Coppa d'Africa
18 Marzo 2026
COPPA D'AFRICA SENEGAL • Pape Gueye, l'eroe della finale sul campo
Finale, contatto in area, VAR, rigore all'ottavo minuto di recupero, proteste e una squadra intera che lascia il campo per 15 minuti, poi il momento in cui tutto cambia: i giocatori tornano in campo, si gioca, Brahim Díaz azzarda un cucchiaio, lo sbaglia e il Senegal vince ai supplementari. È bastato questo per rendere iconica l'ultima Coppa d'Africa, o forse no. Due mesi dopo arriva infatti la svolta inaspettata, con il Marocco nominato vincente a tavolino per quei 15 minuti d'abbandono del campo da parte del Senegal, che però non ci sta: il reclamo è in arrivo, e la storia di una delle finali più contestate di sempre è destinata a vivere di un nuovo capitolo.
Nel pomeriggio del 17 marzo 2026, l’organo d’appello della CAF comunica l’esito che scuote il continente: «In applicazione dell’Articolo 84 del Regolamento della Coppa d’Africa, il Senegal ha perso per forfait la finale; il risultato è registrato 3-0 in favore della Fédération Royale Marocaine de Football (FRMF)». L’annuncio, rilanciato da media internazionali, riscrive la graduatoria del torneo e toglie ai Leoni della Teranga il titolo che avevano sollevato a Rabat, consegnandolo agli Atlas Lions due mesi dopo la festa nazionale marocchina mancata sul prato. La reazione della Fédération Sénégalaise de Football (FSF) è immediata: «Decisione ingiusta, senza fondamento giuridico, una vergogna per l’Africa»; l’intenzione è di impugnare la sentenza davanti alla Corte Arbitrale dello Sport (TAS/CAS) di Losanna il prima possibile.
Come si è arrivati a questa svolta? Il regolamento della Coppa d’Africa – oltre alla CAF Disciplinary Code – contiene norme specifiche sul rifiuto di proseguire una partita e sull’abbandono del terreno di gioco. L’Articolo 84 (richiamato esplicitamente nella sentenza d’appello) prevede che, se una squadra «rifiuta di giocare o lascia il terreno prima della fine dell’incontro senza autorizzazione dell’arbitro», sia dichiarata perdente per forfait, con la sconfitta registrata per 3-0. La CAF Appeal Board ha dunque interpretato la decisione del Senegal di uscire dal campo per circa 15 minuti come una violazione grave e sufficiente a far scattare l’automatismo del forfait, a prescindere dal fatto che la partita sia poi proseguita e sia stata vinta sul prato.
È qui che si innesta il caso. Prima del ribaltone di marzo, la CAF aveva punito in modo esteso condotte ritenute antisportive di entrambe le finaliste: tra i provvedimenti di fine gennaio 2026 figurano la squalifica per 5 partite al c.t. del Senegal Pape Bouna Thiaw (più una multa di 100.000 dollari), e stop per calciatori chiave del Marocco, tra cui Achraf Hakimi (squalifica di 2 gare, con una di queste sospesa per 1 anno), insieme ad altri membri delle delegazioni. Provvedimenti severi, ma senza effetti sull’assegnazione del trofeo. La svolta è arrivata solo con la decisione di metà marzo, che ha aggiunto la sanzione sportiva per eccellenza: la perdita a tavolino della finale.
Sul fronte senegalese, la reazione è stata compatta. La FSF parla di decisione «ingiusta, senza precedenti e inaccettabile» e annuncia il ricorso al TAS. Due sembrano le direttrici possibili della difesa:
Le frasi pronunciate dal segretario generale Abdoulaye Seydou Sow all’emittente pubblica RTS («non ci arrenderemo; la verità e la legge sono dalla nostra parte») vanno in questa direzione. Resta il fatto che il CAS è un organo indipendente: analizzerà atti, cronologie e norme e, se accoglierà il ricorso, potrà annullare, modificare o confermare la sentenza della CAF. I tempi, verosimilmente, non saranno brevi: si parla di mesi – fino a un anno – tra deposito, memorie, udienza e lodo finale. Il punto più delicato del ricorso riguarda la convivenza tra due fatti non contestati:
La difesa senegalese potrebbe provare a sostenere che l’elemento temporale (la ripresa dell’incontro) e l’accettazione tacita della prosecuzione da parte delle autorità presenti abbiano riassorbito la violazione, rendendo sproporzionato applicare ex post l’Articolo 84. La controparte – e con essa la CAF – potrebbe invece ribadire che la norma non richiede l’interruzione definitiva del match per configurare il forfait, ma si fonda sul gesto sostanziale: lasciare il terreno di gioco senza autorizzazione. Se il CAS sceglierà l’interpretazione più letterale, la sentenza di marzo sarà blindata; se, invece, opterà per una lettura sistematica e per la proporzionalità delle sanzioni, non è escluso un esito diverso (per esempio l’annullamento del 3-0 mantenendo sanzioni disciplinari individuali). In ogni caso, saranno decisivi i documenti d’arbitro e delegati, oltre alla sequenza di richiami e avvertimenti ufficiali giunti alle panchine durante quei 15 minuti.
La sentenza della CAF Appeal Board spalanca un confronto senza sconti su un punto chiave: quando e quanto un abbandono temporaneo può trasformarsi in forfait? L’interpretazione data al caso di Rabat è netta: quei 15 minuti sono bastati per attivare il meccanismo regolamentare dell’Articolo 84. È un’interpretazione severa ma coerente con la filosofia – ampiamente diffusa nelle competizioni internazionali – per cui la minaccia di lasciare il campo non può diventare strumento di pressione sull’arbitro. Lo confermano anche precedenti in ambito CAF e norme generali dei codici disciplinari: chi viene sanzionato per forfait perde 3-0 a tavolino, talvolta anche in assenza di un reclamo formale della controparte. Questo non significa, però, che ogni interruzione conduca necessariamente al ribaltamento: il caso specifico, la durata, le cause, l’autorità dell’arbitro nel richiamo al rientro e la prosecuzione dell’incontro sono elementi che pesano nella valutazione. E su questi punti il CAS sarà chiamato a misurare proporzionalità e coerenza dell’intervento.