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05 Gennaio 2026
Giorgio Barone con Cristiano Ronaldo
Una luce azzurra, quella del frigorifero aperto di notte, taglia il buio di una villa sorvegliata. È tardi per chiunque, non per un campione che ha finito da poco una partita e per il suo cuoco personale. Sul piano, un misurino, una caraffa d’acqua filtrata, una ciotola di crema di verdure senza zuccheri. Nessun fritto, zero latticini, cotture essenziali. In cuffia, una scaletta mentale di orari: recupero, sonno, colazione, doppio allenamento. Il regista silenzioso è Giorgio Barone, 51 anni, gallurese, “chef ombra” dei fuoriclasse: cucina all’interno delle loro case, senza sala, senza insegne, senza coperti da riempire. I suoi clienti? Nomi che nelle trattative valgono complessivamente centinaia di milioni: Cristiano Ronaldo, Gianluigi Buffon, Stevan Jovetic, Kevin-Prince Boateng, Benjamin Pavard, Theo e Lucas Hernandez. E un tiramisù che ha fatto storia: vegano, rigorosamente “senza”, perfino per il più meticoloso tra i fuoriclasse.
“Non ho un ristorante, lavoro nelle residenze dei giocatori, spesso sette giorni su sette.” L’identikit professionale di Barone sfida l’idea romantica del locale di culto: qui il palcoscenico è la cucina di casa, il menù cambia con i cicli di carico, gli orari li detta il calendario delle partite. Nato a Roma da madre sarda e cresciuto tra Olbia e la Costa Smeralda, ha cominciato con la ristorazione tradizionale, poi ha scelto di cucinare “a domicilio” per clienti privati. Il punto di svolta? L’incontro con Kevin-Prince Boateng negli anni della Costa Smeralda: da allora, una carriera itinerante tra Italia, Spagna, Germania, Francia e, più di recente, Arabia Saudita, al seguito di campioni che lo vogliono accanto nel periodo più delicato della stagione.
Durante l’estate, Barone torna spesso in Gallura, dove coordina anche giovani cuochi per servizi privati in villa. Il suo marchio è una cucina “pulita”, di ingredienti organici e naturali, con un’attenzione quasi maniacale al timing: “cenare presto” e “dormire bene” fanno parte della ricetta quanto un filetto di pesce cotto a bassa temperatura. È una filosofia che ha ribadito in più interviste e che sintetizza così: prendersi cura del corpo “come di un Ferrari”.
A Torino, spiega Barone, CR7 “si nutriva come uno scienziato”: leggeva studi, si documentava, discuteva i menù nel dettaglio. La base: pesce, pollo, vitello, uova, avocado, riso nero; abbondanza di verdure e insalate; cotture con olio di cocco; eliminazione quasi totale di zuccheri e riduzione severa di grassi e carboidrati semplici. Allo stesso tempo, idratazione costante e l’attenzione, ribadita in più occasioni da Barone, a “mangiare presto la sera”. Un quadro coerente con le sue dichiarazioni al Sunday Mirror riprese da AS, Infobae e altri media, e con la testimonianza diretta nell’intervista più recente.
Per i dolci, la filosofia è radicale: “Nel 95% dei miei piatti lo zucchero non entra neppure nei dessert.” Il tiramisù vegano è una variazione “senza latticini e senza uova” che soddisfa la voglia di un classico italiano con un profilo metabolico più amico dell’atleta: consistenza cremosa, dolcezza naturale contenuta, grassi calibrati. È il compromesso che racconta meglio il metodo Barone: non privazione assoluta, ma un piacere “funzionale” agli obiettivi di performance.
Lo chef tiene a distinguere tra dieta e alimentazione: la prima rimanda a dimagrimento o a protocolli clinici; la seconda al combustibile della performance. Per un calciatore di élite, alimentarsi significa sincronizzare macro e micro-nutrienti con allenamenti, partite, trasferte, ritmi circadiani. L’errore più diffuso che Barone vede nelle case dei calciatori? “Cenare tardi e andare a letto tardi.” Un’abitudine che sfascia la qualità del sonno e la risposta ormonale del giorno dopo, aggravata dagli orari post-partita. L’ideale? “Cena alle 20:00, sonno alle 23:00.” Una regola semplice da dire, difficilissima da rispettare nella stagione di Serie A o nei campionati esteri, quando il fischio finale può arrivare a notte fonda.
Il cuore del metodo Barone è la semplicità rigorosa:
Queste scelte non pretendono di sostituirsi ai team di nutrizionisti dei club: Barone lo rimarca più volte, il suo non è un ruolo medico ma culinario. Sta allo chef tradurre in piatti appetibili gli obiettivi fissati dallo staff, senza cadere nella trappola del “cucinare tutto light” come unico dogma. Il risultato è una cucina “adattiva”, che cambia composizione e porzioni in base a partita, viaggio e stato di forma.
