Cerca

Trendi news

Un brasiliano con due passaporti, un record che ha resistito per mezzo secolo e quella notte in cui Eusébio sembrava imbattibile. Finché José non decise di toccare palla due volte

Quattordici rintocchi a Wembley: l'uomo che insegnò all'Italia come si alza la Coppa

Un brasiliano con due passaporti, un record che ha resistito per mezzo secolo e quella notte in cui Eusébio sembrava imbattibile. Finché José non decise di toccare palla due volte

Altafini con la maglia del Napoli e in azione con quella del Milan

Londra, 22 maggio 1963, il cielo è basso
Wembley non è uno stadio, è un tribunale. L'erba è tagliata come un biliardo, ma l'aria è pesante, carica di quell'umidità londinese che ti entra nelle ossa e ti suggerisce di non sperare troppo.
In campo c'è il Benfica. Sono i campioni in carica. Hanno la maglia rossa e davanti hanno la Pantera Nera, Eusébio, un uomo che corre più veloce del vento e tira come un cannone. Dall'altra parte c'è il Milan di Nereo Rocco. L'Italia, fino a quel momento, in Coppa dei Campioni è stata una comparsa.
Al 19' minuto, la logica presenta il conto. Eusébio scappa via, Eusébio segna. 1-0.
Sugli spalti, i tifosi inglesi annuiscono: è andata come doveva andare. I latini non vincono qui.
Ma non hanno fatto i conti con il centravanti del Milan. Un uomo che sorride poco e segna tanto, che ha la faccia da attore di fotoromanzi e il fiuto di un assassino silenzioso. José Altafini non ha intenzione di perdere. Quella notte, Wembley smette di essere il tempio del Benfica e diventa il giardino di casa sua.

Il "Mazzola" venuto dal mare
José João Altafini arriva in Italia dal Brasile con un soprannome pesante come un macigno: "Mazzola", perché somigliava al grande Valentino del Grande Torino. Ma José non vive di ricordi. È un animale da area di rigore moderno.
Non è il brasiliano che ti ubriaca di finte inutili. Lui è essenziale. Ha capito che in Europa i difensori ti picchiano se tieni troppo la palla, quindi lui la tocca il meno possibile: stop e tiro. O, meglio ancora: tiro e basta.
Vive una doppia vita: brasiliano di nascita, italiano di passaporto (giocherà il disastroso Mondiale del '62 con gli Azzurri). È un apolide del gol. Ovunque lo metti, lui trova la porta. Ma quella stagione lì, la 1962-63, è qualcosa di diverso. Non è in forma: è in stato di grazia.

La vendetta dei numeri
Il record di Altafini in quella Coppa non è normale: 14 gol.
Oggi, per fare 14 gol in Champions League, hai bisogno di giocare 13 o 14 partite, gironi compresi. Altafini li ha fatti quando la Coppa era un torneo a eliminazione diretta, brutale e breve. Sbagli una partita, vai a casa.
Il suo capolavoro statistico inizia presto, contro i poveri lussemburghesi dell'Union Luxembourg. Il Milan vince 8-0. Altafini ne fa 5. Al ritorno ne fa altri 3. Totale: otto gol in un turno.
Qualcuno arriccia il naso: "Troppo facile". Ma Altafini risponde sul campo. Segna contro il Galatasaray. Segna in semifinale contro il Dundee. Arriva a Wembley con 12 gol in tasca. Gliene servono altri due per la gloria eterna. E se li prenderà nel momento più difficile.

Tre fotogrammi di una rimonta perfetta

  1. L'ombra di Gipo Viani: C'è una storia sporca dietro quella finale. Gipo Viani, il direttore tecnico del Milan, non amava Altafini. Lo chiamava "Coniglio", diceva che nei momenti duri si nascondeva. Quella sera a Wembley, Altafini gioca con la rabbia di chi deve smentire il proprio capo. Ogni scatto è una risposta, ogni contrasto è una querela.

  2. L'asse con il Bambino d'Oro: I due gol della rimonta non nascono dal nulla. Nascono dai piedi di Gianni Rivera. Al 58', Rivera vede un corridoio che solo lui vede. Altafini si infila, non guarda nemmeno la porta, tira secco. 1-1. Al 69', la scena si ripete. Contropiede, Rivera porta palla, Altafini scatta nello spazio vuoto. Si presenta solo davanti a Costa Pereira. Il portiere esce, Altafini lo fulmina. Ribattuta, gol. 2-1. Semplice, letale.

  3. Il trofeo al cielo: Cesare Maldini alza la Coppa. È la prima volta per un'italiana. Ma la faccia di Altafini, nelle foto, è quella di chi ha appena finito un turno in miniera. È stravolto, felice ma svuotato. Quei 14 gol sono un macigno che si è tolto dalle spalle.

La bellezza dell'utile
Altafini non cercava l'applauso per lo stile, cercava l'efficacia. Il suo metodo era l'occupazione militare dell'area di rigore. Sapeva prima dei difensori dove sarebbe caduta la palla sporca.
In quella finale, mentre Eusébio incantava con la potenza e la classe, Altafini vinceva con il cinismo. Ha toccato due palloni decisivi, ha fatto due gol. È la lezione del calcio italiano che sbarca in Europa: non serve essere più belli, serve arrivare prima.

Il record di pietra
Per cinquant'anni, quel numero 14 è rimasto lì, in cima alla lista dei cannonieri di una singola edizione, guardando tutti dall'alto. Ci sono voluti i marziani dell'era moderna (Messi, Cristiano Ronaldo) e un torneo con molte più partite per superarlo.
Ma quei 14 gol di José pesano di più. Pesano perché fatti col pallone di cuoio pesante, su campi di fango, con difensori che potevano picchiarti impunemente.
Altafini è stata la voce simpatica delle telecronache, quello del "Golazo!". Ma chi c'era a Wembley nel '63 sa la verità. Sa che dietro quel sorriso c'era il centravanti più spietato che il Milan avesse mai visto. L'uomo che ha preso l'Italia per mano e le ha insegnato che l'Europa non era un mostro invincibile, ma solo un altro portiere da battere.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Sprint e Sport

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter