Regolamento
22 Gennaio 2026
Fumogeni e tribune
Ci sono immagini che fanno parte dell’immaginario collettivo del calcio e che, a distanza di anni, restano impresse nella memoria più di un gol o di un risultato. Le tribune che si accendono di rosso, il fumo che avvolge il campo, le bandiere che scompaiono per qualche istante dietro una cortina colorata: fumogeni e giochi pirotecnici sono da sempre uno degli elementi più suggestivi dello spettacolo calcistico. Danno ritmo, calore, identità. Trasformano una partita qualunque in un evento, un campo di periferia in un piccolo teatro, una domenica pomeriggio in qualcosa che va oltre il semplice sport. Eppure, accanto alla bellezza estetica e all’impatto emotivo, esiste un lato meno romantico della questione. Ogni fumogeno acceso sugli spalti, ogni gioco pirotecnico che illumina una tribuna, porta con sé una conseguenza concreta e spesso inevitabile: la sanzione. Nel calcio dilettantistico, dove le risorse economiche sono limitate e la gestione degli impianti è affidata quasi sempre alle società stesse, il confine tra spettacolo e problema è sottilissimo. Quello che per tifosi e appassionati è una coreografia, per i regolamenti federali è un’infrazione; quello che appare come un gesto di passione, per i giudici sportivi è una responsabilità. Il risultato è una contraddizione evidente: lo stesso calcio che vive di passione, colore e partecipazione, punisce economicamente e disciplinarmente chi non riesce – o non vuole – rinunciare a queste manifestazioni.
I fumogeni e i giochi pirotecnici non sono una moda recente, né un’esclusiva del calcio moderno. Fin dagli anni Settanta e Ottanta, soprattutto nei grandi stadi europei e sudamericani, il colore e il fumo diventano strumenti di appartenenza e rappresentazione identitaria. Le curve organizzate li utilizzano per segnare il territorio, per accompagnare l’ingresso in campo delle squadre, per trasformare una partita in un rito collettivo. In molti casi, quelle immagini diventano simboli iconici di un’epoca, riprese in fotografie e video che ancora oggi raccontano una passione viscerale. Con il tempo, questa cultura non resta confinata al calcio di alto livello. Dalle grandi curve di Serie A e delle competizioni internazionali, l’uso dei fumogeni scende di categoria e arriva nei campionati minori, fino ai campi di provincia. Qui il significato cambia, ma non perde intensità.
Nei piccoli centri sportivi dilettantistici, accendere un fumogeno non è quasi mai un gesto di sfida o di provocazione, ma un modo per sentirsi parte di qualcosa di più grande, per imitare modelli visti in televisione, per dare atmosfera a partite che altrimenti si svolgerebbero nel silenzio. In provincia il fumo colorato diventa anche un segno di appartenenza territoriale. Non ci sono curve strutturate né coreografie milionarie, ma c’è la volontà di sostenere la squadra del paese con ciò che si ha. Un fumogeno acceso dietro una ringhiera, una torcia luminosa durante un derby locale, un simbolo a festeggiare una promozione; raccontano un calcio genuino, fatto di comunità e partecipazione.Proprio questa spontaneità entra in conflitto con l’evoluzione del calcio come evento regolamentato e sorvegliato. Negli anni, le normative sulla sicurezza diventano sempre più stringenti e producono uno scollamento evidente tra la cultura del tifo e il sistema di regole del calcio ufficiale. Nei dilettanti, dove le strutture sono meno attrezzate, questo divario risulta ancora più marcato.
Quando si passa dal piano culturale a quello regolamentare, il quadro cambia radicalmente. Nei campionati organizzati dalla Lega Nazionale Dilettanti, l’uso di fumogeni e giochi pirotecnici sulle tribune è considerato un illecito disciplinare. Non esistono distinzioni tra uso scenografico e uso pericoloso: l’introduzione e l’accensione di materiale pirotecnico all’interno dell’impianto sportivo sono vietate. Il punto centrale è la responsabilità oggettiva. Secondo il Codice di Giustizia Sportiva FIGC, applicato anche dalla LND, la società risponde del comportamento dei propri sostenitori, indipendentemente da chi accenda materialmente il fumogeno. Se l’episodio avviene durante una gara ufficiale, la responsabilità ricade sulla società.
Le sanzioni variano in base alla gravità e alla reiterazione. Nella maggior parte dei casi si tratta di ammende economiche: da qualche centinaio di euro per episodi isolati, fino a 1.000–3.000 euro in presenza di più fumogeni o di recidiva. Per molte società dilettantistiche si tratta di un peso rilevante sul bilancio stagionale. Nei casi più gravi possono arrivare provvedimenti aggiuntivi: diffide del campo, gare a porte chiuse o limitazioni di pubblico, fino a sanzioni più pesanti se l’uso di materiale pirotecnico provoca interruzioni o situazioni di pericolo. Il regolamento lascia poco spazio all’interpretazione: anche un singolo episodio può bastare per una sanzione.
È per questo che molte società dilettantistiche si trovano di fronte a un bivio: da una parte la volontà di creare ambiente e coinvolgimento, dall’altra la necessità di tutelarsi da sanzioni che possono compromettere l’equilibrio economico. Una tensione che rende il tema dei fumogeni non solo una questione di spettacolo, ma uno dei nodi più delicati del calcio dilettantistico contemporaneo.