Bologna -Inter 1964: lo scudetto che non doveva esistere
Un presidente che muore tre giorni prima, cinque provette sospette e un’unica partita secca per decidere tutto, storia dell’anno in cui il calcio italiano perse la sua innocenza
Fulvio Bernardini festeggiato dai giocatori del Bologna per la vittoria dello scudetto
Roma, 7 giugno, l’aria è di piombo Stadio Olimpico. Non è una festa, è un’istruttoria a cielo aperto. Fa caldo, quel caldo umido e romano che ti toglie il respiro. In campo ci sono l’Inter di Helenio Herrera, campione d’Europa in carica, e il Bologna di Fulvio Bernardini. Ma c’è un convitato di pietra che pesa più dei ventidue giocatori. Tre giorni prima, durante una riunione in Lega proprio con Angelo Moratti per discutere i dettagli di questa partita, il presidente del Bologna Renato Dall’Ara si è accasciato. Infarto. È morto così, mentre difendeva la sua creatura. Il Bologna scende in campo con il lutto al braccio e una rabbia gelida nello stomaco. Non giocano per il premio partita. Giocano per portare una medaglia sulla tomba del loro padre padrone. L’atmosfera è elettrica, sospesa, tragica.
Quelli che giocavano in Paradiso Li chiamavano la squadra che "gioca come in Paradiso". Era la definizione perfetta per il calcio di Bernardini: fluido, tecnico, bello. Giacomo Bulgarelli era il cervello, un regista che portava l'eleganza di un lord in mezzo al fango. Ezio Pascutti era l'ala che si tuffava di testa dove gli altri non mettevano i piedi. Helmut Haller era il tedesco atipico, fantasia e colpi di tacco. E Harald Nielsen, "il Dondolo", era uno che la porta non la guardava, la sentiva. Ma quel 7 giugno, il Paradiso deve scendere all'Inferno. La bellezza non serve, serve la sopravvivenza.
Le provette della discordia Tutto cambia a marzo. Cinque giocatori del Bologna (Fogli, Pavinato, Pascutti, Perani, Tumburus) risultano positivi all'antidoping dopo una gara col Torino. Apriti cielo. Il Bologna viene penalizzato, Bernardini squalificato. La città scende in piazza, si parla di complotto del "Palazzo" per favorire le milanesi. Sembra la fine. Invece è l'inizio del giallo. Le controanalisi dimostrano che le provette non erano custodite correttamente, i valori non tornano. La Federazione è costretta a fare marcia indietro: restituisce i punti. Il campionato finisce con Bologna e Inter appaiate a 54 punti. Niente differenza reti, niente scontri diretti: serve lo spareggio. Unico caso nella storia della Serie A a girone unico.
L'addio del Presidente:3 giugno 1964. Dall'Ara e Moratti sono a Milano. Discutono sui premi, sui biglietti. Dall'Ara si sente male. Muore poco dopo. La notizia arriva a Bologna come una bomba. La squadra è in ritiro a Fregene. Bernardini deve gestire il dolore di un gruppo che ha perso la sua guida. Decide di trasformare quel lutto in benzina.
La mossa del Dottore:Bernardini sa che l'Inter è più forte, o almeno più abituata a vincere. Herrera ha Suarez, Facchetti, Corso, Mazzola. Allora il "Dottore" fa la mossa che non ti aspetti. Prende un terzino, Capra, e gli dà la maglia numero 11. Lo piazza all'ala sinistra. Tutti pensano sia impazzito. Invece il compito di Capra non è attaccare, è cancellare dal campo Mario Corso, il genio dell'Inter. Corso, marcato da un terzino che corre il doppio di lui, non tocca palla. L'Inter perde la luce.
Il gol sporco:Al 75' la partita è bloccata. Punizione per il Bologna. Fogli tocca per Perani, tiro secco. La palla sbatte su Facchetti e inganna il portiere Sarti. Gol. Non è un'azione manovrata, è un colpo del destino. Pochi minuti dopo, Nielsen raddoppia in contropiede. 2-0. È finita.
L'arte di adattarsi Quel Bologna ha vinto perché ha saputo tradire la sua stessa natura. Era nato per dare spettacolo, ha vinto imparando a soffrire. Bernardini ha capito che per battere il "Mago" Herrera non doveva superarlo sul piano del gioco, ma su quello della tattica spiccia. Ha sacrificato la bellezza per l'efficacia. Ha capito che in una finale secca, in un clima di tragedia, vince chi ha i nervi più saldi, non i piedi più buoni.
Lo scudetto dei miracoli Quando l'arbitro Lo Bello fischia la fine, i giocatori del Bologna non esultano come matti. Si abbracciano, stremati. Hanno vinto contro l'Inter, contro il sospetto del doping, contro la morte del presidente. Tornano a Bologna e trovano una città che non dorme. È il settimo scudetto, l'ultimo della storia rossoblù. Lo chiamano "lo scudetto dei miracoli", ma di miracoloso c'è poco. C'è solo una squadra che, messa con le spalle al muro da un'intera nazione calcistica, ha deciso che non era il momento di cadere.
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