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Il vecchio Leone che trasformò un angolo di prato in una pista da ballo

Bari, 14 giugno 1990. Roger Milla, l’uomo che non aveva l’età per correre ma ne aveva abbastanza per capire che un gol è un passo di danza da regalare all’eternità

Roger Milla

Roger Milla

Bari, San Nicola: quando il calcio diventa televisione
Ci sono giorni in cui il calcio decide di aggiungere un dettaglio al proprio vocabolario. Non una regola scritta dai notai della FIFA, non un modulo tattico disegnato alla lavagna. Un gesto. Una piccola scena che sembra nata per caso e invece suona come una frase detta nel momento perfetto.
Siamo a Bari. È il 14 giugno 1990.
Italia ’90. Un Mondiale strano, architettonicamente eccessivo, calcisticamente povero, ma mediaticamente devastante. È una lente d’ingrandimento. La televisione non racconta più soltanto le partite: le viviseziona, le ripete, le rimanda in loop. Le immagini smettono di essere cronaca locale e diventano patrimonio dell’umanità.
Dentro quella lente, sotto il sole pugliese, ci finisce il Camerun. E ci finisce un uomo che ha un’età da panchina dei giardinetti e un sorriso da ragazzino che ha appena rubato la merenda: Roger Milla.

Il pensionato che venne dal mare
Roger Milla non doveva essere lì. A 38 anni, nel calcio di allora, sei un reperto archeologico. Giocava — si fa per dire — nell’Isola della Réunion, in mezzo all’Oceano Indiano, godendosi la pensione. Lo ha richiamato il presidente del Camerun in persona, per disperazione o per intuizione mistica.
Milla entra in campo e cambia il ritmo come fanno i giocatori che hanno capito una cosa semplice: il tempo non si combatte correndo più forte, si usa.
Segna. E invece di fermarsi nel solito abbraccio collettivo — quella ammucchiata di corpi sudati che dura un secondo e poi si disperde — sceglie un punto fisso del campo.
Un oggetto banale. Lì da sempre. Ignorato da tutti come un semaforo verde alle tre di notte.
La bandierina del calcio d'angolo.

La Makossa all’angolo del mondo
È lì che succede la svolta.
Milla non esulta soltanto. Costruisce una piccola coreografia. Una mano sulla pancia, l’altra in alto, le anche che si muovono. Balla la Makossa.
Fa una cosa che, detta così, sembra minuscola, ma nel calcio è enorme: trasforma un’emozione liquida in un segno solido.
Il palo della bandierina ha una qualità che nessun’altra parte del campo possiede: è un confine e insieme un centro. È vicino alla folla, è vicino alle telecamere, è una specie di parentesi naturale dove il gioco si ferma e inizia lo spettacolo.
Milla lo capisce senza bisogno di spiegarlo. Ci arriva come ci arrivano gli artisti di strada: non pensano alla tecnica, pensano a prendersi la scena.
Non servono oggetti, non serve preparazione. Basta il corpo, il palo giallo, il sorriso. È una firma che tutti, dal ragazzino di Yaoundé all’impiegato di Milano, riconoscono all’istante.

 

La ripetizione che crea il marchio
Tante esultanze sono esistite prima di lui. Braccia al cielo alla Tardelli, corse pazze, capriole. Ma la differenza tra un gesto spontaneo e una coreografia sta in una parola sola: ripetibilità.
Milla lo rifà. E rifacendolo, dice al mondo: «Questa è roba mia».
Quando un gesto diventa riconoscibile, diventa imitabile. Quando diventa imitabile, diventa linguaggio.
Se cercate il "Paziente Zero" dell’esultanza moderna, quella pensata, quella che finisce nelle sigle dei programmi sportivi, il nome torna sempre lì: Roger Milla, Italia ’90, bandierina.

L’acrobata di Madrid: Hugo Sánchez
C’è una postilla doverosa, per onestà storica.
Se Milla è la danza tribale, Hugo Sánchez è la geometria acrobatica.
Metà anni Ottanta. Real Madrid. Il messicano segna a raffica e celebra con una capriola. Non è un vezzo: è un gesto ginnico, perfetto, ripetuto.
Appartiene alla stessa famiglia di Milla: quella delle esultanze che lasciano una sagoma nell’aria.
Ma c’è una differenza. La capriola di Sánchez è atletismo, è superiorità fisica. La danza di Milla è gioia. È pancia. È qualcosa che chiunque, anche con la sciatica, può provare a imitare davanti allo specchio. Milla insegna al calcio a ballare, Sánchez gli ricorda che può anche volare.

Il contagio e l’eredità del sorriso
Da quel pomeriggio di Bari in poi, il gol non è più solo il punto in cui finisce un’azione. È l’inizio di un racconto breve. Dieci secondi in cui un calciatore dice chi è.
Negli anni successivi arriverà di tutto: le culle di Bebeto, le maschere, i selfie, le coreografie di gruppo che sembrano videoclip di MTV.
Ma l’idea madre — il gol come scintilla che accende uno spettacolo privato in mondovisione — ha un’immagine più chiara di tutte.
Un uomo di 38 anni che balla vicino a un pezzo di plastica piantato nell’erba, come se quel prato fosse il salotto di casa sua.
Da quel giorno, il palo della bandierina non è più soltanto un attrezzo per segnare i calci d’angolo. È diventato un palco piccolo, universale.
E il calcio, senza annunciarlo con un comunicato stampa, ha imparato una lezione che non ha più dimenticato: certe gioie, se le balli bene, durano molto più del risultato.

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