La confessione di Diego durante il lockdown
Succede tutto quando il mondo è fermo. Anno 2020. Siamo chiusi in casa, il tempo non passa mai e anche gli dei si annoiano.
Su Instagram parte una di quelle catene che servono a uccidere il tempo: "Dimmi i sei calciatori che ti hanno fatto innamorare del calcio". L'ha lanciata Ian Rush, uno che di gol se ne intende.
La palla arriva a Diego Armando Maradona.
Tutti si aspettano i soliti noti. I mostri sacri. E Diego risponde. Scrive: Bochini, il suo idolo assoluto. Alonso. Passarella. Rivelino. Rojitas.
E poi, in mezzo a questi monumenti, infila un nome che fa fermare il dito sullo schermo.
Pianetti.
Oscar "Pocho" Pianetti.
Non è un errore di battitura. È una confessione. È il bambino che prende il sopravvento sull'uomo e ti dice: "Lasciate stare le statistiche, io mi sono innamorato di quello lì". Pianetti è il nome da intenditori, la memoria affettiva, il segreto che ti porti dietro da quando andavi allo stadio tenendo la mano di tuo padre.
La Bombonera, 1965: quando l'aria non perdona
Per capire perché, dobbiamo fare un salto indietro.
Domenica pomeriggio. 1965. La Bombonera.
Non è uno stadio, è una pentola a pressione dove si cucina il destino di Buenos Aires. C'è il Superclásico.
L'aria è di quelle che non perdonano. Il River Plate, con la sua aria aristocratica, passa avanti presto. Segna Luis Artime. Il Boca mastica rabbia, il rumore sugli spalti diventa un ronzio insopportabile.
Poi, inizio ripresa.
La palla finisce a destra. Siamo fuori dalla comfort zone del tocco breve, siamo in quella terra di nessuno dove di solito si cerca un compagno.
Ma Oscar Pianetti non cerca nessuno.
Non accarezza la palla, la carica.
Fa partire un destro che non è un tiro, è una sentenza. Una fucilata da lontano che piega le mani ad Amadeo Carrizo, il portiere che ha inventato il ruolo moderno. È l'1-1. Poco dopo arriverà il 2-1 di Menéndez e il Boca vincerà il titolo.
Ma in quel gol di Pianetti c’è già tutto quello che serve a Diego: la potenza, la scelta immediata, quella calma terrificante di un uomo che non chiede il permesso per esistere.
General Racedo: nascere con la polvere addosso
Pianetti non nasce con la camicia inamidata. Nasce il 1° ottobre 1942 a General Racedo, provincia di Entre Ríos.
Coordinate geografiche che sanno di terra dura, di orizzonti larghi. Lì non si sogna il calcio come astrazione poetica, lì il calcio è una porta concreta per uscire dalla fatica.
In un’intervista, Pianetti racconta anche un dettaglio da romanzo povero e vero: da ragazzo lavora, si arrangia, e il calcio diventa una porta concreta, non un sogno astratto. E quando gli chiedono cosa avesse, lui la fa semplice: il tiro forte, la velocità, la giocata secca. Il resto è arrivato con l’abitudine e con la strada.
Gioca da ala destra. Un ruolo infame, se ci pensate. Hai due nemici addosso: il terzino che ti vuole spezzare le caviglie e la linea laterale che ti chiude lo spazio. Devi scegliere ogni volta: scappare o rientrare?
Lui sceglieva di tirare. Forte.
L'identità Boca: vincere senza fare troppe domande
Pianetti arriva al Boca a metà degli anni Sessanta e diventa un pezzo di arredamento della Bombonera fino al 1971.
È un periodo in cui il Boca non gioca: vince.
Campionati del '64 e '65. La Copa Argentina del '69. Il Nacional del '70.
Titoli che oggi sono righe su Wikipedia, ma che allora erano un’identità. Erano il modo in cui il quartiere diceva al mondo: "Noi siamo questi".
La sua firma più riconoscibile restano quei gol al River. Perché in Argentina puoi segnare cento volte, ma se segni al River, alla Bombonera, in una partita che decide il campionato, diventi immortale. È un calcio di centimetri, ma soprattutto di nervi. E il Pocho aveva i nervi d'acciaio.
Lo sguardo del bambino: perché Diego non dimentica
Ma torniamo a quel post su Instagram. Perché Diego lo porta con sé, cinquant'anni dopo?
Non è per i trofei.
TyC Sports ha ricostruito quel legame ed è qualcosa di molto diretto, molto umano. Pianetti ha raccontato che si incrociavano, anni dopo. Poche parole. Sguardi di intesa.
Il punto è l'estetica.
Pianetti non era il numero dieci che rallenta il tempo e dirige l'orchestra. Era l'ala che decideva. Era l'imprevisto. Era il destro che ti prendeva in contropiede mentale.
Per un bambino come Diego, che guardava il calcio con gli occhi spalancati cercando di rubare i segreti ai grandi, Pianetti era la dimostrazione che l'attimo può essere inevitabile. Che si può essere decisivi con una singola giocata, se hai il coraggio di farla.
Il girovago delle Americhe e la memoria che resiste
Finito il grande capitolo Boca, il Pocho diventa un giocatore "di America Latina".
Va in Ecuador all'Emelec, in Cile al Colo-Colo. Finisce in Colombia, Costa Rica, El Salvador, Guatemala. Diventa un girovago del pallone, uno di quei pistoleri che viaggiano di città in città offrendo i propri servizi.
Oggi, un giocatore così rischierebbe di sparire, inghiottito dall'assenza di clip su YouTube.
Ed è proprio per questo che quel nome nella lista di Maradona pesa come un macigno.
Riporta in superficie un idolo di una generazione, uno che non tutti hanno visto, ma che chi c'era si ricorda bene.
Dentro quei sei nomi, Pianetti è la parte meno celebrata e più rivelatrice. Ti dice che l'innamoramento non nasce sempre dal genio assoluto alla Pelé o alla Cruijff.
A volte nasce da una cosa più semplice.
Un'ala che prende la mira e non esita.
Un gol al River che spacca la porta.
Un modo di stare in campo dove la bellezza è concreta, misurabile in diagonali e coraggio.
Forse è questo che Diego ci stava dicendo, poco prima di andarsene: il calcio ti prende l'anima quando, per un secondo, ti fa credere che tirare in porta sia la cosa più naturale del mondo.