Lavorare per i calciatori significa anche discrezione assoluta: spesso accordi di riservatezza limitano cosa si può raccontare. Gli orari sono dettati da spostamenti e rifiniture: colazioni all’alba, pranzi “funzionali”, cene post-partita che rischiano di scivolare oltre la mezzanotte. Barone non lo nasconde: è il compromesso più difficile da gestire perché salta la regolarità del sonno, pilastro su cui poggia ogni tabella nutrizionale. Non stupisce che, nella quotidianità, lo “sgarro” sia sostituito da varianti “compatibili”: dessert ripensati, porzioni intelligenti, cotture alternative. Eppure, quando il calendario lo consente, restano i piatti “di casa”: culurgiones, seadas, maialino al mirto, spaghetti con arselle e bottarga. È la Sardegna nel piatto, raccontata ai campioni in forma di ricompensa controllata.
Oggi Barone segue Theo Hernandez nella sua esperienza all’Al-Hilal. Gestire l’alimentazione di un terzino che sprigiona potenza e accelerazione significa lavorare su due assi: energia disponibile in partita e tempi di recupero. Nel contesto saudita, lo chef deve anche integrare culture alimentari differenti, disponibilità stagionali e orari condizionati da clima e fusi. Il legame con la tradizione italiana resta, ma la tavola incorpora spezie e metodi locali, mantenendo però il fil rouge: zero zucchero aggiunto, carboidrati complessi calibrati, proteine di qualità, idratazione rigorosa.
Se Juventus, Milan e top club europei hanno incrociato la strada dello “chef ombra”, è perché il suo lavoro colma un vuoto tra teoria nutrizionale e pratica quotidiana. Nei centri sportivi si stabiliscono linee guida; nelle case dei calciatori si vince (o si perde) la partita dei dettagli. Una spesa ben fatta, un frigo organizzato, un pre-allenamento studiato con un occhio al carico di lavoro: sono i mattoni invisibili che trasformano i telai atletici in condizione. In altre parole, l’alimentazione domestica è il ponte tra ciò che il club raccomanda e ciò che l’atleta realmente mangia. E una figura riconoscibile, affidabile e capace di standardizzare qualità in ambienti diversi diventa un asset competitivo.
Quella di Barone non è un’eccezione pittoresca ma il segno di un’epoca in cui il calciatore top vive in ecosistemi di performance: fisioterapisti personali, preparatori, analisti del sonno, cuochi residenziali. Il compito dello “chef ombra” è disegnare un menù periodizzato: più carboidrati complessi nei giorni di gara, maggiore quota proteica con verdure fibrose nelle fasi di recupero, micronutrienti mirati nei periodi di stress da viaggio. L’abilità vera sta nel farlo senza perdere il piacere del cibo. È qui che la mano dello chef fa la differenza: un risotto di riso nero mantecato con brodo vegetale intenso e un filo di olio di cocco, una tartare di tonno con avocado e agrumi, una vellutata di zucca e zenzero capace di saziare con poche calorie. Ricette semplici, replicabili, inserite in un ritmo che tutela l’atleta.
Non serve essere CR7 per rubare qualcosa a questo metodo. Anche per chi corre la sera dopo l’ufficio o va in palestra tre volte a settimana, il principio d’aderenza conta più della ricetta miracolosa: meno zuccheri liberi, proteine di qualità, carboidrati integrali, verdure in ogni pasto, porzioni coerenti con il dispendio energetico, orari ragionevoli. Il resto è costanza.
Gli atleti scelgono Giorgio Barone non solo per il piatto perfetto, ma per la struttura che porta in casa loro. Una “macchina” che comprende logistica della spesa, stretta collaborazione con staff tecnici, pianificazione settimanale con menù flessibili, sensibilità culturale quando si cambia paese. Non è un caso che, nelle interviste, insistano due parole: fiducia e riservatezza. La prima si costruisce ascoltando il corpo dell’atleta e adattando di continuo il menù; la seconda è la condizione perché il lavoro resti efficace. Il tutto senza perdere di vista l’origine: una Sardegna che rientra in cucina nei momenti di festa, con i suoi profumi di mirto e miele.
La figura dello “chef ombra” è ormai ricercata in tutto il calcio che conta. Barone ha messo a sistema la sua esperienza, fino a creare una piccola rete di private chef in Costa Smeralda per l’alta stagione. Un laboratorio dove si formano cuochi in grado di entrare nelle case e rispettarne i rituali. È un’evoluzione naturale di una professione che, dai ristoranti con stelle, si sposta nelle cucine private, lì dove il valore aggiunto è far coincidere piacere e prestazione.