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Il caso della settimana

Ex stella di Campioni presa di mira sui social per l’aspetto fisico e scoppia il caso: «Vergognatevi»

È successo a Francesco Gullo, diventato famoso ai tempi del reality sul calcio con il Cervia e Ciccio Graziani

Francesco Gullo

C’è un’immagine che resta addosso: un montaggio dal sapore vintage, un campo di provincia, la maglia gialloblù del Cervia, gli anni Duemila che ritornano in un lampo. Poi, accanto, il presente: il volto di Francesco Gullo, oggi 45 anni, che quel ricordo lo condivide sui social per pura nostalgia. In poche ore, il contatore delle visualizzazioni corre: più di 300 mila. Ma insieme ai clic arriva l’onda. Centinaia di commenti, quasi tutti concentrati su un unico bersaglio: il corpo. “Sei ingrassato”, “come ti sei ridotto”. Il linguaggio si fa triviale, la bassa marea dell’odio digitale trascina con sé il solito repertorio. Gullo reagisce: «Vergognatevi. Questo è bullismo». E aggiunge un punto che non possiamo eludere: «Se al mio posto ci fosse stato un ragazzo o una ragazza fragile, le conseguenze potevano essere gravissime». La scintilla è stata un post-ricordo di Gullo con immagini di “Campioni – Il Sogno”, il format che tra 2004 e 2006 raccontò la stagione del Cervia di Ciccio Graziani e inaugurò, di fatto, il reality calcistico in Italia. Il video vola oltre le 300 mila visualizzazioni e, insieme, arrivano i commenti: non sulla partita, non su una giocata, non sulla traiettoria di un cross. Sull’aspetto fisico. Body shaming, in parole semplici.

CHI È FRANCESCO GULLO

Ridurre Francesco Gullo a “personaggio tv” sarebbe comodo, e sbagliato. Originario dell’Oltrepò Pavese, cresciuto calcisticamente tra settore giovanile e categorie dilettantistiche, Gullo è stato uno dei volti più riconoscibili di “Campioni”, spesso raccontato (e talvolta parodiato) dalla Gialappa’s Band. Finita la stagione di popolarità, non è scomparso e recentemente ha intrapreso un percorso con la sua “GulloCam FG 18”, un sistema di ripresa “sotto campo” presentato al Teatro Fraschini di Pavia e poi testato in contesti professionali.

DAL CAMPO AL FEED

È qui che la storia smette di essere “di colore” e diventa un tema. Perché nel calcio italiano la discussione sul corpo dei protagonisti – giocatori, ex, arbitri, allenatori, opinionisti – è spesso il primo riflesso. Il problema non è l’ironia, né la critica in sé. È il bersaglio (il corpo, non le idee o le prestazioni), è la quantità (centinaia di messaggi in poche ore), è la ripetitività (lo stesso insulto moltiplicato dalla dinamica del branco). Questo si chiama, tecnicamente, bullismo e nella declinazione digitale è cyberbullismo: un’aggressione intenzionale, ripetuta, con uno squilibrio di potere che in rete diventa asimmetria tra chi lancia l’offesa e chi la subisce, spesso isolato. Non è un’opinione: è la definizione operativa adottata dal Ministero della Salute e dalla ricerca epidemiologica sul fenomeno.

NUMERI CHE NON POSSIAMO IGNORARE

Nel 2024, la Polizia Postale ha rilevato un aumento dei casi di cyberbullismo rispetto al 2023, superando quota 300 episodi trattati; la fascia più colpita resta quella tra 14 e 17 anni, con segnali di crescita anche tra i più piccoli. Nel 2025, secondo il bilancio diffuso in occasione dell’anniversario della Polizia di Stato, sono stati 103 i minorenni denunciati per fenomeni di bullismo online, su 323 casi complessivi monitorati. Un campanello d’allarme che riguarda non solo le vittime, ma anche i giovanissimi autori. L’Istat, presentando nel giugno 2025 i dati aggiornati al 2023, ha stimato che il 68,5% dei giovani tra 11 e 19 anni ha subito nell’ultimo anno almeno un comportamento offensivo, non rispettoso e/o violento, online e/o offline; il 21% lo ha subìto più volte al mese. Colpite soprattutto le fasce 11-13 anni. Le rilevazioni HBSC Italia confermano un’incidenza alta tra gli 11enni (fino a oltre il 18-21% a seconda del genere), con riduzione graduale ma non lineare nelle età successive. I numeri non dicono tutto, ma tracciano un contesto: l’episodio che ha coinvolto Gullo non è un fulmine isolato. È un pattern.

