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Il megastipendio di Gianni Infantino alla FIFA: quindici volte più alto dei vertici olimpici

Da 1,2 milioni a oltre 6 milioni: la trasformazione della FIFA in una vera e propria multinazionale del calcio

Il megastipendio di Gianni Infantino alla FIFA: quindici volte più alto dei vertici olimpici

Nel grande racconto dello sport globale, fatto di diritti televisivi miliardari, audience planetarie e leadership che contano più di molti governi nazionali, c’è un numero che negli ultimi mesi ha attirato più attenzione di un gol al novantesimo. Nel 2024 il presidente della FIFA, Gianni Infantino, è costato all’organizzazione 6,133 milioni di dollari. Dentro questa cifra convivono stipendio base, bonus, compensi accessori e pensioni differite. Ma al di là della scomposizione tecnica, il dato ha un peso simbolico forte: racconta una trasformazione del potere sportivo e impone una domanda scomoda. Siamo davanti a un’eccezione o a una nuova normalità?

Il punto di partenza è chiaro. Otto anni fa, al momento della sua elezione, il costo complessivo del presidente FIFA era poco sopra 1,2 milioni di euro. Nel 2024 supera i 5 milioni di euro. Una crescita rapida, costante, sostenuta soprattutto dalla parte variabile della retribuzione. Non è un dettaglio marginale: è il segnale di una governance che lega sempre più il vertice dell’organizzazione ai risultati economici e all’espansione commerciale. La FIFA oggi non si limita a “organizzare il calcio”: vende prodotti, controlla diritti centralizzati, pianifica tornei sempre più grandi. Per il quadriennio 2023-2027 prevede 11 miliardi di dollari di ricavi, trainati dal Mondiale a 48 squadre e da un ecosistema mediatico in continua espansione. In questo contesto, la figura del presidente somiglia sempre meno a quella di un primus inter pares e sempre più a quella di un amministratore delegato globale.

Il confronto con le altre grandi istituzioni sportive rende questa evoluzione ancora più evidente. Al Comitato Olimpico Internazionale, per esempio, la narrazione resta radicalmente diversa. Il presidente Thomas Bach nel 2024 ha ricevuto circa 350.000 dollari, una cifra che il CIO continua a presentare come un’indennità funzionale allo svolgimento dell’incarico, non come uno stipendio in senso aziendale. La definizione ufficiale parla ancora di “volontariato a tempo pieno”, con rimborsi, diarie e compensi calibrati per evitare costi personali, non per premiare performance commerciali. È una scelta politica prima ancora che contabile, che serve a rafforzare l’idea del movimento olimpico come bene comune, anche se i flussi economici gestiti sono tutt’altro che modesti.

Tra questi due poli si colloca il calcio europeo. La UEFA remunera il suo presidente Aleksander Čeferin con circa 3,25 milioni di franchi svizzeri nella stagione 2023-24. Una cifra elevata, coerente con il peso economico delle competizioni continentali, ma comunque distante dai livelli FIFA. Qui la crescita è stata più lineare, meno esplosiva, accompagnata da un sistema di indennità fisse per i vertici che riduce l’effetto sorpresa. È un modello che riconosce la natura industriale del calcio europeo, ma mantiene una certa prevedibilità nella distribuzione delle risorse.

Ancora più distante è il caso di World Athletics, dove il presidente Sebastian Coe ha percepito nel 2024 poco meno di 300.000 dollari complessivi. Un importo che riflette sia la scala economica dell’atletica, con ricavi annuali attorno ai 100 milioni di dollari, sia una scelta culturale precisa: contenere il costo del vertice e investire il capitale simbolico dell’organizzazione in decisioni politiche visibili, come l’introduzione dei premi in denaro per i campioni olimpici.

Guardati insieme, questi numeri raccontano una frattura netta. Nel solo universo del calcio, la retribuzione di Infantino non appare fuori mercato: è circa il doppio di quella del presidente UEFA e si inserisce in una logica di industria globale iperconcentrata. Se però lo sguardo si allarga allo sport nel suo complesso, il presidente FIFA diventa un outlier evidente. Il rapporto con l’indennità del vertice olimpico arriva a 15 o 20 a 1. Qui non basta più parlare di dimensioni o di ricavi: entra in gioco l’idea stessa di cosa debba essere la leadership sportiva.

Il vero nodo, infatti, non è solo quanto si guadagna, ma come e perché. Nel caso FIFA, la centralità di bonus e “altri compensi” segna una rottura con la fase immediatamente successiva agli scandali che travolsero l’era Blatter, quando l’assenza di premi variabili era stata presentata come un segnale di discontinuità etica. Oggi quel sistema incentivante è tornato pienamente operativo, legato alla crescita del business e all’espansione dei format. È una scelta legittima, ma che rende cruciale la questione della trasparenza: criteri, soglie e controlli diventano parte integrante del patto di fiducia con l’opinione pubblica.

In fondo, le retribuzioni dei presidenti sportivi funzionano come una lente d’ingrandimento sulle priorità delle istituzioni. Dove lo sport è raccontato come servizio e missione, il compenso resta un costo di funzione. Dove lo sport è una macchina commerciale globale, il vertice viene remunerato come una C-suite, il gruppo dei dirigenti di massimo livello di un'azienda. La FIFA ha chiaramente imboccato questa seconda strada, con coerenza e senza più ambiguità.

Il verdetto, quindi, non può essere un semplice “troppo” o “giusto”. Gianni Infantino non è un’anomalia isolata, ma il prodotto più visibile di un modello di governance che ha scelto di parlare il linguaggio dell’impresa. Resta aperta una domanda più profonda: fino a che punto un’organizzazione che rivendica una missione pubblica può permettersi di adottare, senza correttivi, le logiche retributive del mercato privato. È lì, più che nelle cifre assolute, che si gioca il futuro della legittimazione dello sport globale.

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