Politica sportiva
12 Gennaio 2026
Ci sono casi in cui la Procura federale si dimostra solerte, sul pezzo, decisa ad arrivare a sentenza senza fronzoli. È il caso che sta scuotendo l'AIA e la richiesta fresca fresca che investe il mondo dei fischietti. Da una parte la Procura della FIGC, dall’altra la Associazione Italiana Arbitri e il suo presidente, Antonio Zappi. Nel mezzo, un fascicolo che chiede una cifra tonda e pesante: 13 mesi di inibizione. Accanto, un’altra richiesta: 6 mesi per Emanuele Marchesi, componente del Comitato Nazionale AIA. Mentre gli avvocati difensori propongono istruttorie, l’aula si chiude in camera di consiglio e respinge: un rimpallo secco, senza troppi tocchi. Il conto alla rovescia, per l’Associazione è partito.
Al centro del procedimento ci sono presunte “pressioni” che Zappi avrebbe esercitato su due figure cardine della catena tecnica arbitrale: Maurizio Ciampi (all’epoca vertice degli organi tecnici di Serie C) e Alessandro Pizzi (vertice di Serie D). Il punto sensibile? La riorganizzazione delle “guide” degli arbitri, con l’ipotesi di un ricollocamento di Ciampi e Pizzi e l’ingresso in ruoli di vertice di due ex internazionali di profilo altissimo, Daniele Orsato e Stefano Braschi. È qui che la Procura parla di condotte incompatibili con i doveri di lealtà e correttezza; la difesa, al contrario, rivendica la piena autonomia tecnica e organizzativa dell’AIA e la legittimità degli atti di governo interno.
Nell’udienza del 12 gennaio 2026, la Procura federale guidata da Giuseppe Chiné ha formalizzato la richiesta: 13 mesi di inibizione per Zappi e 6 per Marchesi. La difesa del presidente AIA — assistita dagli avvocati Santoro, Sterratino e Sperduti — ha presentato “numerose richieste istruttorie”, ma il Tribunale Nazionale Federale le ha rigettate dopo la camera di consiglio. È un passaggio che pesa, perché restringe il campo della prova e accelera il tracciato verso la sentenza.
Non è solo la misura a impattare: è il limite oltre cui si attivano norme che cambiano gli equilibri al vertice. Lo ricordano i riferimenti allo Statuto FIGC (art. 29, comma 1) e al Regolamento AIA (art. 15): una inibizione superiore a 12 mesi comporta la decadenza dalla carica. Non basta: secondo alcune ricostruzioni Zappi avrebbe già accumulato in passato altri 10 mesi di stop per vecchie vicende disciplinari. È la matematica a fare la sintesi: superare la soglia significherebbe perdere la presidenza e aprire uno scenario di reggenza temporanea o, in ipotesi estrema, di commissariamento.
All’uscita dall’udienza, Antonio Zappi ha rilanciato un concetto che torna come un ritornello: gli atti compiuti rientrerebbero nell’autonomia tecnica e organizzativa riconosciuta in via esclusiva all’AIA. E soprattutto: eventuali sanzioni non riguarderebbero soltanto la sua persona, ma colpirebbero l’indipendenza dell’intera struttura arbitrale. Una tesi coerente con quanto il presidente aveva già dichiarato in precedenti passaggi dell’indagine: fiducia nella giustizia sportiva e serenità rispetto alle contestazioni.
Sul fondo scorre una partita più larga: la prospettiva — discussa ai piani alti della FIGC — di uno scorporo degli arbitri di Serie A e Serie B verso una struttura terza, partecipata da Federazione e Leghe, con l’obiettivo di professionalizzare ancora di più gestione e contratti. Un modello di ispirazione britannica che la presidenza AIA guarda con estrema prudenza, quando non con aperta contrarietà. È su questo crinale che il procedimento assume una valenza quasi politica: dove finiscono le prerogative dell’Associazione e dove iniziano i poteri di indirizzo della Federazione? La sentenza non deciderà da sola la riforma, ma indicherà la geografia dei rapporti di forza.
La Procura sostiene che la rotazione ai vertici tecnici — con Orsato verso la C e Braschi alla D, e un contestuale ricollocamento di Ciampi e Pizzi — non potesse avvenire senza il consenso pieno e libero degli interessati, considerati i contratti biennali in corso. La linea difensiva ribatte che l’indirizzo del Comitato Nazionale AIA, appena eletto, mirava a un progetto di rinnovamento tecnico legittimo, in una logica di squadra, e che le scelte sarebbero state concertate per assicurare continuità e qualità nelle designazioni. Questo conflitto di narrazioni è il cuore della causa.
C’è un dettaglio che racconta quanto fosse alto il grado di conflittualità: secondo ricostruzioni giornalistiche, dopo la notifica di chiusura indagini, la difesa Zappi avrebbe sondato un patteggiamento: una sanzione brevissima — si è scritto di circa 15 giorni, frutto di riduzioni per rito e collaborazione — respinta sia dalla Procura federale sia dalla Procura generale dello sport. Il messaggio, da parte dell’accusa, è stato chiaro: “giudizio sia”.
Nella richiesta della Procura rientra anche Emanuele Marchesi, per il quale sono stati chiesti 6 mesi di inibizione. Il suo ruolo, come componente del Comitato Nazionale, è considerato parte del processo decisionale che ha condotto all’ipotesi di riorganizzazione degli Organi Tecnici. Sul piano pratico, una sua eventuale sanzione peserebbe sugli equilibri interni dell’Associazione, già pronti a un possibile rimpasto. Nel caso-limite della decadenza di Zappi, la reggenza passerebbe infatti al vice vicario, con nuove elezioni da indire entro un arco temporale ristretto; resta sullo sfondo la carta estrema del commissariamento. Sono scenari teorici, ma non più ipotetici.
Mentre il Tribunale Nazionale Federale lavora alla decisione, i campionati non si fermano. È bene chiarire un punto: la giustizia sportiva ha tempi più rapidi della giustizia ordinaria, e una sanzione adottata in corso di stagione può creare onde lunghe nella macchina delle designazioni. Non parliamo solo di nomi in cima alla piramide: ogni scelta ai vertici ricade a cascata su commissari, osservatori, componenti delle commissioni. L’obiettivo, dichiarato da tutti, è evitare che l’onda investa le partite. Ma nessuno, realisticamente, può garantire che l’assetto resti imperturbabile.
Qui torna il concetto di autonomia tecnica: per la difesa di Zappi, il presidente eletto esercita un mandato a disegnare la linea tecnica dell’Associazione, nell’alveo di principi condivisi e approvati dagli associati. Sanzionare scelte di governance interna significherebbe, per questa lettura, aprire un precedente che riduce lo spazio decisionale dell’AIA e trasferisce, di fatto, un pezzo di potere alla FIGC. È un tema che la sentenza non potrà eludere.
L’inibizione di 13 mesi farebbe scattare il meccanismo della decadenza di Zappi dalla presidenza dell’AIA. In attesa di eventuale ricorso, la guida passerebbe al vicepresidente vicario con il compito di traghettare l’associazione a nuove elezioni. Sarebbe una fase di transizione delicata, con la necessità di preservare la qualità delle designazioni e l’equilibrio interno durante i mesi cruciali della stagione.
Un’eventuale riduzione sotto i 12 mesi lascerebbe Zappi in carica, pur con una cicatrice istituzionale e politica. Resterebbero sul tavolo i nodi strutturali della riforma e le relazioni con la FIGC. Da capire, in questo caso, l’eventuale lettura della sentenza: se parlasse di “eccessi” nella gestione o, al contrario, riconoscesse una prevalente liceità dell’azione di governo tecnico.
L’AIA potrebbe rivendicare il primato della propria autonomia con nuova forza, ma il dialogo sulla riforma — perché una riforma, in un modo o nell’altro, è nell’aria — non si fermerebbe. Un’assoluzione, tuttavia, ridisegnerebbe i margini del confronto, spostando l’asse dalla giustizia sportiva alla politica federale.
Per capire il peso di questa vicenda bisogna entrare nella cultura professionale degli arbitri italiani. La parola chiave è terzietà: quella che Zappi evoca quando parla di “inviolabile autonomia tecnica”, quella che ogni presidente difende, spesso in silenzio, davanti alle maree polemiche del calcio. A questa si aggiunge il principio di continuità tecnica: cambiare le guide, in C e in D, significa ridefinire criteri, feedback, percorsi di crescita per centinaia di arbitri e assistenti. Farlo nel modo giusto, nei tempi giusti, è un atto di governo. È qui che una scelta può sembrare a qualcuno un “atto politico” e ad altri un “dovere organizzativo”.
Immaginate una lavagna nello spogliatoio degli arbitri: in alto la parola Credibilità, sotto tre righe: Autonomia, Regole, Trasparenza. Il caso Zappi scorre su quella lavagna come un gesso che scrive e cancella, fino a trovare un equilibrio. La giustizia sportiva deciderà se le scelte contestate siano state pressioni o governo tecnico legittimo. Ma chiunque guiderà l’AIA nei prossimi mesi avrà un compito ancora più difficile: costruire un’architettura che tuteli la terzietà e faccia evolvere il sistema, senza lacerarlo. È l’unico modo per arrivare al 90’ — e poi ai supplementari — con la sensazione che il risultato, qualunque sia, sia stato guadagnato sul campo.