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16 Dicembre 2025
Ruud Gullit e Vujadin Boškov
L’entrata in scena: Marassi, e quella dieta che non è una battuta
Vujadin Boškov entra a Marassi e, invece di mettersi a recitare il capo, taglia subito il nodo più pericoloso: la paura. Lo fa con una frase che sembra da spogliatoio e in realtà è una diagnosi: «Non ho bisogno di fare la dieta. Ogni volta che entro a Marassi perdo tre chili». È la sua maniera di dire ai giocatori: se ti senti schiacciato, è normale. Ma non devi farla diventare una religione.
Quello che cambia, con lui, è il tono dell’aria. La tensione non sparisce: si trasforma. Diventa energia che puoi governare. E questa, nel calcio, è già mezza vittoria.
Chi è Boškov: un tecnico che vinceva anche quando parlava poco
Boškov è stato allenatore giramondo e uomo di campo, ma soprattutto un costruttore di contesti. Alla Sampdoria resta dal 1986 al 1992: un ciclo abbastanza lungo da mettere radici, abbastanza potente da lasciare un’ombra lunga.
Nel suo palmarès blucerchiato ci sono i numeri che contano davvero:
Poi c’è il finale più crudele e più cinematografico: Wembley 1992, Coppa dei Campioni, persa ai supplementari contro il Barcellona per una punizione che arriva come una sentenza.
Ma se lo racconti solo coi trofei, lo riduci. Boškov è stato anche un lessico: una lingua. E in quella lingua c’è il suo vero segreto.
Il titolo: «Gullit è come cervo che esce di foresta»
Ci sono allenatori che descrivono un campione con una tabella di dati. E poi c’è Boškov, che lo fa con un’immagine. Quando Ruud Gullit arriva alla Sampdoria, lui lo definisce così: «Gullit è come cervo che esce di foresta». Quando Gullit torna al Milan, Boškov chiude il cerchio con un’altra frase: «È tornato nella foresta».
Non è solo folclore. È il suo modo di guardare il calcio: trasformare la complessità in una figura chiara. Uno scatto, un istinto, una presenza fisica “selvaggia” che irrompe nel prato come se fosse un altro habitat. E quel modo di parlare, a Genova, diventa contagioso: perché se sai nominare le cose, poi sai anche gestirle.
«Rigore è quando arbitro fischia»: la filosofia che spegne le fiamme
La sua frase più famosa non è una gag: è una regola di sopravvivenza. «Rigore è quando arbitro fischia». Tradotto: smettetela di consumare energie nella rabbia sterile. La partita continua. Il campionato è lungo. E la testa è una risorsa più rara delle gambe.
In un’epoca in cui la panchina cominciava già a diventare teatro, Boškov sceglie una via opposta: ridurre il rumore. E quando riduci il rumore, spesso senti meglio il gioco.
«Palla a noi, giochiamo noi»: la Samp come sistema, non come somma
La Samp del suo ciclo non nasce “per caso” e non vive di improvvisazioni. È squadra nel senso più concreto: movimenti, connessioni, ruoli che si riconoscono anche quando la partita cambia temperatura. Boškov usa frasi che sembrano elementari: «Palla a noi, giochiamo noi, palla a loro, giocano loro». In realtà è un manifesto: responsabilità individuale dentro un disegno collettivo.
Il punto, nel suo calcio, non è l’estetica. È la governabilità. Una squadra forte è una squadra che non impazzisce.
Göteborg, quando il sogno si fa trofeo
La Coppa delle Coppe del 1990 è uno di quei momenti che, se li racconti bene, sembrano inventati. Novanta minuti a porte chiuse dal destino, poi i supplementari e la doppietta che spalanca la storia.
La cosa interessante è che quella coppa non è “la ciliegina”. È una prova generale emotiva: ti insegna a stare dentro le partite che non si aprono, quelle che ti chiedono pazienza, nervi, controllo. Boškov prende un gruppo e lo porta a vincere quando il cronometro ti vuole far dubitare di te stesso.
«La partita finisce quando arbitro fischia»: lo scudetto come questione di tenuta
Poi arriva lo scudetto 1990-91, quello che ancora oggi si pronuncia a Genova con una specie di rispetto fisico. Il suo peso narrativo sta qui: non è solo il titolo, è la dimostrazione che il gruppo sa resistere al veleno più difficile, quello della quotidianità.
«La partita finisce quando arbitro fischia» è una frase semplice, ma dentro ci sta l’intero campionato: non ti esalti troppo presto, non ti deprimi troppo presto, non ti distrai quando tutti ti guardano.
Lo scudetto non è un’onda: è una linea. E Boškov, più di tanti altri, sa tenere la linea.
Wembley, l’ultima notte prima che cambi il calcio
Wembley ospita l’ultima Coppa dei Campioni “con quel nome”. Sampdoria contro Barcellona: 0–0 fino ai supplementari, poi la punizione di "Rambo" Koeman che taglia il film proprio sul più bello. E finisce così: la Samp a un passo, il Barça campione.
Quella partita, nel racconto, non serve per piangere. Serve per mostrare un’altra qualità del protagonista: Boškov porta un club dove non era mai arrivato, lo mette nella stanza dei grandi e lo fa senza trucchi. È romanticismo adulto: non sempre vinci, ma se arrivi fin lì, hai già riscritto la tua geografia.
Perché le frasi erano il suo metodo (e non solo “coloritura”)
Qui è il punto: le frasi non sono decorazioni. Sono strumenti.
Servono a proteggere lo spogliatoio dalla pressione esterna («Marassi mi fa dimagrire»).
Servono a chiudere la polemica quando rischia di divorarti («Rigore è quando arbitro fischia»).
Servono a semplificare quando tutti complicano («Palla a noi / palla a loro»).
Servono a dare immagini ai giocatori, perché le immagini restano più delle lavagne (il cervo e la foresta).
Il suo segreto era questo: trasformare il calcio in qualcosa che puoi ricordare anche sotto pressione. Se ricordi, esegui. Se esegui, reggi. Se reggi, vinci.
Il “dizionario” che ha tenuto in piedi una squadra
Boškov non ha costruito la Samp con il volume della voce. L’ha costruita con la chiarezza: poche idee, ripetute bene, fino a diventare automatiche. E con un’umana intelligenza che oggi sembra quasi rivoluzionaria: sapere quando parlare e quando, invece, lasciare che siano i giocatori a prendersi la scena.
Per questo le sue frasi sono una chicca, sì. Ma soprattutto sono la prova che, a volte, la tattica più forte è togliere peso: alla testa, alla città, alla maglia. Così puoi correre. E così, per davvero, puoi diventare campione.