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02 Gennaio 2026
Da sinistra a destra: Alonso, Rivelino, Pianetti, Clemente, Passarella, Bochini
17 aprile 2020. Su Instagram gira una sfida lanciata da Ian Rush: «I sei giocatori che ti hanno fatto innamorare del calcio». Maradona risponde senza la scaletta comoda dei poster globali: niente galleria internazionale per compiacere il pubblico. Scrive sei nomi e basta.
Il 25 novembre dello stesso anno, pochi mesi dopo, il mondo lo perderà. E quella lista, riletta oggi, non suona come un addio preparato a tavolino: sembra piuttosto una confessione involontaria. Diego che, per un attimo, scende dal palco e si mette in platea.
C’è un modo semplice per scoprire un Maradona meno raccontato: non chiedergli chi era, ma chi guardava. Perché Diego, quando smette di stare al centro e si sposta a guardare gli altri, diventa un altro personaggio: più nitido, più umano, quasi inatteso.
Nel 2020, raccogliendo quella sfida, Maradona fa una cosa diversa: sceglie sei giocatori che, a suo dire, lo hanno fatto innamorare del calcio. E già qui c’è il primo indizio: non è una classifica dei più forti. È una playlist sentimentale. È il Diego ragazzino, quello che si accende davanti a un gesto tecnico o a un’idea, e se la porta dietro per sempre.
I sei nomi sono: Ricardo Bochini, Norberto Alonso, Daniel Passarella, Ángel Clemente Rojas, Oscar Pianetti e Roberto Rivelino. Cinque argentini e un brasiliano.
Per un lettore italiano suona quasi come un messaggio in bottiglia: alcuni li conosci, altri li hai sentiti nominare, altri ancora sembrano inventati da un autore di romanzi di calcio. E invece sono tutti tasselli di una geografia precisa.
Quella lista non racconta solo «chi piaceva a Maradona». Racconta dove guardava. E quando guardi bene, capisci che Diego non stava scegliendo dei monumenti: stava scegliendo delle porte d’ingresso.
Ricardo Bochini è l’idolo dichiarato, detto senza vergogna e senza diplomazia. Il tipo di scelta che non serve a farti bello: serve a farti capire da dove vieni. Bochini è l’idea che il calcio possa essere lucidità pura, un comando dato sottovoce che sposta tutti di due metri senza che nessuno se ne accorga. (Di Bochini abbiamo già raccontato la storia in un articolo dedicato.)
Norberto Alonso è River Plate, ed è già un dettaglio che pesa. Perché scegliere Alonso, dentro una lista “d’amore”, significa ammettere una cosa rarissima: che la bellezza non rispetta i confini della fede.
Alonso non ha bisogno di urlare. Gioca come chi sa che il tempo è dalla sua parte: riceve, pensa, e fa sembrare l’avversario un uomo che ha perso il tram. Se Bochini è la precisione che non chiede permesso, Alonso è la classe che ti guarda negli occhi e ti dice: «Arrivo un secondo prima di te, sempre». Metterlo accanto agli idoli di casa è una piccola maturità di Diego, un gesto da spettatore vero: non ama le maglie, ama le idee. (Anche di Norberto Alonso abbiamo già scritto un articolo dedicato.)
Poi spunta Daniel Passarella, e la lista cambia temperatura. Perché in mezzo ai numeri dieci e ai racconti da strada, Diego inserisce un difensore centrale. Non per fare l’intellettuale: perché anche la leadership può accendere il cuore.
Passarella è il calcio come responsabilità. Non solo marcare: comandare. Non solo vincere un duello: far capire agli altri che quel duello è una legge. È uno che entra nella partita con la postura di chi non sta chiedendo il permesso di esistere. E in una “playlist sentimentale” ci sta eccome, perché a volte ti innamori di ciò che ti protegge: della faccia tosta, del carattere, della frase detta con il corpo prima ancora che con la voce.
Ángel Clemente Rojas è un nome che profuma di Boca anni Sessanta: non tanto la cartolina, quanto la voce che gira. Un calciatore che, prima di essere ricordato, è stato raccontato. E i racconti — si sa — durano più dei ritagli.
Rojitas è quel tipo di figura che sembra stare in un corridoio tra mito e realtà, come se il quartiere l’avesse adottato e poi consegnato al tempo con un sorriso pieno di nostalgia. (Anche di Ángel Clemente Rojas abbiamo già parlato in un articolo dedicato.)
Oscar Pianetti è il nome che ti inchioda. È quello che fa scattare la domanda: «Ma chi è?». Ed è proprio lì che Diego ti vuole portare. Perché questa lista non è fatta per essere comoda: è fatta per essere vera.
Pianetti è l’Argentina dei campionati vissuti con la pelle, delle domeniche dove il calcio non era intrattenimento ma identità. Non serve che sia “universale” per essere decisivo: a volte il giocatore che ti cambia è quello che hai visto nel momento esatto in cui eri pronto a innamorarti. E quell’innamoramento non ha bisogno di spiegazioni: ha bisogno solo di memoria.
Infine Roberto Rivelino. L’unico non argentino. L’unico che, in quella mappa, apre una finestra e fa entrare un’altra luce.
Rivelino è il Brasile che non chiede scusa per essere bello. È il sinistro che sembra avere una grammatica propria: colpisce e la palla obbedisce come se avesse capito da sola dove deve andare. In mezzo a Buenos Aires, ai derby, alle rivalità, alle strade e alle tribune, Diego infila un brasiliano perché il calcio, per lui, non è mai stato solo appartenenza. È tentazione. È stupore.
E forse qui sta la chiave più pulita della lista: Maradona non sta dicendo «questi erano i migliori». Sta dicendo: «questi mi hanno insegnato a desiderare il gioco».
Bochini e Alonso sono due modi diversi di essere dieci: uno fedele alla precisione, l’altro fedele all’eleganza. Passarella è la durezza che non è violenza, ma comando. Rojitas è la leggenda che il quartiere si racconta per non perdere il colore. Pianetti è il dettaglio che ti ricorda che il calcio vive anche fuori dai riflettori. Rivelino è l’arte che ti fa venire voglia di restare.
E allora sì: questa non è una lista. È una bussola. È il Maradona spettatore, quello che non ha bisogno di essere Maradona per essere gigantesco. Uno che guarda e, guardando, ti confessa la cosa più vera: il calcio comincia sempre così. Con qualcuno che fa una cosa che non avevi previsto. E tu, per un motivo che non sai spiegare, non riesci più a smettere.