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Robin Friday, il genio di Acton che il fango non riusciva a trattenere

Reading, anni ’70: due anni e mezzo per diventare leggenda, poi il buio

Robin Friday

Robin Friday

Il ragazzo di Acton che portava il nome del weekend e camminava sopra il fango

Il destino distribuisce le carte il 27 luglio 1952, ad Acton, nella Londra di cemento che non finisce sulle cartoline. Lì nasce un ragazzo che porta addosso un cognome che è già un presagio: Friday. Venerdì. Il giorno in cui inizia la festa e finiscono le regole. Viene al mondo insieme a un gemello, Tony, ma la natura fa una scelta crudele e affascinante: lascia a Tony la normalità e versa tutto il talento, e tutto il veleno, nel sangue di Robin. Quando questo teppista predestinato atterra a Reading, nel febbraio del 1974, il mondo attorno a lui sembra fermarsi.

Non ci sono i led, non ci sono i posti numerati. C’è solo Elm Park. Fari bassi, giallastri, che tagliano la nebbia inglese e illuminano un'umanità che puzza di cipolle fritte e tabacco scadente. È un calcio domestico, intimo, dove la gente arriva con le mani ancora sporche di grasso della fabbrica per vedere se la domenica ha senso. Il campo non è un biliardo, è una superficie infame, un misto di erba e melma che trattiene le impronte e chiede il conto a ogni passo. Ma Robin non entra chiedendo scusa. Entra come se quel pantano fosse un tappeto rosso steso solo per lui. E in pochi minuti spiega alla platea un concetto che ribalta la fisica: se sei un genio, il fango non ti sporca. Ti sostiene.

Acton, West London: dove impari che la pelle deve essere dura
Robin,come abbiamo detto, viene da Acton. West London. Non è la Londra dei dandy di Carnaby Street. È la Londra del cemento, dei pub dove si entra per bere e si esce per fare a pugni.
La sua non è una favola Disney. È una traiettoria spezzata, nervosa, come un assolo di chitarra elettrica suonato male ma con il volume al massimo. Chelsea, QPR, Reading: le giovanili lo vedono, lo testano, ma poi lo sputano fuori. Perché? Perché Robin è incontrollabile.
Il sistema calcio cerca soldatini, lui è un anarchico.
E allora succede quello che in Inghilterra è la salvezza dei disperati: finisce nel non-league. Il calcio dei dilettanti. Lì non ci sono telecamere a coprirti le spalle o a lucidarti l'immagine. Lì sei nudo. Ci sono solo trasferte su pullman freddi e difensori che usano i gomiti come armi improprie.

Hayes e il teatro dell’assurdo
Prima dei Royals, Friday si ferma all’Hayes. I numeri ci sarebbero anche: 67 presenze, 39 gol. Una media da cecchino. Ma limitarsi alla statistica con Friday è come misurare la bellezza di un quadro guardando quanto pesa la cornice.
Lui non fa reparto. Lui fa teatro.
È in quel limbo che si capisce la sua natura: è un attaccante che gioca per il piacere perverso di umiliare la logica. Dribbla, si ferma, aspetta che il difensore torni, lo dribbla di nuovo. Perché? Perché può farlo. Perché in quel momento, su quel prato di periferia, lui è Dio e gli altri sono solo fedeli che assistono al miracolo.

Reading: due anni e mezzo per scrivere l’eternità
Il Reading, che naviga nella mediocrità della Quarta Divisione, decide di rischiare. Lo prende.
Charlie Hurley, l'allenatore, capisce che uno così non lo devi imbrigliare, lo devi lasciare pascolare. E Friday risponde.
121 presenze, 46 gol. Vince il premio di giocatore dell'anno per due volte di fila. Ma non è questo il punto. Il punto è come lo fa.
Segna gol impossibili. Bacia i poliziotti a bordo campo dopo aver segnato. Fa il giro d'onore. Dice alla gente: «Guardatemi, questo momento ve lo regalo io».
Nella stagione 1975-76, il Reading sale di categoria. Promozione. Friday è il cuore pulsante, l'anima nera e splendente di quella corsa. È l'idolo della working class perché è esattamente come loro, solo che lui, la domenica, sa volare.