IL PRECEDENTE MEDIATICO

Rivedere oggi le immagini di “Campioni – Il Sogno” – reality targato Mediaset, in onda su Italia 1 – significa ripensare anche a come la televisione sportiva di 20 anni fa abbia costruito dinamiche narrative poi divenute standard: il televoto, la serializzazione delle storie individuali, la competizione come trama che prescinde dal risultato domenicale. Tutte componenti che hanno fatto scuola e che oggi sono trasferite, potenziate e spesso distorte, nell’ecosistema social. Ricordare quel contesto non giustifica gli eccessi, ma aiuta a capire da dove arrivano certe scorciatoie del linguaggio. E perché un ex protagonista possa diventare bersaglio nel giro di poche ore, quando decide – legittimamente – di mettere in pubblico il proprio “prima e dopo”.

E LE PIATTAFORME?

A ogni picco di odio segue la domanda: dov’erano le piattaforme? Il punto non è la rimozione puntuale (pure indispensabile), ma la prevenzione: sistemi di pre‑moderazione su parole chiave, strumenti di downranking per i thread tossici, procedure chiare e rapide di segnalazione, e – soprattutto – un investimento serio in educazione digitale, in lingua e contesto italiani. Il calcio è un volano di engagement enorme: le piattaforme lo sanno e ne beneficiano. È ragionevole chiedere che restituiscano parte di quel valore in sicurezza e qualità della conversazione. Qui, l’episodio Gullo non è eccezione: è caso‑scuola.

COSA FARE SE CAPITA A TE

Screenshot e archiviazione: conservare prove dei messaggi (date, utenti, link). Segnalare subito alle piattaforme: usare gli strumenti di report per contenuti d’odio e body shaming. Non rispondere a caldo: il “ping‑pong” nutre l’algoritmo. Se scegli di rispondere, fallo una sola volta, nel merito e senza rilanciare insulti. Chiedere supporto: al club, all’associazione di categoria, a un professionista (psicologo, legale). Per i minori: rivolgersi a Polizia Postale e scuola. Esistono percorsi dedicati e contatti diretti; i numeri, pur in crescita, indicano che l’azione coordinata funziona, soprattutto se rapida. Quando Gullo scrive che, al posto suo, “una ragazzina debole potrebbe anche pensare al suicidio”, non fa retorica: descrive un rischio reale. I report più recenti indicano un impatto del bullismo online sul benessere psicologico dei giovani, con correlazioni con ansia, isolamento, abbandono sportivo e scolastico. Per il calcio – che in Italia resta linguaggio comune – la sfida è accettare che la partita sulla rete si gioca con regole non scritte ma determinanti: il rispetto, la cura delle parole, la capacità di non trasformare l’ironia in offesa. Gli 11-13enni, i più esposti, guardano e imparano da come gli adulti parlano di calcio anche sui social. Fermare la spirale tocca soprattutto a noi.

LO SPECCHIO E LA PORTA D'USCITA

«Vergognatevi», ha scritto Gullo. È un invito rude ma giusto a guardarsi allo specchio. Non per colpevolizzarsi a caso, ma per misurare il peso di un “semplice” commento in più. C’è sempre un’alternativa: fare scorrere il dito, non premere invio, cambiare argomento, tornare – perché no – a parlare di calcio. Quello vero: i movimenti senza palla, un’idea tattica, l’innovazione che migliora lo spettacolo. Le persone non sono “prima e dopo” da commentare spietatamente. Sono storie che continuano. Anche quando i riflettori del reality si spengono.

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