Cerca

Trendy News

Alfredo Di Stefano, l'unico calciatore ad avere vinto il Super Pallone d'Oro e ha insegnato al Real Madrid a diventare Europa

La notte di Glasgow, gli applausi di Madrid quando era ancora “il nemico”, 5 Coppe dei Campioni di seguito e 2 palloni d'oro

Alfredo Di Stefano con la maglia del River Plate

Alfredo Di Stefano con la maglia del River Plate

Una vigilia di Natale con un trofeo che non avrà eredi
Il 24 dicembre 1989 succede una cosa che nel calcio non succede quasi mai: un premio nasce già come eccezione e muore la sera stessa, perché è pensato per essere assegnato una sola volta. Si chiama Super Pallone d’Oro e finisce nelle mani di Alfredo Di Stéfano. Punto. Un vincitore, nessuna edizione successiva, nessun “anche”. Solo lui. E se già questa sembra una sceneggiatura, la realtà è più semplice e più dura: quel trofeo riassume trent’anni di calcio europeo, e la faccia che lo rappresenta è la sua. 

Buenos Aires, River Plate: prima di tutto un ragazzo che corre
Di Stéfano nasce a Buenos Aires il 4 luglio 1926 e morirà a Madrid il 7 luglio 2014: due città che non sono solo punti sulla mappa, ma due modi diversi di intendere il calcio. In mezzo ci sono i primi passi al River Plate e la sensazione, riportata in tante cronache dell’epoca, di un attaccante che però non sta “solo” davanti: si muove, torna, rientra, ricomincia l’azione. Quando più tardi lo descriveranno come un giocatore “totale”, non sarà un complimento poetico: sarà un modo rapido per dire che faceva più cose di quelle che la sua maglia permetteva di immaginare. 

Il 1949 e la deviazione colombiana: quando la storia spinge i calciatori
Nel 1949 il calcio argentino entra in una stagione complicata e, come spesso accade, le carriere prendono strade che non sembrano “naturali” finché non le guardi da lontano. Di Stéfano va ai Millonarios di Bogotá, nel campionato colombiano che in quegli anni attira stelle e stipendi. Con i Millonarios vince più volte e lascia tracce anche numeriche: titoli e riconoscimenti che raccontano un giocatore già dominante prima ancora di diventare “Real Madrid”. 

Madrid, 1952: il Bernabéu applaude l’avversario e si prende un appunto
Marzo 1952: Real Madrid organizza un torneo celebrativo per il cinquantesimo anniversario. Arriva una squadra colombiana, i Millonarios, e in campo c’è Di Stéfano. Non è ancora un idolo di Madrid: è, di fatto, un avversario. Eppure succede una scena che vale più di tante agiografie: il pubblico del Bernabéu, racconta FIFA, si alza e applaude. Millonarios vince 4–2 e Di Stéfano segna due gol. L’immagine è pulita: Madrid vede, capisce e — prima ancora di trattare — desidera. 

1953: il trasferimento che diventa una frattura nazionale
Poi arriva il 1953, e qui si deve fare una cosa semplice: distinguere i fatti dalle letture. I fatti dicono che la trattativa coinvolge più soggetti, si intreccia con norme e decisioni federali e finisce per produrre una soluzione che oggi suona quasi impossibile: un’ipotesi di “condivisione” del giocatore tra Real Madrid e Barcellona, a stagioni alternate. ESPN ricostruisce il contesto: l’intervento della federazione, la firma dell’accordo il 15 settembre 1953, la reazione durissima dell’ambiente catalano e le conseguenze immediate anche a livello dirigenziale. 

Il Real Madrid di Di Stéfano: 396 partite ufficiali, 308 gol, ma non è una storia di numeri
Dal 1953 al 1964, la traiettoria è netta: Di Stéfano diventa Real Madrid e, nello stesso movimento, il Real Madrid diventa qualcosa che prima non era. Il club riassume così la sua eredità: 396 partite ufficiali, 308 gol. Ma la frase più importante, per capire il personaggio, non è quella sui gol: è quella sul modo in cui “poteva attaccare, difendere e giocare bene ovunque”. Tradotto: non è l’attaccante che aspetta la palla, è quello che va a prendersela, e poi decide cosa farne. 

Cinque Coppe dei Campioni di fila: la continuità che non trovi nei racconti, ma nei calendari
Il Real di quegli anni vince cinque Coppe dei Campioni consecutive (1956–1960). Non è un’iperbole: è un dato che regge perché è scritto nelle stagioni. UEFA ricorda un dettaglio che sembra fatto apposta per diventare letteratura e invece è cronaca: Di Stéfano gioca e segna in ciascuna delle cinque finali vinte. Non un lampo isolato, ma una firma ripetuta, puntuale, in un’epoca in cui il calcio europeo stava ancora decidendo che cosa volesse diventare. 

Glasgow, 18 maggio 1960: 7–3 all’Eintracht, e la partita che spiega un decennio
Hampden Park, Glasgow. Real Madrid–Eintracht Francoforte 7–3, davanti a 127.621 spettatori. Di Stéfano segna tre gol, Puskás quattro: sette reti divise tra due uomini come se fosse una cosa normale. UEFA, nella scheda della partita, mette tutto lì: minuti, marcatori, risultato. Il resto lo fa l’immaginazione, ma non serve spingerla: basta fermarsi un attimo su quel 7–3 e capire che non è solo una finale vinta, è un manifesto di superiorità calcistica in piena regola. 

Due Palloni d’Oro e un premio “solo”: la differenza tra essere il migliore e restarlo
Di Stéfano vince il Pallone d’Oro nel 1957 e nel 1959. Lo dicono le cronache e lo ribadisce il Real nel profilo storico: sono riconoscimenti individuali, certo, ma dentro un’idea collettiva di squadra che sta dominando il continente. E poi c’è quel premio unico del 1989, che non premia una stagione, ma un’epoca: il modo in cui una carriera riesce a restare centrale mentre cambia tutto intorno. 

Il paradosso del Mondiale: la Spagna, il 1962, e zero minuti in campo
C’è un capitolo che rende Di Stéfano più umano, e quindi più interessante. Nel 1962 va al Mondiale con la Spagna, ma un infortunio gli impedisce di giocare anche solo un minuto nella fase finale. FIFA Museum ricorda proprio questa beffa: la grande vetrina che arriva tardi e resta chiusa. In una carriera piena di finali europee e notti decisive, il Mondiale resta una presenza senza partita.  

La bacheca, il 24 dicembre e una frase che basta
Tornando a quella vigilia di Natale del 1989 Di Stéfano, per il Real Madrid, è quel punto lì: l’uomo che ha trasformato una grande squadra in un’idea europea. E quando un premio nasce per essere assegnato una sola volta e sceglie lui, la sensazione è che il calcio — per una sera — abbia smesso di discutere e abbia semplicemente scritto un nome.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Sprint e Sport

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter