Aberdeen: dove la povertà non fa scena, ti forma
Siamo ad Aberdeen. Febbraio 1940.
Dovete immaginarvela quella Scozia lì. Non è quella delle cartoline con le cornamuse e il whisky invecchiato. È la Granite City. Grigia, fredda, dura come la pietra che la costruisce. Denis Law nasce lì, figlio di un pescatore, in una famiglia dove la povertà non è una statistica sociologica, è la condizione naturale dell’esistenza. Le scarpe si portano finché non cadono a pezzi, e il calcio non è un’accademia: è l'unica lingua che ti permette di urlare senza aprire bocca.
Law cresce con quella durezza nordica addosso. Non passa nemmeno dal calcio scozzese, perché il destino ha fretta. Scende a sud. Huddersfield. Poi Manchester, sponda City. È una salita piena di curve, fatta da un ragazzo che gioca con la rabbia di chi sa che tornare indietro non è un'opzione.
L’anno di Torino: l’Italia che ti marca l’anima
Estate 1961. L’Italia del boom economico è un altro pianeta rispetto all’austerity britannica. Il Torino lo compra.
Law arriva in Serie A e si sente come un marziano atterrato in una trincea. Il nostro calcio, in quegli anni, non è un gioco: è una guerra di posizione. I difensori non ti marcano, ti perseguitano. Ti respirano addosso, ti calciano sugli stinchi prima ancora che arrivi la palla.
Dura una stagione. 27 presenze, 10 gol. Non male per uno straniero. Ma Denis soffre. Dirà poi: «Per loro il calcio era vita o morte». E lui, che pure veniva dalla povertà, non riesce ad accettare che un gioco diventi una gabbia. Scappa. O meglio, viene salvato.
Old Trafford: il prezzo del Re
1962. Matt Busby, il patriarca del Manchester United, stacca un assegno da 115.000 sterline. Record britannico. Una cifra che fa girare la testa ai benpensanti.
Denis Law entra a Old Trafford e smette di essere un calciatore. Diventa The King. Il Re della Stretford End.
Non arriva per fare numero. Arriva per spostare gli equilibri del mondo.
Non è un centravanti classico. È elettricità pura. Ha uno scatto breve che brucia l'erba, un istinto da killer e un corpo che sembra fatto di gomma: segna di testa saltando più alto dei giganti, segna in acrobazia, segna di rapina. È sfacciato. È scozzese fino al midollo: non ha paura di nessuno, nemmeno della Regina.
1964: l’unico scozzese sul tetto d’Europa
Dicembre 1964. Mentre i Beatles conquistano l'America, Denis Law conquista l'Europa.
Vince il Pallone d'Oro.
Fermatevi un attimo. È il primo scozzese a riuscirci. E, incredibilmente, resterà l’unico. In un’epoca in cui il calcio è pieno di mostri sacri, lui è il migliore. Non è un dettaglio da almanacco, è la certificazione che quel ragazzo di Aberdeen, quello che giocava scalzo, ha obbligato il continente a inchinarsi.
La Trinità e la statua che respira
A Manchester nasce il mito della Holy Trinity. La Santissima Trinità.
George Best è la popstar, il genio autodistruttivo. Bobby Charlton è il gentiluomo, l'istituzione. Denis Law è il guerriero, il cuore pulsante.
Se andate oggi fuori da Old Trafford, c’è una statua. Loro tre, abbracciati. Non è bronzo, è identità. È il modo in cui un club dice al mondo: "Noi siamo stati questo". E Law, in mezzo a quei due, è il volto più umano, quello che tiene insieme la follia di Best e la rigidezza di Charlton.
1968: vincere guardando la tv
Ma il calcio, come direbbe Soriano, è un cane fedele che ogni tanto ti morde.
1968. Lo United vince la Coppa dei Campioni a Wembley. La notte della consacrazione, dieci anni dopo la tragedia di Monaco di Baviera.
E Law? Law non c’è.
Un ginocchio maledetto lo tiene in ospedale.
Mentre i suoi compagni alzano la coppa, lui è in un letto, con la gamba ingessata. È la contraddizione suprema: sei il Re, hai costruito il regno, ma la notte dell'incoronazione non puoi sederti sul trono.
Quel maledetto colpo di tacco del 1974
Poi arriva il giorno che da solo vale una carriera. O forse la distrugge.
Fine stagione 1973-74. Law è tornato al Manchester City. Il destino, che è uno sceneggiatore sadico, mette in calendario il derby all'ultima giornata. Old Trafford. Lo United rischia la retrocessione.
Minuto 81. La palla arriva in area. Law è di spalle alla porta. L'istinto — quella cosa che non puoi spegnere nemmeno se vuoi — prende il sopravvento.
Colpo di tacco.
La palla passa sotto le gambe del portiere. Gol.
Lo stadio si gela. Law non esulta.
Resta immobile. La testa bassa, le spalle che crollano come se gli fosse caduto addosso il cielo di Manchester. Pensa di aver appena condannato la squadra della sua vita alla Serie B (in realtà lo United sarebbe sceso comunque per gli altri risultati, ma lui lì, in quel momento, non lo sa).
Chiede il cambio. Esce dal campo e non si volta indietro. Non giocherà mai più una partita di campionato. È l'uomo che ha ucciso il suo amore con un gesto di troppa bellezza.
La folla invade il campo, non per rabbia, ma per disperazione. Come se volessero fermare il tempo e cancellare quel tacco.
L’ultimo coraggio: la diagnosi e l’addio
Agosto 2021. Denis Law fa un ultimo dribbling, stavolta contro la vergogna.
Annuncia al mondo di avere la demenza mista. Alzheimer e vascolare.
Lo dice mentre ha ancora le parole per farlo. Scrive: «Sono al punto in cui sento di voler essere aperto sulla mia condizione».
È un coraggio diverso da quello dell'area di rigore. È un coraggio silenzioso, senza pubblico.
Quando se ne va, il 17 gennaio 2025, non muore solo un ex calciatore. Si chiude l'ultimo capitolo di un'epoca in cui i campioni erano fatti di carne, sangue e rimpianti.
Un Re che arrivò da una strada qualunque, conquistò il mondo, e capì che a volte il gol più bello è quello che ti fa più male.