La storia
10 Gennaio 2026
Lamisha Musonda (foto Instagram)
“Mi restano solo pochi giorni”. Poche parole, pubblicate sui social, sono bastate per fermare il tempo nel mondo del calcio. Lamisha Musonda, ex centrocampista cresciuto nell’Anderlecht e nella Chelsea Academy, ha raccontato di essere alle prese da due anni con una malattia molto grave, senza specificarne la natura. Un messaggio asciutto, che ha immediatamente acceso l’attenzione e la solidarietà di tifosi, addetti ai lavori ed ex compagni. Tra le prime reazioni, quelle di Romelu Lukaku (“Coraggio, siamo con te”) e dell’ex dirigente del Chelsea Marina Granovskaia, che hanno trasformato un post personale in un momento collettivo di vicinanza.
La storia di Lamisha Musonda è il racconto di un percorso umano e sportivo vissuto all’interno di un cognome pesante nel calcio europeo. Il padre, Charly Musonda Sr., è stato una leggenda dell’Anderlecht e della nazionale dello Zambia. I fratelli, Tika e Charly Jr., hanno seguito strade diverse ma sempre legate al pallone. Lamisha, il maggiore, è cresciuto tra aspettative alte e una carriera costruita lontano dai riflettori, fatta di passaggi, adattamenti e scelte non scontate. Nato a Bruxelles il 27 marzo 1992, Lamisha entra giovanissimo nel settore giovanile dell’RSC Anderlecht. Qui si forma come centrocampista tecnico e ordinato, in un contesto che in quegli anni produce una generazione destinata a segnare il calcio belga. Tra il 2006 e il 2012 assimila una cultura tattica solida e attira l’interesse dei grandi club europei.
Nel 2012 arriva la svolta: Lamisha si trasferisce alla Chelsea Academy insieme ai fratelli. Cobham è un ambiente altamente competitivo, dove il confine tra promessa e realtà è sottilissimo. Qui si allena con giovani destinati a carriere importanti, ma l’accesso alla prima squadra resta un obiettivo solo sfiorato. È una fase comune a molti talenti delle grandi accademie: tanta qualità, pochissimo spazio. Nel 2014 il Chelsea decide di cederlo al KV Mechelen. L’8 marzo di quell’anno arriva l’esordio nella Pro League belga contro lo Standard Liegi. Seguono anni di calcio vissuto lontano dai riflettori principali: presenze misurate in Belgio, l’esperienza in Spagna con Llagostera B e Palamós (2017-2018), il passaggio all’TP Mazembe nella Repubblica Democratica del Congo (2018-2019), uno dei club simbolo del calcio africano. Tra il 2019 e il 2020, infine, Lamisha esce silenziosamente dal calcio professionistico.
Tra il 9 e il 10 gennaio 2026, Lamisha pubblica su Instagram un lungo messaggio in inglese e francese. Racconta due anni di sofferenza, condizioni di salute critiche e la consapevolezza che il tempo potrebbe essere poco. Ringrazia chi gli è stato vicino e chiede aiuto e preghiere. Non fa il nome della malattia. Sceglie la misura, non l’esposizione. Il mondo del calcio risponde. Ex compagni, dirigenti, tifosi. Non come a un ex calciatore, ma come a una persona. Il peso e il valore del cognome Musonda. Crescere come Musonda significa crescere con un’eredità importante. Non solo tecnica, ma simbolica. Lamisha ha spesso fatto da apripista per i fratelli, portando sulle spalle aspettative e confronti continui. I numeri di Lamisha Musonda non raccontano una carriera da copertina. Ma raccontano qualcosa di altrettanto reale: il calcio come lavoro, come adattamento continuo, come scuola di vita. Bruxelles, Londra, Malines, la Catalogna, Lubumbashi. Ogni luogo ha lasciato un segno. Ogni maglia una storia.
Lamisha ha scelto di non divulgare dettagli clinici. Una scelta che impone rispetto. I fatti, però, sono chiari: un uomo ha chiesto sostegno e una comunità ha risposto. La sua storia riporta al centro una domanda spesso rimossa: cosa resta degli atleti quando i riflettori si spengono?