Il caso della settimana
13 Gennaio 2026
C’è un’immagine che resta addosso: un montaggio dal sapore vintage, un campo di provincia, la maglia gialloblù del Cervia, gli anni Duemila che ritornano in un lampo. Poi, accanto, il presente: il volto di Francesco Gullo, oggi 45 anni, che quel ricordo lo condivide sui social per pura nostalgia. In poche ore, il contatore delle visualizzazioni corre: più di 300 mila. Ma insieme ai clic arriva l’onda. Centinaia di commenti, quasi tutti concentrati su un unico bersaglio: il corpo. “Sei ingrassato”, “come ti sei ridotto”. Il linguaggio si fa triviale, la bassa marea dell’odio digitale trascina con sé il solito repertorio. Gullo reagisce: «Vergognatevi. Questo è bullismo». E aggiunge un punto che non possiamo eludere: «Se al mio posto ci fosse stato un ragazzo o una ragazza fragile, le conseguenze potevano essere gravissime». La scintilla è stata un post-ricordo di Gullo con immagini di “Campioni – Il Sogno”, il format che tra 2004 e 2006 raccontò la stagione del Cervia di Ciccio Graziani e inaugurò, di fatto, il reality calcistico in Italia. Il video vola oltre le 300 mila visualizzazioni e, insieme, arrivano i commenti: non sulla partita, non su una giocata, non sulla traiettoria di un cross. Sull’aspetto fisico. Body shaming, in parole semplici.
Ridurre Francesco Gullo a “personaggio tv” sarebbe comodo, e sbagliato. Originario dell’Oltrepò Pavese, cresciuto calcisticamente tra settore giovanile e categorie dilettantistiche, Gullo è stato uno dei volti più riconoscibili di “Campioni”, spesso raccontato (e talvolta parodiato) dalla Gialappa’s Band. Finita la stagione di popolarità, non è scomparso e recentemente ha intrapreso un percorso con la sua “GulloCam FG 18”, un sistema di ripresa “sotto campo” presentato al Teatro Fraschini di Pavia e poi testato in contesti professionali.
È qui che la storia smette di essere “di colore” e diventa un tema. Perché nel calcio italiano la discussione sul corpo dei protagonisti – giocatori, ex, arbitri, allenatori, opinionisti – è spesso il primo riflesso. Il problema non è l’ironia, né la critica in sé. È il bersaglio (il corpo, non le idee o le prestazioni), è la quantità (centinaia di messaggi in poche ore), è la ripetitività (lo stesso insulto moltiplicato dalla dinamica del branco). Questo si chiama, tecnicamente, bullismo e nella declinazione digitale è cyberbullismo: un’aggressione intenzionale, ripetuta, con uno squilibrio di potere che in rete diventa asimmetria tra chi lancia l’offesa e chi la subisce, spesso isolato. Non è un’opinione: è la definizione operativa adottata dal Ministero della Salute e dalla ricerca epidemiologica sul fenomeno.
Nel 2024, la Polizia Postale ha rilevato un aumento dei casi di cyberbullismo rispetto al 2023, superando quota 300 episodi trattati; la fascia più colpita resta quella tra 14 e 17 anni, con segnali di crescita anche tra i più piccoli. Nel 2025, secondo il bilancio diffuso in occasione dell’anniversario della Polizia di Stato, sono stati 103 i minorenni denunciati per fenomeni di bullismo online, su 323 casi complessivi monitorati. Un campanello d’allarme che riguarda non solo le vittime, ma anche i giovanissimi autori. L’Istat, presentando nel giugno 2025 i dati aggiornati al 2023, ha stimato che il 68,5% dei giovani tra 11 e 19 anni ha subito nell’ultimo anno almeno un comportamento offensivo, non rispettoso e/o violento, online e/o offline; il 21% lo ha subìto più volte al mese. Colpite soprattutto le fasce 11-13 anni. Le rilevazioni HBSC Italia confermano un’incidenza alta tra gli 11enni (fino a oltre il 18-21% a seconda del genere), con riduzione graduale ma non lineare nelle età successive. I numeri non dicono tutto, ma tracciano un contesto: l’episodio che ha coinvolto Gullo non è un fulmine isolato. È un pattern.
Rivedere oggi le immagini di “Campioni – Il Sogno” – reality targato Mediaset, in onda su Italia 1 – significa ripensare anche a come la televisione sportiva di 20 anni fa abbia costruito dinamiche narrative poi divenute standard: il televoto, la serializzazione delle storie individuali, la competizione come trama che prescinde dal risultato domenicale. Tutte componenti che hanno fatto scuola e che oggi sono trasferite, potenziate e spesso distorte, nell’ecosistema social. Ricordare quel contesto non giustifica gli eccessi, ma aiuta a capire da dove arrivano certe scorciatoie del linguaggio. E perché un ex protagonista possa diventare bersaglio nel giro di poche ore, quando decide – legittimamente – di mettere in pubblico il proprio “prima e dopo”.
A ogni picco di odio segue la domanda: dov’erano le piattaforme? Il punto non è la rimozione puntuale (pure indispensabile), ma la prevenzione: sistemi di pre‑moderazione su parole chiave, strumenti di downranking per i thread tossici, procedure chiare e rapide di segnalazione, e – soprattutto – un investimento serio in educazione digitale, in lingua e contesto italiani. Il calcio è un volano di engagement enorme: le piattaforme lo sanno e ne beneficiano. È ragionevole chiedere che restituiscano parte di quel valore in sicurezza e qualità della conversazione. Qui, l’episodio Gullo non è eccezione: è caso‑scuola.
Screenshot e archiviazione: conservare prove dei messaggi (date, utenti, link). Segnalare subito alle piattaforme: usare gli strumenti di report per contenuti d’odio e body shaming. Non rispondere a caldo: il “ping‑pong” nutre l’algoritmo. Se scegli di rispondere, fallo una sola volta, nel merito e senza rilanciare insulti. Chiedere supporto: al club, all’associazione di categoria, a un professionista (psicologo, legale). Per i minori: rivolgersi a Polizia Postale e scuola. Esistono percorsi dedicati e contatti diretti; i numeri, pur in crescita, indicano che l’azione coordinata funziona, soprattutto se rapida. Quando Gullo scrive che, al posto suo, “una ragazzina debole potrebbe anche pensare al suicidio”, non fa retorica: descrive un rischio reale. I report più recenti indicano un impatto del bullismo online sul benessere psicologico dei giovani, con correlazioni con ansia, isolamento, abbandono sportivo e scolastico. Per il calcio – che in Italia resta linguaggio comune – la sfida è accettare che la partita sulla rete si gioca con regole non scritte ma determinanti: il rispetto, la cura delle parole, la capacità di non trasformare l’ironia in offesa. Gli 11-13enni, i più esposti, guardano e imparano da come gli adulti parlano di calcio anche sui social. Fermare la spirale tocca soprattutto a noi.
«Vergognatevi», ha scritto Gullo. È un invito rude ma giusto a guardarsi allo specchio. Non per colpevolizzarsi a caso, ma per misurare il peso di un “semplice” commento in più. C’è sempre un’alternativa: fare scorrere il dito, non premere invio, cambiare argomento, tornare – perché no – a parlare di calcio. Quello vero: i movimenti senza palla, un’idea tattica, l’innovazione che migliora lo spettacolo. Le persone non sono “prima e dopo” da commentare spietatamente. Sono storie che continuano. Anche quando i riflettori del reality si spengono.