così.

    COSA CI INSEGNA SASCHA DUM

    Che un professionista di 39 anni, con 65 partite in Bundesliga, può scegliere la sala perché ama il gioco di squadra, il ritmo, l’energia del contatto umano. Che si può essere fieri di ciò che si è stati senza rimanerne prigionieri. Che il talento non va sprecato, ma nemmeno mummificato. E che a volte lo “stare bene” – quello profondo, non cosmetico – assomiglia molto a una trachtenweste ben allacciata, tre masskrug in equilibrio e una battuta pronta, mentre il tavolo 8 chiede il conto e quello 12 un altro giro. La foto finale è questa: Sascha Dum che esce in sala con passo da terzino in proiezione offensiva. Non c’è l’urlo di una curva, ma c’è il momento in cui incrocia un cliente che lo ha riconosciuto. Un cenno di capo, due parole. Poi via, perché il servizio – come il calcio – non aspetta. E la prossima “azione” è già cominciata.

    Commenta scrivi/Scopri i commenti

    Condividi le tue opinioni su Sprint e Sport

    Caratteri rimanenti: 400

    Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter