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Pantera Nera, Pallone d'Oro o più semplicemente: Eusébio

Un ragazzo del Mozambico entra nel Benfica come un segreto e ne esce come un’epoca: 1962, 1966, 1965. Date che non sbiadiscono

Eusébio

Eusébio

L’Africa non è un indirizzo, è un destino
C’è un modo per capire Eusébio senza trasformarlo nel solito santino da processione laica: bisogna immaginarlo come un atleta che corre contro il vento, e il vento è la storia coloniale del Novecento.
Nasce quando Maputo non si chiama ancora Maputo. Si chiama Lourenço Marques. È il 25 gennaio 1942. Mozambico.
Laggiù, dove la terra è rossa e il sole picchia come un fabbro, non si gioca per divertimento. Si gioca per necessità. Eusébio cresce con quella fame atavica addosso, quella di chi sa che il pallone non è un giocattolo, è un biglietto aereo.
Il Portogallo lo sentirà «suo» prima ancora di imparare a pronunciarne il nome, ma la verità è che quella corsa, quella potenza devastante, viene da lì. Da una nascita che porta già dentro un cortocircuito geopolitico: un suddito che diventerà il sovrano dell'impero che lo domina.

Lisbona 1960: il clandestino che cambiò la geografia
Quando arriva a Lisbona, Eusébio è ancora un ragazzo, ma ha già le spalle larghe di chi ha dovuto saltare i fossi per il lungo.
Il suo arrivo al Benfica ha i contorni del romanzo di spionaggio, o di una farsa ben riuscita. Lo chiamano con un nome in codice, «Ruth Malon», per nasconderlo ai rivali dello Sporting che pensavano di averlo già preso. Lo chiudono in un hotel in Algarve mentre fuori infuria la tempesta.
È l’Europa dei club che sono fortezze, dove un talento così è un segreto di stato da custodire con le armi. Non ci sono i post su Instagram, non ci sono le clip su YouTube. C'è solo la voce che gira: «È arrivato uno che corre più veloce della palla».
Eusébio entra al da Luz e fa una cosa che, vista da qui, sembra la più semplice del mondo: rende inevitabile che il Benfica gli costruisca attorno un’epoca.

Amsterdam, 1962: quando il futuro entra senza bussare
Il 2 maggio 1962 è il suo manifesto futurista.
Finale di Coppa dei Campioni. Amsterdam. Dall’altra parte c’è il Real Madrid.
Non una squadra qualsiasi. C'è Di Stéfano, c'è Puskás. Sono la legge, l'ordine costituito, i padroni del vapore. Fino a quel momento, il Real è la Coppa.
La partita finisce 5–3 per il Benfica.
Eusébio ne mette due.
Non sono due gol normali. Sono due dichiarazioni di guerra. Nel secondo, prende palla, accelera e tira una sassata che sembra voler bucare la rete e uscire dallo stadio.
È un dettaglio crudele per chi ama le leggende ordinate: la grandezza non arriva a piccoli passi, chiedendo scusa. Arriva a strattoni. In novanta minuti, il ragazzo del Mozambico pensiona gli dei del calcio e si prende il trono. Puskás, a fine partita, gli regala la maglia. È un passaggio di consegne: il futuro non ha bisogno di bussare, ha appena sfondato la porta.

Il Pallone d’Oro e la lingua della saudade
Nel 1965 gli danno il Pallone d’Oro.
Il premio, da solo, è un’etichetta dorata che prende polvere. Ma messo dentro la sua traiettoria, diventa un fatto sociale. È la fotografia di un’Europa che, per un attimo, smette di parlare solo con accenti spagnoli, inglesi o italiani e si mette ad ascoltare anche quella lingua lì, il portoghese, piena di saudade e di scatti improvvisi.
Eusébio è il primo giocatore nato in Africa a vincerlo, anche se la bandiera è quella lusitana. È un attaccante che non ti concede di rilassarti. Non è elegante come Charlton, non è geometrico come Rivera. È una forza della natura.
La UEFA, quando lo racconta, insiste su una qualità: la sensazione che ogni pallone vicino all'area, con lui, diventi un fatto definitivo. Non un'ipotesi di gol. Un gol.

