La diagnosi sbagliata di Dio
Se avessero dato retta alla medicina, Manuel Francisco dos Santos non avrebbe mai dovuto calciare un pallone. Forse non avrebbe nemmeno dovuto camminare dritto. La sua cartella clinica, letta oggi, sembra l'inventario di un disastro ortopedico: la colonna vertebrale deformata a "S", una leggera poliomielite infantile, il bacino fuori asse. E poi quelle gambe: la destra piegata verso l'interno (valga), la sinistra sei centimetri più corta e arcuata verso l'esterno (vara). Viste da dietro, sembravano due parentesi aperte che non si chiudevano mai.
Eppure, in quel giugno cileno del 1962, quelle parentesi stavano racchiudendo il mondo intero. Quando Garrincha correva, non sembrava un atleta: sembrava un uomo che sta per cadere e, all'ultimo istante, decide di trasformare l'inciampo in una danza. I difensori avversari impazzivano non solo per la velocità, ma per l'imprevedibilità biomeccanica: non potevi capire dove andava, perché nemmeno il suo corpo sembrava saperlo fino all'ultimo millisecondo.
"Qui non serve un terzino, serve un fucile"
Era nato a Pau Grande, un puntino nella foresta, e lo chiamavano Garrincha come uno scricciolo locale: piccolo, nervoso, inafferrabile. Lavorava in fabbrica tessile, giocava a piedi nudi.
La leggenda del suo arrivo nel calcio che conta è un fatto di cronaca. 1953, primo provino al Botafogo. Dall'altra parte c'è Nilton Santos, l'Enciclopedia del calcio, il terzino sinistro più forte del mondo. I compagni ridono vedendo quel ragazzino storto. Nilton Santos no.
Garrincha prende palla e gli fa passare la sfera tra le gambe. Una volta. Nilton torna, lui lo risalta. Due volte. Alla fine dell'allenamento, Nilton Santos va dai dirigenti e dice una frase che è storia: «Fategli il contratto subito. Preferisco giocare con lui che contro di lui».
Il 1958 e lo psicologo ignorato
Prima del trionfo del '62, ci fu la Svezia nel '58. Il Brasile introdusse la figura dello psicologo, il dottor João Carvalhaes. Sottopose tutti ai test d'intelligenza. Il risultato di Garrincha fu disarmante: punteggio sotto la soglia minima, personalità "infantile", inadatto a gestire la pressione agonistica. Consigliarono di non schierarlo.
Per fortuna, i compagni si ribellarono. Garrincha scese in campo contro l'URSS. I primi tre minuti di quella partita sono considerati "i tre minuti più grandi della storia del calcio". Garrincha prese la palla e distrusse la difesa sovietica, colpendo un palo dopo aver saltato tre uomini come birilli. Non sapeva nemmeno contro chi stesse giocando (spesso chiedeva: "Ma oggi è la finale?" anche se era il girone), ma sapeva che quella palla era sua.
1962: il Re è caduto, viva la Gioia del Popolo
Ma è in Cile, quattro anni dopo, che Garrincha diventa un gigante. Pelé, O Rei, si stira l’inguine contro la Cecoslovacchia. Il Brasile va nel panico. È come togliere il motore a una Ferrari.
In quel vuoto di potere, Garrincha smette di essere solo l'ala destra. Diventa il leader tecnico, pur rimanendo un anarchico.
Contro la Spagna, all'ultimo respiro, inventa l'assist per Amarildo dopo aver dribblato due uomini sulla linea di fondo, in uno spazio dove fisicamente non c'era posto per passare.
Contro l'Inghilterra, ai quarti, segna di testa (lui, alto 1,69) e poi con un tiro "a foglia morta" da fuori area. I giornali inglesi titolano: "Garrincha, from another planet". Si chiedono come fermarlo. Non c'è risposta.
La semifinale e il "João" universale
Per Garrincha, l'avversario non aveva identità. Non gli importava la tattica. Per lui, ogni terzino che aveva di fronte era un "João". Un nome generico, un signor Nessuno messo lì per essere saltato.
Nella semifinale contro il Cile padrone di casa, il clima è di guerra. Il pubblico urla, volano colpi proibiti. Garrincha risponde con due gol: uno di sinistro (il piede "d'appoggio") e uno di testa. Poi, esasperato dalle botte, reagisce e viene espulso.
Qui la storia si mischia alla politica sportiva: il governo brasiliano e la federazione fanno pressioni enormi. La FIFA, in un caso unico nella storia, "dimentica" la squalifica e gli permette di giocare la finale. Garrincha scende in campo con 39 di febbre. Non è al meglio, ma la sua sola presenza terrorizza la Cecoslovacchia. Il Brasile vince 3-1. Garrincha è capocannoniere e miglior giocatore. Ha vinto un Mondiale praticamente da solo.
La finta che tutti conoscevano (e nessuno fermava)
Il suo segreto era l'assenza di segreti. Garrincha partiva da fermo. Accennava il movimento verso l'interno, ciondolando con quel bacino storto. Il difensore sapeva che era una finta. Sapeva che sarebbe andato sul fondo.
Eppure, quando Garrincha partiva, aveva un'accelerazione "esplosiva" che nasceva proprio da quella leva biomeccanica assurda. Scattava da 0 a 100 in un metro. Il difensore reagiva sempre con un attimo di ritardo.
Spesso, si racconta, saltava l'avversario, si fermava, aspettava che quello tornasse in piedi, e lo saltava di nuovo. Non per cattiveria, ma per estetica. Era il "dribbling inutile", quello che non serve a fare gol, ma serve a far felice la gente.
Il lato oscuro: Elza, l'alcol e il volante
Fuori dal campo, la vita di Mané non aveva difese. Era un uomo ingenuo, generoso fino alla rovina, incapace di gestire i soldi e la fama.
Si innamorò di Elza Soares, la cantante samba più famosa del Brasile. Fu uno scandalo nazionale: lui lasciò la moglie e le figlie per lei. Furono perseguitati, la casa mitragliata durante la dittatura, costretti a scappare.
Ma il vero nemico era liquido. La cachaça. Garrincha beveva per festeggiare, poi beveva per dimenticare. Nel 1969, mentre guidava l'auto (spesso ubriaco), ebbe un incidente terribile in cui morì sua suocera, la madre di Elza. Quel giorno, qualcosa dentro Garrincha si ruppe per sempre. Il senso di colpa lo divorò più dell'alcol.
La solitudine del numero 7
La parabola finale è straziante. L'uomo che aveva fatto ridere il mondo finì dimenticato dal sistema calcio che lo aveva spremuto. Senza più ginocchia (distrutte dalle infiltrazioni fatte per farlo giocare sempre), senza soldi, viveva in una casa in affitto pagata dalla federazione per pietà.
Muore il 20 gennaio 1983, a soli 49 anni, in un ospedale pubblico di Rio, per cirrosi epatica e congestione polmonare. Era solo.
Ma il giorno del funerale, il Brasile si ricordò di lui. Il corteo funebre partì dal Maracanã e arrivò fino a Pau Grande. Milioni di persone, sui camion, sui tetti, a piedi. Piangevano l'unico eroe che non li aveva mai guardati dall'alto in basso.
Sulla sua tomba, un epitaffio semplice chiude il cerchio di una vita storta: "Qui riposa in pace colui che fu la Gioia del Popolo – Mané Garrincha". E forse, in quel metro di terra, è stata l'unica volta che Mané ha smesso di dribblare.