Serie B
26 Marzo 2026
Giovanni Ferrara è stato presidente del Palermo dal 1989 al 1993 e dal 1995 al 2000
Era notte fonda quando, nel silenzio del pronto soccorso del Civico di Palermo, è arrivata la notizia che i tifosi rosanero non avrebbero mai voluto ascoltare: Giovanni Ferrara, l’uomo che prese per mano il Palermo sul finire degli anni '80 dopo la radiazione e lo riportò a respirare, è morto a 75 anni a seguito di un malore. Un finale sobrio, come sobria fu spesso la sua guida: poche parole, molte decisioni. A raccoglierne l’eredità morale, una città intera che nella memoria di Ferrara ritrova una trama di fedeltà, ostinazione e identità. A ricordarlo per primo, il dolore composto del mondo rosanero: un cordoglio che non ha bisogno di scenografie perché parla la lingua, semplice e testarda, dei fatti.
UN IMPRENDITORE DI CAMPO: CHI ERA GIOVANNI FERRARA
Dietro il dirigente calcistico, c’era l’imprenditore: un uomo del settore alimentare, titolare di un’azienda nota come Pasta Ferrara, realtà che nei decenni scorsi gli aveva dato autorevolezza e autonomia nelle scelte. La sua figura rimane legata, anche sul versante civile, al volto del notabile palermitano attento al patrimonio culturale della città e alle sue piccole storie quotidiane: un profilo sobrio, più incline alla concretezza che ai riflettori. In più di un’occasione, Ferrara ha difeso pubblicamente beni e memorie private legate a Palermo, chiedendo aiuto alla comunità quando necessario: un tratto umano che racconta meglio di qualunque biografia la sua cifra di presidente «di prossimità». Dopo 11 stagioni ai vertici, Ferrara passò poi il testimone: il 3 marzo 2000 l’azionista di riferimento del Palermo diventa Franco Sensi, allora presidente dell’AS Roma. Alla guida del club rosanero, come presidente, siede Sergio D’Antoni.
IL CONTESTO: L'8 SETTEMBRE 1986, LA DATA CHE AZZERA TUTTO
Per capire l’impatto di Ferrara sulla storia rosanero, bisogna tornare alla ferita che ancora oggi brucia: l’8 settembre 1986, quando il vecchio Palermo fu radiato dalla FIGC per un debito vicino a 500 milioni di lire. Un club cancellato dai quadri federali e un popolo smarrito, costretto a ripartire dalla Serie C2 l’anno successivo con una nuova ragione sociale. È dentro questa sequenza, fallimento, radiazione, ripartenza, che si forma il campo in cui Ferrara, qualche anno dopo, sceglierà di giocare la propria partita.
L'INGRESSO AI VERTICI DEL CLUB: UN SALTO NELLA TEMPESTA
Il 12 giugno 1989 Giovanni Ferrara diventa presidente del Palermo. La squadra è ancora una ferita aperta, ma anche un cantiere ambizioso: organizzazione da ricostruire, fiducia da riconquistare, stadio da riaprire. È un calcio italiano che si muove tra fragilità economiche e improvvise accelerazioni, e Ferrara porta al club una bussola: rigore nei conti, valorizzazione di energie locali, equilibrio tra sogni e realtà. Il suo primo Palermo raggiunge subito una finale: quella della Coppa Italia Serie C 1989-90, persa ai rigori nel giorno della riapertura della Favorita. Segno che la rotta, pur tra scossoni, è tracciata. Tre stagioni dopo, il lavoro paga: 1992-1993, l’annata che consegna un doppio traguardo storico. Il Palermo vince il campionato di Serie C1 e, soprattutto, alza al cielo la sua prima, e ad oggi unica. Coppa Italia di Serie C, piegando il Como con un 0-2 al «Sinigaglia» e un 1-1 alla Favorita. In panchina c’è Angelo Orazi, in tribuna un popolo che ritrova orgoglio. Quel trofeo, per peso simbolico, è più di una coppa: è la prova che la ricostruzione è compiuta. Un tassello identitario che resterà a lungo nella teca emotiva dei palermitani.
GLI ANNI DELLE IDEE: DALLO STEMMA ALL'IDENTIT TECNICA
La presidenza Ferrara ha anche un risvolto «culturale» spesso sottovalutato. Nell’estate del 1991 il club adotta un nuovo stemma: uno scudo rosanero sormontato da un’aquila nell’atto di prendere il volo. Un segno grafico ma anche un manifesto: l’idea di un Palermo che cambia pelle senza cambiare natura. La stagione 1995-1996 accende definitivamente la miccia emotiva dell’era Ferrara. In panchina siede Ignazio Arcoleo e la squadra, «i picciotti», è costruita sull’ossatura di giocatori palermitani o cresciuti nei dintorni. Non è solo una stagione buona: è un codice culturale che la tifoseria riconosce come proprio e che ancora oggi viene evocato come paradigma di entusiasmo popolare e coerenza tecnica. Non sono però mancati rovesci. Il Palermo ha oscillato più volte tra Serie B e C1, vivendo anche una retrocessione nel 1996-97. Erano anni con risorse limitate, panorami societari volatili in Italia e una concorrenza spietata: mantenere la barra dritta richiedeva una miscela di prudenza e audacia.
UN ADDIO CHE NON RIGUARDA SOLO UNA GENERAZIONE
Chi oggi piange Giovanni Ferrara non ricorda solo il presidente di un’epoca. Ricorda un certo modo di fare calcio a Palermo: la misura nelle parole, la durezza nelle decisioni, la fedeltà a un’idea. È grazie a quella «cura» se il club ha potuto poi vivere stagioni di luce diversa, con investimenti e orizzonti europei. Senza quelle fondamenta, l’edificio non avrebbe retto. Nelle ore successive alla scomparsa, il racconto collettivo si è concentrato sui numeri (le undici stagioni di presidenza, i trofei, le promozioni) e sui volti: da Angelo Orazi a Ignazio Arcoleo, dal capitano Roberto Biffi a tanti interpreti che hanno abitato quelle stagioni, fino agli interlocutori della cessione (da Sergio D’Antoni a Franco Sensi). Una costellazione che, riletta oggi, mostra la coerenza di un percorso: la sopravvivenza, prima; la dignità competitiva, poi; la proiezione verso un futuro più grande, infine.