Inghilterra 1966: lacrime e rimonte a Goodison Park
Ma la consacrazione mondiale, quella che ti fa entrare nelle case di chi non segue il calcio, non arriva a Lisbona. Arriva in Inghilterra. Estate del 1966.
Il Portogallo entra al Mondiale come chi spalanca una porta con una spallata.
C’è una partita che torna sempre, perché ha la struttura delle fiabe nere. I quarti di finale contro la Corea del Nord a Goodison Park.
Al minuto 25, la Corea vince 3-0. Sembra la fine del mondo.
E invece inizia lo show della Pantera Nera. Eusébio si carica la squadra sulle spalle. Ne fa quattro. Quattro. Due su rigore, due di potenza pura. Finisce 5-3.
In quel Mondiale segnerà nove gol. Arriverà terzo, piangendo come un bambino dopo la semifinale persa contro l'Inghilterra a Wembley. Quelle lacrime, asciugate con la manica della maglia, sono l'immagine più potente di tutto il torneo. Eusébio non si è limitato a segnare: ha costruito un’immagine del Portogallo che prima non esisteva.

La fedeltà imposta e il gol come linguaggio
Poi ci sono gli ultimi capitoli. Quelli che la gente dimentica perché non c'è l'adrenalina della finale.
Il Benfica vince undici campionati in quindici anni. Eusébio resta lì.
Resta perché ama il Benfica, certo. Ma resta anche perché il regime di Salazar lo dichiara «Patrimonio di Stato». Non si può vendere. Non può andare all'Inter, non può andare alla Juventus che lo coprirebbe d'oro. È prigioniero della sua stessa grandezza.
Ma lui non si lamenta. Continua a segnare.
727 gol in 715 partite (se conti tutto, anche le amichevoli del giovedì).
Se lo vuoi spiegare in una riga, Eusébio è questo: uno che ha trasformato il gol in un linguaggio. Non per estetica, ma per necessità. Come se ogni tiro, ogni volta che quel destro tuonava verso la porta, dovesse dimostrare che un ragazzo nato lontano dal centro dell’impero, in una città di polvere e mare, può diventare il centro esatto della mappa.

L'addio sotto la pioggia
Quando muore, il 5 gennaio 2014, Lisbona si ferma. Piove, una pioggia sottile e insistente, tipicamente atlantica.
La sua statua fuori dallo stadio da Luz diventa un altare.
Non se ne va soltanto un calciatore. Se ne va un pezzo di identità nazionale. Se ne va l'uomo che ha insegnato a un paese piccolo e malinconico che si poteva essere giganti.
Eusébio da Silva Ferreira.
Nato a Lourenço Marques, morto a Lisbona.
In mezzo, una corsa durata una vita per arrivare un attimo prima degli altri su un pallone che rotolava verso la gloria.

Scheda tecnica

  • Nome completo: Eusébio da Silva Ferreira

  • Nato: 25 gennaio 1942, Lourenço Marques (oggi Maputo, Mozambico)

  • Morto: 5 gennaio 2014, Lisbona

  • Club-simbolo: Benfica (arrivo nel 1960; carriera principale negli anni ’60–’70)

  • Trofei nazionali con il Benfica: 11 campionati portoghesi

  • Coppa dei Campioni: vinta nel 1961/62; in finale Benfica–Real Madrid 5–3 con 2 gol di Eusébio

  • Mondiale 1966: Portogallo 3° posto; Eusébio capocannoniere con 9 gol

  • Pallone d’Oro: 1965

  • Scarpa d’Oro europea: UEFA ricorda 1968 e 1973

  • Presenze/gol con il Benfica (perimetro “totale”, incluse varie tipologie di gare): 715 presenze, 727 gol (dato UEFA)

  • Presenze/gol con il Benfica (competizioni ufficiali, dato molto citato da fonti stampa internazionali): 440 presenze, 473 gol

  • Nazionale (conteggi “A”): fonti riportano differenze; una coppia ricorrente è 64 presenze, 41 gol (RSSSF/FPF), mentre UEFA in un necrologio riporta 64 presenze, 45 gol

  • Riconoscimento UEFA: UEFA President’s Award (2010)

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