Il mito sporco: l’uomo che viveva troppo veloce
Ma il mito di Friday non è pulito. Non è la storia del bravo ragazzo che ce la fa. È la storia di un talento enorme montato su un telaio che non regge la velocità.
Vino, donne, notti che finiscono all'alba, sostanze che non si dovrebbero nominare.
Robin Friday è il proto-punk del calcio inglese. Arriva prima dei Sex Pistols, e fa più casino di loro.
Le biografie non indorano la pillola: il campo lo accende, la vita lo consuma. Sparisce per giorni, torna all'allenamento ancora sbronzo, gioca la partita della vita e poi scappa via. È scomodo. È ingestibile.
Ed è proprio per questo che la gente lo ama alla follia. Perché in un mondo che sta diventando business, lui è ancora selvaggio. È vero.

Cardiff e la fine della corsa
Poi, la crepa diventa voragine.
A cavallo tra il '76 e il '77, il Reading non ce la fa più. Lo vende al Cardiff City.
Lui arriva in Galles con la leggenda addosso e i demoni dentro. La prima partita è un riassunto della sua esistenza: arriva in treno all'ultimo minuto, senza biglietto, viene arrestato dalla polizia ferroviaria, lo tirano fuori giusto in tempo, scende in campo e segna due gol al Fulham di Bobby Moore. Bobby Moore, il capitano dell'Inghilterra campione del mondo.
Ma è il canto del cigno.
Dura poco. 25 anni. Dicembre 1977. Friday dice basta.
Smette.
Non perché è rotto fisicamente, ma perché è rotto dentro. Si è annoiato. Il sistema vuole trasformarlo in un professionista, e lui professionista non lo sarà mai. Preferisce fare l'asfaltatore di strade piuttosto che obbedire a un allenatore che gli dice a che ora andare a dormire.

Il più grande che non avete mai visto
C'è un libro, uscito nel 1997, scritto da Paolo Hewitt e Paul McGuigan (il bassista degli Oasis, gente che di eccessi se ne intende). Il titolo è una sentenza: The Greatest Footballer You Never Saw. Il più grande calciatore che non hai mai visto.
Non ci sono quasi video di Friday. Solo racconti orali, leggende da pub, ricordi sfocati.
E questa assenza di prove è la sua forza.
Friday è come il "Trinche" Carlovich a Rosario. Giocatori che non hanno bisogno delle coppe in bacheca, perché hanno la testimonianza della gente.
Nel 2022 il Reading lo ha nominato "Giocatore del Millennio". Del millennio. Non degli anni '70. Del millennio. Vuol dire che il suo fantasma corre ancora su quella fascia, più veloce di chiunque sia arrivato dopo.

Acton, 1990: l’ultimo atto
L'epilogo è scritto nel prologo.
22 dicembre 1990. Robin Friday viene trovato morto nel suo appartamento di Acton. Attacco cardiaco, dicono i medici. Overdose di eroina, sussurrano i biografi.
Aveva 38 anni.
Se ne va giovane, come i poeti maledetti, come le rockstar.
Ma forse era l'unico finale possibile.
Di Friday non ci resta la bacheca trofei. Ci resta l'idea. L'idea che un tempo, nel fango di Elm Park, il talento poteva essere irregolare, sbagliato, autodistruttivo e meraviglioso.
E quando un vecchio tifoso del Reading, con gli occhi lucidi, ti dice «Io l'ho visto», non sta vantando una memoria. Sta rivendicando un privilegio. Il privilegio di aver visto l'uomo che avrebbe potuto essere tutto, e scelse di essere niente, pur di rimanere libero.

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