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Il «Colonnello Galoppante» senza patria che visse due volte e nascose l’eternità nel piede sinistro

Dalle macerie di Budapest alla gloria bianca del Bernabéu: ascesa, caduta e resurrezione di Ferenc Puskás, il genio tarchiato che trasformò un fisico da dopolavoro nella macchina da guerra più letale del secolo

Ferenc Puskás

Ferenc Puskás

Kispest: il barilotto che sfidava la fisica
Ferenc Puskás nasce a Budapest il 1° aprile 1927. Ma non nasce in centro, tra i caffè letterari e il Danubio blu. Nasce a Kispest.
Dovete immaginarvelo, quel posto lì. È un quartiere di polvere e fango, dove il pallone non è un’attività ricreativa, è l’unica moneta che non si svaluta.
Se lo guardate nelle foto dell’epoca, Puskás non sembra un atleta. Sembra un errore di casting. È basso, tarchiato, ha il baricentro di un lottatore di greco-romana e, diciamocelo, ha la pancia. Un barilotto.
Eppure, appena la palla gli arriva sul sinistro, la fisica va in vacanza.
Debutta nell’Honvéd, la squadra dell’esercito. Lì non chiedono eleganza, chiedono risultati. E lui ne porta una quantità industriale. Vince cinque campionati. Segna sempre. Non «spesso». Sempre.
Lì costruisce il suo mito: un sinistro che non è un piede, è un guanto di velluto che nasconde un tirapugni. Controllo, tiro, gol. Una sequenza meccanica che terrorizza i portieri di mezza Europa.

I Magyars Magici: il socialismo applicato al calcio
Tra il 1950 e il 1956, l’Ungheria non è una nazionale. È un’idea.
Li chiamano Aranycsapat, la Squadra d’Oro. O i Magical Magyars.
In un’epoca in cui il calcio è ancora fermo a posizioni rigide come statue di sale, loro si muovono. Scambiano. Pensano veloce. Puskás è il capitano, il «Colonnello Galoppante».
I numeri fanno spavento: perdono raramente, anzi, non perdono mai. Nel 1952 vanno a Helsinki e si prendono l’oro olimpico. All’epoca non è una medaglia da mettere nel cassetto: è un sigillo imperiale.

Wembley 1953: il silenzio nella cattedrale
Poi arriva il giorno che cambia la percezione del mondo.
25 novembre 1953. Londra. Wembley.
Gli inglesi sono convinti di aver inventato il calcio e di esserne gli unici proprietari legittimi. Invitano l’Ungheria per una lezione.
Finisce 6–3 per l’Ungheria.
Ma non è il punteggio che conta. È il modo. C’è un momento in cui Puskás riceve palla in area. Billy Wright, il capitano inglese, gli si fa sotto in scivolata. Puskás non tira. Fa una drag-back, una rullata all’indietro con la suola. Wright scivola via come se fosse sul ghiaccio, finendo quasi fuori dallo stadio a comprare un hot-dog. Puskás, fermo, guarda la porta e scarica in rete.
In quel momento, l’Inghilterra capisce che il suo impero è finito. Il campo è molto più largo di come glielo avevano raccontato a scuola.

Berna 1954: la ferita che non si chiude mai
Ma il calcio, come direbbe qualche scrittore sudamericano, è una madre che a volte si dimentica di amarti.
4 luglio 1954. Berna. Finale del Mondiale.
L’Ungheria è la macchina perfetta. La Germania Ovest è la vittima sacrificale.
Puskás segna subito. Sembra l’inizio della festa. E invece inizia l’incubo.
La pioggia rende il campo pesante, i tedeschi hanno i tacchetti avvitabili inventati da Adi Dassler, l’Ungheria si spegne. Finisce 3–2 per la Germania. È il «Miracolo di Berna».
Per Puskás è un capitolo crudele. Il campione totale, nel giorno più grande, zoppica (letteralmente, giocava infortunato) e perde. È la ferita che rende umana una squadra che sembrava scesa da Marte.

1956: i carri armati e la fine del primo atto
1956. Non si parla di calcio. Si parla di storia.
A Budapest scoppia la rivoluzione. I carri armati sovietici entrano in città.
L’Honvéd è all’estero per una tournée. Puskás deve scegliere: tornare a casa e piegare la testa, o restare fuori e perdere tutto.
Sceglie l’esilio.
È un taglio netto. Diventa un disertore per il regime, un traditore.
Arriva la sospensione della FIFA. Due anni senza giocare.
Per un calciatore di trent’anni, due anni fermo sono una sentenza di morte. Puskás ingrassa. Si deprime. Sembra un ex giocatore che aspetta solo di raccontare il passato ai nipoti davanti a un bicchiere di vino.

Madrid: la resurrezione dell’uomo con la pancia
1958. Madrid.
Santiago Bernabéu, il presidente del Real, fa una scommessa folle. Firma quel trentunenne ungherese sovrappeso.
Tutti ridono. Dicono: «È grasso, è vecchio, è finito».
Ma Puskás ha una cosa che non si vede sulla bilancia: l’orgoglio.
Si mette a dieta (più o meno). E in campo trova l’anima gemella: Alfredo Di Stéfano.
Insieme formano la coppia più devastante della storia del gioco.
A Madrid, Puskás non è più il Colonnello dell’esercito. È Pancho. Segna 242 gol in 262 partite. Rileggete il dato. È irreale.
Vince cinque campionati consecutivi. Vince tre Coppe dei Campioni.
È la dimostrazione che il talento non ha data di scadenza.

Glasgow 1960: l’apoteosi
C’è una notte che vale come riassunto di questa seconda vita.
18 maggio 1960. Hampden Park, Glasgow. Finale di Coppa dei Campioni.
Real Madrid contro Eintracht Francoforte.
Finisce 7–3.
Sette a tre in una finale. È fantascienza.
Di Stéfano ne fa tre. Puskás ne fa quattro.
Quattro gol in una finale di Coppa dei Campioni. Nessuno ci è mai più riuscito.
Il suo sinistro quella sera è una porta girevole: la palla entra e la porta si chiude dietro di lei. È la perfezione estetica applicata alla brutalità del risultato.

L’ultimo passaporto e il nome che diventa premio
Nel 1962, Puskás ottiene il passaporto spagnolo. Gioca il Mondiale in Cile con la Roja. È un capitolo strano, malinconico. Un uomo che ha perso la sua patria e ne indossa un’altra, come un vestito preso in prestito.
Ma la sua eredità va oltre i passaporti.
Dal 2009, la FIFA ha istituito il Puskás Award. Premia il gol più bello dell’anno.
Non poteva chiamarsi in altro modo.
Perché Puskás, alla fine, è stato questo: un uomo che ha vissuto due vite.
Nella prima era il simbolo di un’Ungheria che giocava come se avesse inventato il futuro.
Nella seconda era l’esule che a Madrid, grasso e vecchio, ha spiegato al mondo che «tardi» è una parola che vale per gli impiegati, non per i fuoriclasse.
Quando muore, il 17 novembre 2006, torna finalmente a Budapest.
Il cerchio si chiude. Il Colonnello è tornato a casa.

Scheda Tecnica

  • Nome: Ferenc Puskás

  • Nascita: 1° aprile 1927, Budapest (Ungheria)

  • Morte: 17 novembre 2006, Budapest (Ungheria)

  • Soprannome storico: “The Galloping Major”

Ruolo

  • Attaccante

Club (principali)

  • Honvéd/Kispest: 5 campionati ungheresi vinti

  • Real Madrid: 262 presenze, 242 gol

Nazionale

  • Ungheria: statistiche storiche comunemente riportate tra 84 e 85 presenze; gol tra 83 e 84 (variazioni dovute a criteri di conteggio in diverse fonti)

  • Spagna: 4 presenze, 0 gol (Mondiale 1962)

Titoli principali

  • Oro olimpico: 1952 (Ungheria)

  • Mondiale: vicecampione 1954 (Ungheria)

  • Coppa dei Campioni: 3 (1959, 1960, 1966)

  • Liga: 5 consecutive (1961–1965)

  • Coppa di Spagna: 1

  • Coppa Intercontinentale: 1

Partite-simbolo (date)

  • 25 novembre 1953: Inghilterra–Ungheria 3–6 (Wembley)

  • 4 luglio 1954: Germania Ovest–Ungheria 3–2 (finale Mondiale; Puskás a segno)

  • 18 maggio 1960: Real Madrid–Eintracht 7–3 (finale Coppa dei Campioni; Puskás 4 gol)

Eredità

  • Premio intitolato a lui: FIFA Puskás Award (dal 2009)

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