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La sentenza

Confermati tredici mesi: la sentenza su Zappi mette a nudo la giustizia sportiva a due velocità

Rapida, inflessibile, selettiva: la squalifica al numero uno dei fischietti apre a una riflessione più ampia

Confermati tredici mesi: la sentenza su Zappi mette a nudo la giustizia sportiva a due velocità

Ci si aspettava una riflessione lunga, forse persino faticosa. Un’istruttoria articolata, tempi distesi, la consapevolezza che una decisione di questo peso non può essere liquidata in poche ore. Invece la giustizia sportiva ha scelto la via opposta: rapidità assoluta e una sanzione pesantissima. Tredici mesi di inibizione per il presidente Zappi, un provvedimento che di fatto interrompe un mandato e congela un percorso.

Il dato che colpisce non è solo la durata della squalifica, ma il modo in cui si è arrivati alla sentenza. Nessuna sensazione di approfondimento, nessuna percezione di un confronto reale sulle conseguenze del provvedimento. La decisione è arrivata secca, come se il quadro fosse talmente chiaro da non ammettere sfumature. Una velocità che raramente si riscontra quando sul tavolo finiscono vicende più complesse o protagonisti più forti.

Ed è qui che emerge il problema strutturale. La giustizia sportiva continua a dare l’impressione di funzionare a due velocità: prudente, dilatata, spesso attendista quando deve confrontarsi con centri di potere solidi; rapida, inflessibile e risolutiva quando il soggetto è più esposto e meno tutelato. Un meccanismo che si ripete da anni e che mina alla base la credibilità del sistema.

La sanzione inflitta a Zappi ha un peso politico evidente. Non tanto per le motivazioni formali, quanto per gli effetti concreti che produce. Tredici mesi non sono una parentesi: sono un tempo sufficiente a svuotare di significato un incarico, a fermare un progetto, a rimettere in discussione equilibri già definiti. È una misura che incide sul presente e, soprattutto, sul futuro.

In questo quadro, la sensazione è che la sentenza vada oltre il singolo caso. Diventa un segnale, un precedente, un avvertimento. Non si limita a sanzionare un comportamento, ma contribuisce a delimitare il perimetro dell’azione possibile, stabilendo chi può permettersi margini di manovra e chi no.

Una giustizia sportiva che colpisce con tanta decisione in alcuni casi e con estrema cautela in altri non è percepita come equa. È percepita come selettiva. E quando la selettività prende il posto dell’equilibrio, il confine tra giustizia e gestione del potere diventa pericolosamente sottile.

Tredici mesi, oggi, pesano come una sentenza definitiva. E il problema non è solo per Zappi, ma per un sistema che continua a chiedere fiducia senza dimostrare di saperla meritare.

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